Home Opinioni RELIGIOSITA’ E SESSUALITA’

RELIGIOSITA’ E SESSUALITA’

0
di Carlo Di Stanislao

 
“Stando a Varrone, nei crocicchi d’Italia furono celebrati i misteri di Libero con tanta licenziosità che in suo onore si ebbe un culto fallico, e almeno fosse avvenuto in un luogo un po’ appartato, ma invece in pubblico con sfrenata dissolutezza. Infatti durante le feste di Libero uno sconcio membro virile, esposto con grande solennità su un carretto, veniva trasportato dapprima in campagna nei crocicchi e poi fino alla città. 
Nel paese di Lavinio si consacrava a Libero un mese intero, durante il quale tutti pronunciavano delle sconce invocazioni fino a quando l’organo fallico non riattraversava la piazza e non veniva ricollocato al suo posto. La più onesta madre di famiglia doveva pubblicamente imporre una corona all’emblema disonesto. In questo modo si doveva propiziare il dio Libero per il buon esito dei semi, si doveva allontanare il malocchio (fascinatio repellenda) e per questo si costringeva una matrona a compiere in pubblico un rito che non si doveva permettere in teatro neanche a una cortigiana se le matrone fossero state presenti”
Tito Livio 
 
“Mostrano di avere poca fantasia colto che hanno ridotto a solo sette i peccati capitali di cui l’uomo è capace” 
Italo Nostromo 
 
Anzitutto occorre distinguere il concetto di religiosità antica da quella più moderna e attuale. I Greci e i Romani non pensavano di doversi conquistare un paradiso nell’aldilà, le pratiche religiose servivano solo a evitare eventi spiacevoli nel quotidiano attraverso i riti. Gli Dei non chiedevano amore e timore, ma solo offerte e riti o sacrifici di animali. Le leggi da rispettare equivalevano grosso modo a quelle civili, per cui ci si rivolgeva agli Dei per questioni sociali o personali da risolvere.
 
A quelle sociali provvedeva lo stato, per una guerra da vincere, un’invasione da evitare, un pericolo da sventare. Quelle personali erano un do ut des, ti do una cosa e tu me ne dai un’altra, per cui un rito per una protezione, e a volte si chiedeva una grazia promettendo qualcosa alla divinità. Ma il voto si scioglieva solo se la divinità aveva compiuto il prodigio.
 
Anche nell’antichità si verificavano prodigi e miracoli, anzi erano più frequenti di oggi. Se si chiedeva una guarigione si offriva poi l’ex-voto, oppure se la divinità aveva assistito per una vittoria in guerra o per un affare andato bene, o per qualsiasi cosa richiesta, il devoto scioglieva il voto promesso.
 
Non c’era altro dovere nei confronti delle divinità se non rituali e sacrifici a scadenze determinate e non troppo impegnative. A Roma erano mal visti i bigotti, alle divinità si doveva tanto e non più. E gli Dei non chiedevano nulla di più. Lo stesso Orazio si fa beffe dell’esagerazione religiosa, che non fa parte del vero uomo pio.
 
Peraltro esistevano gli oracoli, le predizioni e la magia, quest’ultima piuttosto contrastata nelle sue forme più estese, mentre era tolleratissima  nelle forme popolari. Scrive Sabbatucci:  “Sono le culture che  non riconoscono un’ unica e inconfutabile fonte di sapere e potere non riconoscendo l’unico Dio dei monoteismi, il quale non può lasciare fuori controllo il vasto campo della elaborazione di saperi autonomi. Da ciò il rifiuto, nelle culture monoteistiche della divinazione, ma anche delle pratiche magiche.” L’intolleranza religiosa nasce col monoteismo e la monoidea, cioè: “Solo il mio Dio esiste e solo ciò che penso io è vero.”
 
Come in tutte le civiltà mediterranee il paleolitico e il neolitico furono dominate dal culto della Grande Madre Terra.
 
