
di Dario Martello
Osservai la radura stringendo forte la carta. Mi stavo chiedendo perché tutti si ostinassero a ignorare lo specchio che il guardiano teneva appoggiato su quel carro. Era lì la chiave di tutto. Perché nessuno sentiva il desiderio di attraversarlo? Ignoravano forse che vi fosse un altrove? Che vi fossero altri spettacoli? Ero dunque l’unico che, insieme al giovane e a quella vecchina, dopo averne varcato la superficie, serbava il ricordo del mondo che in qualche modo celava e, proprio per questo, ero arrivato a conoscerne la funzione di intercapedine, mentre chi lo osservava da questa parte era impossibilitato ad assumere la prospettiva necessaria per poterlo percepire chiaramente? Era questa, per loro, l’unica vera realtà? Sicuramente vi erano anche altre ragioni che ancora non riuscivo a comprendere.
Chissà se un giorno sarei mai tornato ad attraversarlo, quello specchio, trovandoli ancora tutti lì, burattini inconsapevoli, comandati a bacchetta dal loro guardiano, oppure avrei trovato qualcosa di nuovo e di diverso: entità divenute finalmente consapevoli che esisteva un altrove posto al di là di quel vetro. Ero perplesso nel constatare che, a ben vedere, riflettendo su tutto ciò che mi stava accadendo ora, potesse esistere la possibilità, seppur remota, che mi fosse capitata la stessa cosa mentre mi trovavo dall’altra parte, in quello che ritenevo essere il mio vero e unico mondo. Mi domandavo se avessi già percorso, nei due sensi, quel tragitto, per poi dimenticarlo. Forse esistevano davvero due mondi paralleli abbracciati da un’unica realtà. Oppure, che in fondo era la stessa cosa, un unico mondo diviso in due realtà parallele. E nel mezzo, quello specchio. Un continuo andare e venire ciclico, forse senza fine, o peggio, senza un fine. Mi stupii nel pensarla in questo modo; evidentemente, questo strano posto stava cominciando ad avere su di me un qualche effetto.
Restava il fatto che adesso, sebbene mi apparissero sempre più vaghi e sfumati, quasi fossero stati solo sognati, riuscivo a ricordare brandelli di quell’altro mondo, quello che ancora ritenevo essere l’unico vero. Perché ora riuscivo a ricordare? Indubbiamente qualcosa doveva essere successo. Dove mi trovavo veramente adesso? Domande a cui non sapevo rispondere e che sentivo essere alla base della mia inquietudine. Mi sfiorai la leggera tumefazione al braccio. Ma non adesso. Adesso non m’importava. Adesso c’era solo quel senso di nostalgia che alimentava in me il desiderio di voler andarmene da qui.
Socchiusi nuovamente gli occhi e mi rividi in quella casa. Cosa poteva ancora servirmi? L’abilità, la perseveranza, non certo i fucili? No. Dovevo trovare dentro me stesso quello strumento che, abbinato alla carta, mi avrebbe permesso di infrangere lo specchio. Ma certo, pensai: mi mancava ciò che nessun altro avrebbe mai potuto darmi, ciò che sentivo così tanto mancare in questo posto. Sì, era il sentirmi vivo al di là di quello specchio. Lo stesso desiderio che mi spingeva a voler rivivere l’emozione che avevo provato in quella casa dispersa nel deserto. Ora ero sicuro di potercela fare, a patto di proteggere questo mio anelare dalla curiosità indiscreta che questo posto sembrava avere, per andare a infrangere quel grande vetro, parzialmente celato dietro al suo tendone rosso, che vedevo appoggiato sul pianale del carro fermo in mezzo alla radura, rimasto lì apposta, ad attendere il mio arrivo.
Furono i più piccoli a sorridermi per primi, presto seguiti dal saluto degli adulti, che si andarono moltiplicando man mano che avanzavo cauto in mezzo a loro. Sembravano felici di poter finalmente abbandonare, forse proprio grazie alla mia presenza, quella rigida postura che gli conferiva un’aria talmente artificiosa da rasentare, vista così da vicino, il ridicolo. L’innaturale fissità dei loro corpi cedette rapidamente il posto alle movenze tipiche di chi è vivo, rassicurandomi non poco.