Ne fanno riscontro numerose Dee, a cominciare dalla Dea Dia, da cui prese il termine Dio, volto al maschile. Fu un’antichissima divinità romana protettrice della fecondità della terra, venerata in particolare dal collegio degli Arvalescol nome di Bona Dea.
 
Le cerimonie si svolgevano nel tempio della Dea sito al quinto miglio della Via Campana. Come tutti i culti della Grande Madre avevano un aspetto misterico, segreto, riservato ai soli iniziati e uno pubblico.
 
Ovunque poi regnò la Mater Matuta, detta in alcune zone Mamma Mammosa, o Mammona, termine che dalla Chiesa Cristiana fu trasferito al demonio, interpretando le parole del Cristo: “Non puoi servire due padroni” tra Dio e il diavolo chiamato appunto Mammona, il termine popolare per indicare la Mater Matuta. Nel museo campano ve ne sono conservate numerosissime statue accumulate nei vari secoli.
 
Altra divinità primigenia fu Giunone, da Iuno Sospes Mater Regina, Giunone Salvatrice Madre Regina, divinità proveniente da Lanuvio. Il culto venne importato a Roma nel 338 a.C. quando venne concessa la cittadinanza ai Lanuvini. Il tempio a Giunone sospita nel Forum Olitorium venne costruito nel 194 a.C.
 
Con l’avvento del patriarcato subentrò una triade tutta maschile: Giove, Marte e Quirino. A Iupiter Feretrius, protettore dei giuramenti, fu intitolato il santuario più antico della città, secondo Tito Livio fatto erigere da Romolo sul colle Capitolino. Sul Capidoglio Giulio Cesare fece poi erigere lo stupendo tempio di Giove Capitolino Ottimo Maximo, i cui resti fanno intuire la grandiosità dell’edificio.
 
Altre divinità maschili arcaiche furono: Liber, Fauno, Giano, Saturno, Silvano, Robigus, Consus, Nettuno, Fons, e Vulcano.
 
Libero, Dio assimilato a Dioniso, cui si dedicava la festa Liberalia per l’assunzione della toga virile. Un tempo associato a Libera, Dea della natura.
Fauno, un po’ come l’ellenico Pan, Dio della natura, con corna e zoccoletti di capra, soppiantato in seguito con satiri e ninfe, e suonava lo zufolo nelle campagne. Non disdegnava mettere paura a contadini e pastori, ma senza cattiveria. Dalla chiesa cattolica l’immagine fu trasposta al demonio.
 
Giano era il Dio bifronte e pure quadrifronte. Se ne conserva a Roma un Arco famoso dedicato a Giano quadrifronte. Dio del primo e dell’ultimo dell’anno, dell’inizio e della fine, dei punti cardinali e quindi dell’ordine in generale. In realtà rubò gli attributi della Dea Madre Cardea, di cui era lo sposo.
 
Saturno, padre di Giove, aveva il vezzo di divorarsi i figli, ma Rea sua moglie lo ingannò dandogli in pasto delle pietre coperte di fasce. Era Dio del tempo e della morte, raffigurato come un vecchio dai capelli lunghi munito di falce. Trasposto dalla Chiesa cattolica su S. Rocco che in antiche icone è nudo con capelli bianchi che ricoprono interamente il suo corpo.
 
Silvano era barbuto e munito di un grande bastone di cipresso, Dio dei boschi e delle foreste. Aveva anch’egli la moglie Silvana, la Dea delle selve.
Robigus Dio della ruggine del grano, una malattia del frumento provocata da un fungo. Lo si propiziava affinchè il grano non maturasse troppo presto favorendo la malattia. Sua moglie era Robiga cui erano dedicati i Robigalia, festa per la protezione del grano.
 
Consus, protettore dei granai e dei silos, aveva un altare coperto di terra o sotterrato, e gli erano sacri cavalli e muli, proteggeva anche le corse dei cavalli. Spesso era rappresentato con un chicco di grano. Fons, Dio dei pozzi e delle sorgenti.
 
Le divinità femminili non scomparvero perchè la popolazione era ancora abituata a rivolgersi a divinità femminili di protezione e clemenza, ma diventarono divinità di secondo piano. Così Giunone, da madre di Giove (ce n’è testimonianza in uno specchio etrusco dove allatta Giove bambino) diventa sua moglie a lui asservita.
 
Anticamente era Dea di ogni inizio, madre di Giano, Dio della vegetazione che ogni anno sorgeva e moriva, per cui rappresentava anche il primo e l’ultimo dell’anno ed era “bifronte” per questo. All’inizio dell’anno infatti Giunone velata veniva festeggiata accanto a Giano suo figlio. Non a caso il nome di Giunone era Iuno, da Ianua (la porta).
 
Bellona antica Dea della guerra per cui si apriva il tempio a lei dedicato in tempo di guerra, e un suo sacerdote scagliava la lancia che si conficcava in terra davanti al tempio che veniva poi chiuso a pace avvenuta. Usanza che fu poi trasferita a Marte. Da lei il termine bellum, la guerra e anche il termine italiano bello, perchè la Dea era bellissima.
 
Cerere fu in parte assimilata a Demetra, e come lei aveva una figlia di nome Proserpina che andò sposa al Dio Ade-Plutone. Era una Dea dei sacri misteri e il suo culto era preromano, seguito da Umbri e Olsci.
 
Il culto di Tellus, la Grande Madre della natura, fu in seguito associato a Cerere, in altre località adorata come la Mater Matuta, una madre in trono con uno o più pargoli, trasferita dalla chiesa sulla Madonna.
 
Flora, antica Dea italica della primavera e dei fiori, trasferita dalla chiesa su Santa Flora.
 
Anche Vesta era l’antica Dea Madre portatrice del fuoco, che nel mito ellenico lascia il suo seggio olimpico a Hermes, anche questo per l’avvento del patriarcato.
Anna Perenna, nelle Indie era adorata come Annia Purna, quindi divinità di origine orientale, il cui culto si svolgeva sulla via Flaminia in un bosco poco lontano da Roma. Secondo Macrobius era la Dea dell’anno nuovo, che fino al 153 a.C. iniziava in marzo. L’avvento del patriarcato sposterà l’inizio al solstizio d’inverno, tanto che settembre ottobre novembre e dicembre, anziché essere il 7° 8° 9° 10° mese diventarono il 9° 10° 11° e 12° mese dell’anno pur conservando l’antico nome.
 
Pales, Dea delle greggi e degli armenti, per alcuni un Dio ma Tito Livio riporta: “Durante questa guerra, Pale, la dea dei pastori, richiese un tempio in suo onore quale prezzo della vittoria.» Dunque un’antica Dea, da cui si dice discendessero i Penati.
 
Diana Nemorense, ovvero la Diana di Nemi, che aveva un ricco santuario in riva al lago, e di cui rimane una copia della statua, sulla via sacra che porta alla riva del lago, una Diana dalla veste corta e un seno scoperto, armata di arco e frecce, portatrice di una cornucopia vuota. Servio Tullio fece costruire il Tempio della Mater Matuta ed il Tempio della Dea Fortuna, nel Foro Boario, nonchè il tempio di Diana sulle rive del lago di Nemi e il suo santuario nel vicino bosco di Ariccia. La cornucopia vuota indicava la luna nera, cioè il culto ctonio della Dea, con i Sacri Misteri di vita e morte.
 
Passiamo all’erotismo. 
 
Mutuno Tutuno, ovvero Mūtūnus Tūtūnus, o Mūtīnus Tītīnus, era una divinità fallica preposta alla tutela del matrimonio dell’antica religione romana, piuttosto simile a Priapo. I padri della chiesa molto si scandalizzarono per le figure priapee del pantheon romano e molto le diffamarono attribuendo usanze e costumi dei romani molto spinti e arditi per scandalizzare i nuovi cristiani.
 
Questi diffusero infatti la falsa notizia per cui le spose romane durante i riti matrimoniali cavalcassero il fallo di Mutuno per prepararsi all’amplesso. Arnobio afferma che le matrone romane erano in qualche modo obbligate a salire in groppa (inequitare) all’“orribile fallo” di Tutuno, specificando che le spose imparavano, tramite questo rito, a non essere imbarazzate dal sesso.
 