Mentre mi approssimavo al carretto, mi era sempre più difficile non pensare a come aggirare la vigilanza del guardiano e dei suoi accoliti. Intravedendo lo specchio tra le persone che mi si paravano davanti, pensai a una soluzione e, immediatamente, il paesaggio mi si frantumò di nuovo in una miriade di schegge che, allontanandosi nelle più disparate direzioni, mi confusero la vista al punto da provocarmi un paralizzante senso di vertigine. Chiusi gli occhi e strinsi la carta. Quando li riaprii, vidi un bambino, abbigliato da perfetto scolaretto con l’immancabile camicetta bianca e pantaloncini neri calzati a mezza gamba, che, probabilmente incuriosito dal mio aspetto… ero scalzo, avevo i piedi tutti scorticati e indossavo una salopette un tempo candida, ora umida e strappata sul fondoschiena, tappezzata, proprio lì, da una serie di macchie verdognole tendenti al marroncino, le più adatte a suscitare l’ilarità dei presenti… dopo essere riuscito a eludere la sorveglianza della madre, intenta a conversare con un’altra donna girata di spalle, stava correndo verso di me. Si avvicinò afferrandomi un lembo dello strappo, tirandolo a sé. «Mi porti con te… mi porti con te… mi porti con te…», continuava a ripetere petulante. «Perché? Non ti piace stare qui con la tua mamma?» Mi si era aggrappato talmente forte che non potei fare a meno di prenderlo in braccio, trasformandolo in un inconsapevole talismano lasciapassare. «Dove vai, dove vai…», cantilenava divertito, giocando con la punta del mio naso, stringendolo forte tra le dita.
Fu in quel momento che capii il vero motivo del perché volessi andarmene: la sola cosa capace di darmi la forza necessaria ad affrontare chiunque avesse tentato di sbarrarmi la strada, fu l’emozione che provai nel guardarlo dritto negli occhi, cogliendovi, al di là del colore dell’iride, la scanzonata innocenza dell’autentica gioia di vivere. Raccolsi il distillato di quell’emozione in una coppa e ne bevvi il nettare. Eventi confusi, sparsi qua e là, fatti di amori e odi provati e dispensati in egual misura, mi si affastellarono nella mente, intrecciati a speranze e delusioni, andando a formare l’arazzo della mia vita: fatta non solo di eventi importanti, ma soprattutto di quelle piccole cose che, se vissute con lo spirito giusto, risaltano al pari degli episodi memorabili, rendendo l’esistenza, qualunque esistenza, degna di essere vissuta. Ma era soprattutto l’indelebile reminiscenza di colei che per tanti anni mi era stata a fianco, e che ora vedevo stagliarsi nitida, a occupare la pagina centrale dell’album dei ricordi, andando a formare l’immagine che più di ogni altra mi procurava un fremito di nostalgia. Non saprei dire se fosse stato sempre vero amore; ma l’averne percorso insieme un tratto di strada così lungo e spesso in salita, sorreggendoci l’un l’altro quando s’inaspriva, lottando perché il veleggiare sopra un mare in burrasca non ci portasse a schiantarci sugli scogli, mi bastava per desiderare di riabbracciarla ancora una volta.
Era stata dura, però. La fatica di estorcere alla terra il magro sostentamento per sfamare quell’unico figlio che un morbo sconosciuto, in così giovane età, mi aveva strappato dalle braccia, mi lacerava dentro, conficcandomi nell’animo una spina che il trascorrere del tempo non era ancora riuscito ad estrarre. E poi gli amici: il lato della vita che forse più di tutti gli altri mi aiutava a farmene dimenticare le brutture. Quante serate alla taverna del villaggio, a riviverne le battute di caccia, regolarmente trasformate in una gara a chi sapeva meglio lustrarle rispetto alla realtà dei fatti, per il solo piacere di scorgerne lo stupore sui volti degli avventori di passaggio. Dov’erano finiti tutti quanti? Qui, senza il calore di quelle emozioni, mi sarei sentito perennemente avvolto in un freddo drappo grigio, che altro non avrebbe fatto se non ingigantire il disagio della mia solitudine.
«Torna subito qui!» Era la voce preoccupata della madre, che chiamava a sé il figlioletto. Arrivò trafelata una donna non più giovane ma ancora piuttosto attraente, dalla carnagione olivastra, parzialmente abbrustolita dal sole, a denotarne il duro lavoro nei campi: la tipica lavoratrice col cappello di paglia a larghe tese, a proteggerle il capo dai suoi raggi e a celarne i lineamenti del viso da sguardi troppo indiscreti. Si affrettò a scusarsi per l’invadenza del bambino, a suo dire un vero discolo. Minimizzai, anche perché, distraendomi, mi aveva permesso di avvicinarmi quanto bastava al carretto. La accolsi con l’atteggiamento di chi rivede, dopo tanto tempo, una persona conosciuta. Non badai troppo a capirne il motivo, ma ne approfittai per attaccare subito discorso, fingendo d’interessarmi a questioni di nessuna importanza, cercando allo stesso tempo di sviare l’inevitabile ironia che il mio abbigliamento le suscitava, dilungandomi quanto bastava per arrivare al punto che più mi interessava, quando mi disse: «Li vedi quanti sono? Guardati attorno: riconosci qualcuno?» «Non mi pare», risposi. «E nessuno sembra riconoscere te, la tua storia, il perché ti trovi qui». «Anche per questo me ne voglio andare», replicai.
«Sì, sì, ti capisco. Non è facile da accettare. Ma gli altri, le persone che hai amato, quelle a cui hai voluto bene, e perfino i rompiscatole o quelli che, accecato dall’ira per un torto subito, magari avresti voluto strozzare con le tue stesse mani, qui non li ritroverai. E questo ti mette a disagio: ti fa sentire terribilmente solo, perché senti di averne ancora bisogno».
Le diedi ragione: cos’altro avrei potuto obiettare? «È vero: vorrei rivederli, solo per dirgli quelle parole che allora non ebbi il coraggio di pronunciare; perché non fraintendessero i miei gesti, per mostrare qualcosa di me stesso che non fui capace di trasmettere, che si sbagliavano a giudicarmi in un certo modo. Per avere un’altra possibilità…»
Mi interruppe: «di continuare ad amarli?» Lasciai volutamente cadere l’interrogativo, che sentivo essere altrettanto vero, sempre più distratto non tanto per ciò che mi stava dicendo, ma dal modo in cui me lo esprimeva. Mentre la osservavo sbuffare, assai scocciata per la resistenza che il suo pargolo le opponeva, non potei fare a meno di compararne la figura ad un’immagine che sentivo di aver già incontrato. Chi era quella donna e perché riusciva a farla emergere con tale forza da soverchiare qualsiasi altra, legando piacevolmente la mia attenzione al suono della sua voce più che al contenuto delle sue parole? «Io però sono convinta», proseguì, «che, in qualche modo, ci sia qui, tra tutti noi, qualcosa d’invisibile che ci unisce».
Smise per un attimo di lottare con la sua creatura che mi si era avvinghiata talmente forte al collo da rendere vano ogni suo tentativo di riprendersela. Prese a guardarsi attorno: «Vedi, siamo come gli alberi di questo bosco: specie diverse, eppure tutte scaldate dallo stesso sole e radicate nello stesso terreno da cui traggono il nutrimento. In superficie i rami non si toccano, ma in profondità le loro radici s’intrecciano, formando qualcosa di unico e indissolubile».«Cosa intendi dire?», replicai. «Ma niente», rispose, abbozzando un’alzata di spalle, «semplicemente che non tutto ciò che ci circonda ci appare sempre per come realmente è». Anche lei pareva aspettarsi che capissi le sue parole.
La nostra conversazione venne distratta da un uomo di mezza età con in testa un curioso berretto con tanto di pon-pon rosso, che sentivamo già da un po’ imprecare ad alta voce. Doveva aver perso qualcosa, tutto preso a rovistare in un ammasso di rovi lì vicino. Me lo indicò con un dito: «Ecco, per esempio, ti sembrerà strano, ma quello è un marinaio che probabilmente ha solcato i mari di mezzo mondo. Le carte, forse per ragioni che nemmeno lui ben conosce, lo hanno portato fin qui». Lo vedemmo esultare: evidentemente aveva trovato ciò che cercava. Ci passò davanti, contento di mostrarci un arrugginito sestante. Non potemmo evitare di guardarci perplessi, domandandoci a che cosa mai gli sarebbe potuto servire in questo posto, camuffando pertanto i nostri pensieri dietro a un sorriso empatico, anche se poco sincero.