A differenza di Priapo, rappresentato in forma umana, ma munito di un gigantesco fallo eretto, Mutunus era rappresentato solo dal fallo, in quanto al termine Tītīnus dovrebbe derivare da tītus, un’altra espressione popolare per il pene.
 
Plinio il Vecchio afferma che il fascinus, cioè l’amuleto, fungeva da medicus invidiae, ossia un rimedio per allontanare invidia e malocchio.
 
Per gli antichi romani il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi sia al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio), come agli amuleti fallici contro il malocchio e pure agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa. 
 
Il nome del Dio è collegato a due parole popolane riferite al pene: mūtto e mūtōnium. Lucillio è il primo a segnalare l’esistenza di entrambe le forme: at laeva lacrimas muttoni absterget amica (con la mano sinistra la ragazza asciuga le lacrime di Mutto).
 
Mūtōnium deve essere il termine più tardivo poichè si ritrova fra i graffiti di Pompei. Orazio, in una sua satira, immagina un dialogo dell’animo di un certo Villio con il padrone stesso: 
“Huic si muttonis verbis mala tanta videnti diceet haec animus: “Quid vis tibi? Numquid ego a te magno prognatum deposco consule cunnum velatumque stola, mea cum conferbuit ira?”
(A lui, che tanti mali ha subito, se l’animo gli dicesse, con le parole del mutto: “Che vai cercando? Sono forse io che ti chiedo una fica discesa da un console illustre e velata di stola quando la mia rabbia ribolle?”)
 
Completamente falso perchè i romani volevano le mogli illibate e ingenue, al punto che se le sposavano anche a 12 anni. E’ anche vero che l’amplesso in certi matrimoni precoci, stabiliti dalle famiglie per questioni di alleanze, non venivano mai, o quasi mai, consumati prima dei sedici anni.
 
Il suo tempio era posto sul colle Velia, anche se non ancora localizzato, e durò probabilmente dalla fondazione di Roma sino al I secolo a.c.. Stando a Festo esso fu distrutto per far spazio ad un bagno privato per il pontifex Gneo Domizio Calvino (prima del 75 a.c. – dopo il 20 a.c.), anche se si trattava di una delle costruzioni più antiche, ma ammesso sia vero, non se ne comprende la ragione.
 
Il culto di Priapo risale ai tempi di Alessandro Magno, ripreso poi dai Romani, collegato ai riti e alle orge dionisiache. Il suo culto era anche fortemente associato al mondo agricolo ed alla protezione delle greggi, dei pesci, delle api, degli orti.
 
Spesso infatti, cippi di forma fallica venivano usati a delimitare gli agri di terra coltivabile. Questa tradizione è continuata nel corso dei secoli ed è resistita alla moralizzazione medievale del monachesimo. Infatti ancora oggi, possiamo trovare diversi esempi di cippi fallici in Sardegna, Puglia, Basilicata o nelle zone interne di Spagna, Grecia e Macedonia del Nord.
 
L’archeologo britannico Robert Palmer sostenne che l’antico culto di Mutuno venne affiancato a quello di Libero, identificato spesso con Giove, Bacco e Priapo Lampsaco, e che Mutuno, nella forma di Libero, ricevette il sacrificio da parte di Giulio Cesare nel giorno del suo assassinio, ricevendone presagi negativi che Decimo Bruto cercò di minimizzare.
 
Cesare aveva precedentemente celebrato la sua vittoria della battaglia di Munda nei Liberalia, tenuti il 17 marzo in onore di Libero, e nelle idi di marzo visitò la casa del ‘’pontifex’’ Calvinus, probabilmente ubicata nelle vicinanze dell’antico tempio di Mutuno-Libero. Secondo Palmer questo diede ad Augusto il diritto di riformare il culto tramite il suo programma di ripristino religioso dove il Dio fu ellenizzato come Bacchus Lyaeus, colui che protegge da preoccupazioni ed ansietà.
 