Riprese a parlare: «Chissà, forse gli servirà la prossima volta che andrà per mare: un’esperienza che per noi non riveste alcuna importanza, ma che sente di dover ripetere, anche se magari può aver sbagliato rotta più volte, facendo addirittura naufragare la sua nave; eppure, al di là di tutti gli errori commessi e le difficoltà che ha dovuto affrontare, non ne ha avuto ancora abbastanza, ed è ciò che desidera più di qualunque altra cosa al mondo. Un fatto inspiegabile, non trovi?»
«Mah», risposi, cercando di allentare la presa del bimbo che insisteva nel serrarmi il collo con le sue braccine; «forse sarà per l’odore della salsedine, per la compagnia dei gabbiani che si rincorrono nell’azzurro del cielo, per la bellezza dei tramonti, per gli orizzonti senza confini, per quel senso di libertà che il mare gli trasmette, qualcosa che non lo appaga mai abbastanza». Le diedi una risposta tanto banale perché pressato dalla necessità di cambiare argomento. «Ma tu sei riuscita a portare qui tuo figlio».
All’udire queste mie parole la donna scoppiò a ridere. «Proprio così». Si tolse il cappello di paglia, prendendomi il volto tra le mani, sfiorandomi delicatamente le guance con le dita. Mi sentii ancora una volta pervadere cuore e pensieri da quella sensazione di fragranza conosciuta e, dopo essere finalmente riuscita, con gesto deciso, a strapparmi il pargolo dal collo, disse: «… prova a pensare cosa significa avere un’altra occasione per incontrare le stesse persone, per poter rivivere insieme le stesse esperienze». Le vidi disegnarsi sul volto un sorriso soddisfatto, per essere riuscita a riprendersi la creatura, ma forse soprattutto perché sembrava aver trovato le parole giuste per dire ciò che con così tanta fatica cercava di esprimere. «Non so, ma ho la sensazione che, prima di arrivare qui, abbiamo già percorso un tratto di strada insieme, a volte fermandoci per decidere quale fosse la via migliore da seguire. Sbagliando anche. Ma che importa? Avevamo bisogno l’uno dell’altro, perché la voglia di stare insieme ci impedisse di imboccare una strada che, se affrontata da soli, ci avrebbe portato a compiere sempre gli stessi errori».
Ero perplesso. «Di cosa stai parlando? Dove e quando ti avrei conosciuta? Non mi sembra di averti mai incontrato prima d’ora». «No? Ma ancora non l’hai capito? Sei sempre stato un gran zuccone», rispose, strofinandomi leggermente la tesa del cappello sulla punta del naso: «siamo stati l’uno per l’altro come il sestante per quel marinaio… e scusami ancora per l’invadenza del bambino… ora devi andare», concluse, dandomi un frettoloso bacio sulle labbra.
Provai a trattenerla, afferrandole un braccio. Ma inutilmente. Adesso era lei a divincolarsi. Si allontanò con quella piccola peste che prese a frignare a pieni polmoni, insistendo a protendersi verso di me, dopo aver resistito cocciuto ancora per un po’ alle sollecitazioni di sua madre. Evidentemente non ne voleva proprio sapere di andarsene, sentendosi più appagato, per ragioni ignote, nello starsene avvinghiato al mio collo che non della vicinanza di chi gli aveva dato la vita. Quella donna si voltò un’ultima volta, salutandomi da sotto il cappello, per poi confondersi definitivamente tra quella massa di gente anonima portandosi dietro la sua fragranza amica.
Anche il suo modo di camminare, così familiare. Com’era possibile? Iniziò a crescermi dentro un sospetto talmente assurdo da ritenere impossibile che fosse vero. Di una cosa, comunque, avevo raggiunto la certezza: questo posto era riuscito a farmi perdere, e questa volta sì, in modo definitivo, ogni residuo barlume di ragione. Dovevo agire in fretta, prima che mi spogliasse anche della volontà di andarmene.
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