Palmer mette in evidenza l’iconografia comune di Bacco-Libero-Priapo e l’etimologia associativa del nome della gens Titius. Il titus (“pene”) con le ali era un gioco di parole comune all’epoca, dal momento che la parola si riferiva anche ad un tipo di uccello.
 
Il fallo alato è un riferimento a Priapo Lampsaco, un motivo decorativo comune nell’arte romana, che funge anche da apotropaico contro il malocchio.
 
Plinio addirittura asserisce che il “Fascinus populi romani” era custodito nel Tempio di Vesta e che facesse parte dei sacra romana, ossia gli oggetti sacri protettori di Roma, nascosti e protetti dalle Vergini Vestali. Essi erano detti Pignora Imperii e finchè venissero custoditi l’Impero romano non poteva cadere. Essi erano:
– la pietra di Cibele, una pietra conica nera (forse un meteorite) considerata il betilo della Dea, trasferito a Roma durante le guerre puniche;
– la quadriga di Veio, opera in terracotta dello scultore etrusco Vulca che ornava il tempio di Giove sul Campidoglio;
– le ceneri di Oreste, figlio del re Agamennone e di Clitennestra e fratello di Ifigenia, Elettra e Crisotemi la cui vicenda è legata anche al lago di Nemi e a Diana.
– lo scettro di Priamo, ultimo re di Troia;
– il velo di Iliona, figlia suicida di Priamo;
– il Palladio,  la scultura fatta da Atena per l’amica Pallade;
– gli Ancilia, i 12 scudi bilobati dei sacerdoti Salii, uno solo dei quali era l’originale – inviato da Marte Gradivo a re Numa Pompilio come pegno dell’eterna invincibilità di Roma.
 
Alcuni miti romani, come la nascita di Servio Tullio, fanno intendere che il fallo fosse l’incarnazione della sacra forza generatrice maschile presente nella terra, e quando un generale celebrava un trionfo veniva appeso un fascinus sotto il carro per proteggerlo dall’invidia. 
 
Agostino d’Ippona, la cui principale fonte si presuppone fosse stata un’opera teologica perduta di Varrone, annota che durante la festa annuale di Liber, identificato spesso con Dioniso e Bacco, veniva portata in processione un’immagine fallica che doveva proteggere i campi dalla “fascinatio”, ossia dalle maledizioni e dal malocchio. 
 
E passiamo al più erotomane, maniaco e perverso nella storia dei Papi. 
 
Eletto Papa a soli 28 anni come persona, Giovanni XII si dimostrò totalmente inadeguato alla carica. Non pensò minimamente di interrompere la vita lussuriosa cui si era abbandonato fino all’elezione al Soglio pontificio, seguitando a vivere tra sfrenati piaceri. Il palazzo del Laterano, da quando divenne papa, si tramutò in una vera e propria casa di piacere. Il Papa amò circondarsi di belle donne e bei ragazzi conducendo una vita depravata, indegna della carica di pastore della Cristianità. 
 
Sulla condotta libertina del pontefice sono concordi tutte le fonti storiche coeve e successive. 
 
Il Liber pontificalis è impietoso nei confronti di questo pontefice. Oltre all’incipit riportato all’inizio della sua biografia («totam vitam suam in adulterio et vanitate duxit»[32]) e che, quando fu espulso da Roma in seguito all’arrivo di Ottone di Sassonia, “Campaniam fugiens, ibi in silvis et in montibus more bestie latuit”. 
 
Il vescovo di Cremona Liutprando, nel suo De rebus gestis Ottonis magni Imperatoris, affermò che Giovanni morì, colpito dal demonio, mentre commetteva adulterio con una certa Stefania: «…dum se cum viri cuiusdam uxore oblectaret, in temporibus adeo a diabolo est percussus, ut infra dierum octo spacium eodem sit vulnere mortuus. Sed eucharistiae viaticum, ipsius instinctu qui eum percusserat, non percepit…»
 
Ma altri Papi si sono dimostrati non meno perversi e dissoluti. 
 
L’Inquisizione si può considerare stabilita già nel Concilio presieduto da Lucio III a Verona nel 1184, ma è con Innocenzo III che si mette davvero in moto. Per reprimere l’eretico movimento cataro, diffuso nella Francia meridionale, il papa ordina la crociata albigese: il 22 luglio 1209, a Béziers, vengono massacrate 20mila persone («Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi», ordina il legato papale Arnaud Amaury di fronte a una chiesa dove hanno trovato rifugio catari e cattolici).
 
Giulio III (1550-1555): già da cardinale le pasquinate lo additano insistentemente come sodomita. Appena salito al soglio pontificio, al primo concistoro convocato nomina cardinale l’amante 17enne Innocenzo, figlio di un suo servo, che aveva già fatto adottare dal fratello Baldovino. È il peggior scandalo omosessuale della storia del papato, eccessivo perfino per la corrotta Curia romana, al punto da suscitare stupore nelle corti europee. Dopo la morte di Giulio III, privato di incarichi nella curia pontificia, tra violenze, stupri e omicidi, Innocenzo si rivelerà uno dei peggiori cardinali che la Chiesa abbia mai avuto.
 
Innocenzo VIII, al di là dei figli illegittimi (almeno sette), appena eletto papa emana la bolla Summis desiderantes, con cui autorizza gli inquisitori Enrico Kramer (autore del Malleus Maleficarum) e Giovanni Sprenger ad agire verso tutte le persone sospettate di essere in combutta con il diavolo. Nel 1487, Nel 1487 approva la nomina a Grande Inquisitore di Tomas de Torquemada e bandisce una crociata contro i Valdesi.
 
Alessandro Vi (1492-1503): Uomo dissoluto e libertino impenitente, Rodrigo Borgia non cambia abitudini una volta eletto papa. Anzi. Non solo continua ad avere figli illegittimi, ma nel 1501 organizza anche il “Ballo delle castagne”, leggendaria serata a luci rosse durante la quale 50 prostitute nude, strisciando su mani e ginocchia, raccolgono con la bocca castagne lanciate sul pavimento, mentre gli uomini presenti sono invitati a fare sesso con loro. Quando non è impegnato in orgie, Alessandro VI avvia guerre, avvelena cardinali e si preoccupa di accumulare denaro per la sua famiglia.
 
Stefano VI (896-897): il breve papato di Stefano VI viene ricordato per il grottesco “sinodo del cadavere”: nel gennaio dell’897, il papa ordina un processo contro il predecessore Formoso, accusato di essere salito al soglio pontificio grazie all’appoggio del partito filogermanico. Ma l’imputato è già morto e quindi a essere giudicato è il suo cadavere riesumato: riconosciuto colpevole da un apposito tribunale, il corpo di Formoso viene spogliato dei paramenti papali, subisce l’amputazione delle dita della mano destra e infine è gettato nel Tevere. Lo strazio del cadavere suscita a Roma una rivolta che si conclude con la cattura del papa. Deposto e imprigionato a Castel Sant’Angelo, Stefano VI sarà ucciso per strangolamento a ottobre dello stesso anno.
 
L’espressione saeculum obscurum, coniata dallo storico Cesare Baronio per indicare l’epoca di maggior decadenza della Chiesa (in cui sono concubine e cortigiane a influenzare la politica del papato), inizia con l’elezione di Sergio III. Conosciuto come “schiavo di tutti i vizi” dai suoi cardinali, partecipa attivamente al sinodo del cadavere di Formoso e arriva al potere deponendo l’antipapa Cristoforo, che poi fa uccidere. Non si sa se sia il primo, di sicuro non sarà l’unico omicidio da lui ordinato. Successivamente ha un figlio con l’amante minorenne Marozia («Bella come una dea e focosa come una cagna, viveva nel cubicolo del Papa e non usciva mai dal Laterano», scrive di lei Liutprando da Cremona), che diventerà papa con il nome di Giovanni XI.
 
E per pudore fermiamoci qui. 

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui