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LA RESTAURAZIONE DELLA MEDICINA SACRA – PARTE I

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di Paolo Zanotto

La via filosofica alla salute nella tradizione platonica integrale

Prologo: Il tempo dell’oblio e la necessità del ritorno

Viviamo un’epoca di singolare paradosso: mai nella storia dell’umanità la cosiddetta “scienza medica” ha disposto di tali risorse tecnologiche, eppure mai come oggi l’uomo appare così profondamente alienato dalla propria essenza, così radicalmente separato dalla comprensione autentica di ciò che costituisce la vera salute. Quest’apparente contraddizione cela, in verità, una necessità logica: quanto più ci si allontana dai fondamenti metafisici della medicina tradizionale, tanto più si precipita nell’illusione di poter guarire il corpo separandolo dall’anima, di poter curare l’uomo negandone la natura divina, di poter costituire il benessere senza perseguire la virtù.

La modernità e ancor più la postmodernità hanno consumato un’opera di sistematica distruzione dei fondamenti sapienziali della medicina occidentale. Ciò che oggi si definisce “medicina scientifica” rappresenta non già un progresso rispetto alla medicina tradizionale, bensì il suo completo rovesciamento, una contraffazione che ne ha mantenuto il nome tradendone radicalmente la sostanza. Similmente, la psicologia contemporanea si è costituita come “psicologia senz’anima”, abbandonando ogni seria comprensione della psychḗ per dissolversi in un insieme confuso di pratiche empiriche prive di fondamento epistemico.

Il presente scritto si propone di restaurare, almeno sul piano teorico, l’intelligenza autentica di ciò che fu la medicina tradizionale occidentale, fondata sulla filosofia platonica integrale e sulla religiosità apollinea. Non si tratta di mera erudizione antiquaria, bensì di un’opera di radicale critica filosofica alla modernità sanitaria e di riproposizione operativa di una via di salute che coincide con la via della saggezza.

I. Fondamenti metafisici della medicina sacra

I. 1. L’Uno, il Bene e l’ordine ipostatico dell’essere

Ogni autentica comprensione della medicina tradizionale presuppone necessariamente la conoscenza della metafisica integrale, poiché la salute dell’uomo non può essere compresa se non alla luce dell’ordine ontologico complessivo. La filosofia platonica, nella sua espressione più pura e integrale, quale si manifesta nei dialoghi e viene confermata dalla tradizione neoplatonica fino a Proclo, afferma l’assoluta “primalità” dell’Uno-Bene quale principio trascendente ogni determinazione.

L’Uno è al di là dell’essere stesso, è quella realtà sovraessenziale dalla quale procedono, secondo un ordine gerarchico necessario, tutte le ipostasi divine. Esso è il Bene assoluto, non perché possegga una qualità particolare fra le altre, ma perché è il principio stesso di ogni perfezione, la fonte di ogni bontà e di ogni ordine. Da questo vertice supremo procede l’Intelletto divino, il Nous, nel quale sussistono le forme intelligibili eterne, gli archetipi di tutte le realtà. Dall’Intelletto procede l’Anima del Mondo, principio di vita e di movimento, mediatrice fra il regno intelligibile e quello sensibile.

Quest’ordine ipostatico non è una costruzione dialettica arbitraria, bensì l’espressione fedele della struttura stessa della realtà. La medicina tradizionale fonda la propria scienza sulla conoscenza di tale ordine, riconoscendo che la salute dell’uomo dipende dall’armonica integrazione del suo essere nei diversi livelli ontologici, dalla sua capacità di partecipare, secondo il grado che gli è proprio, alla perfezione divina.

I. 2. La natura metafisica del male e della malattia

Una questione centrale per ogni medicina che intenda ritenersi effettivamente integrale è la comprensione della natura del male. La tradizione platonica, contro ogni interpretazione dualistica, afferma con assoluta chiarezza che il male non è una sostanza, non è un principio metafisico contrapposto al Bene. Il male assoluto, essendo identico all’assoluto nulla, assolutamente non è; esso non può essere conosciuto né pensato in quanto tale, perché conoscere significa partecipare all’essere, mentre il nulla assoluto è fuori da ogni relazione ontologica.

Ciò che siamo soliti definire “Male” è sempre un non-essere relativo, una privazione di bene, un difetto nell’ordine dell’essere. La Diade indefinita del Grande e del Piccolo, che pure introduce nell’ordine cosmico il principio di molteplicità e di alterità, non può considerarsi come il Male in sé, poiché essa stessa procede dall’Uno e risulta inseparabile da Esso. La metafisica platonica è monistica e gradualistica, non dualistica: il male non ha autonomia ontologica, ma esiste soltanto come accidente, come diminuzione di essere.

Siffatta dottrina metafisica del male ha conseguenze decisive per la medicina. La malattia non è una realtà positiva che si aggiunge dall’esterno alla natura dell’uomo, ma è sempre una forma di privazione, di disordine, di alterazione della misura giusta che dovrebbe governare l’essere umano. Conseguentemente, la vera guarigione non consiste nell’aggiungere qualcosa che manca, ma nel ristabilire l’ordine originario, nel ricondurre l’uomo alla sua natura essenziale, nella quale la salute è connaturale.

I. 3. L’anima umana: origine, natura e destino

La psychḗ umana occupa una posizione mediana nell’ordine universale dell’essere. Essa non è il corpo, né un epifenomeno della materia, né una funzione cerebrale: l’anima costituisce una sostanza immateriale, di natura divina, dotata di autonomia ontologica rispetto al corpo. Le prove dell’immortalità e dell’incorporeità dell’anima, esposte magistralmente da Platone nel Fedone, nel Fedro e nella Repubblica, non sono semplici argomenti retorici, ma dimostrazioni rigorose fondate sulla natura stessa dell’anima quale principio di vita e di automovimento.

L’anima, prima della sua discesa nel corpo, contemplava le realtà intelligibili nella loro purezza. Lo stato originario dell’anima è quello “iperuranico”, nel quale essa partecipava direttamente alla visione del Bene, dell’Uno. La discesa nel corpo rappresenta una caduta, un oscuramento, una limitazione: l’anima, imprigionata nella carne, dimentica la propria natura divina e s’identifica erroneamente con il composto psicosomatico, con l’ego titanico che si costituisce nell’incarnazione.

Tale discesa non risulta, però, irreversibile. La vera natura dell’anima rimane immutata, sebbene velata dall’ignoranza. Il Nous, l’intelletto trascendente che costituisce il vertice dell’anima, non discende mai completamente nel corpo ma resta sempre orientato verso l’Intelligibile. È il suddetto nucleo divino dell’anima che rende possibile la filosofia, intesa non quale speculazione astratta, bensì come via di ritorno, come ascesi che riconduce la psychḗ alla sua condizione originaria di contemplazione.

II. La psicopatologia originaria e la condizione esistenziale dell’uomo incarnato

II. 1. L’ignoranza come radice di ogni male morale

La dottrina socratico-platonica identifica nel male-ignoranza il principio di ogni sofferenza morale e psichica. Simile affermazione, che a prima vista potrebbe apparire paradossale, rivela tutta la sua profondità quando si giunge a comprendere come per “ignoranza” Platone non intenda una semplice mancanza di nozioni, ma piuttosto uno stato di radicale alienazione dalla verità del proprio essere. L’ignoranza fondamentale è la non conoscenza di sé, l’incapacità di riconoscere la propria natura divina, l’identificazione con ciò che si è solo accidentalmente anziché con ciò che si è essenzialmente.

Siffatta ignoranza non risulta neutra: essa genera necessariamente sofferenza, poiché l’anima che non conosce se stessa cerca la felicità dove essa non può trovarsi, persegue beni apparenti che non possono saziare il suo desiderio infinito, si vincola a realtà effimere credendole eterne. L’ignoranza è dunque la matrice di ogni errore pratico, di ogni scelta infelice, di ogni condotta che allontana l’uomo dalla sua realizzazione.

II. 2. La costituzione dell’ego somatico e la duplice ignoranza

Con l’incarnazione, l’anima subisce un processo di oscuramento progressivo. Essa s’identifica con il corpo, assume l’oikeiosis animale, sviluppa quella che la tradizione definisce “identità titanica”. L’ego che si costituisce in detta condizione è un falso io, costruito sull’illusione dell’autonomia del composto psicosomatico rispetto all’ordine divino. Questo ego crede di essere ciò che percepisce sensibilmente di se stesso: un corpo vivente, sottoposto al divenire, alle passioni, alla necessità naturale.

Tale condizione implica una duplice ignoranza: innanzitutto, l’ignoranza della propria vera natura immortale e divina; in secondo luogo, l’ignoranza di questa stessa ignoranza, il non sapere di non sapere che porta l’uomo a credere di sapere ciò che invece ignora. Quest’ultima rappresenta la forma più pericolosa di non-sapere, in quanto impedisce il riconoscimento stesso della propria condizione di caduta e, quindi, preclude ogni possibilità di conversione.

Dalla duplice ignoranza scaturisce inevitabilmente l’orgogliosa “tracotanza” o hýbris, che si manifesta in avversione a Dio e alla Sua Giustizia. L’anima arrogante rivendica una falsa autonomia, si costituisce come principio a se stessa, rifiuta di riconoscere la propria dipendenza ontologica dall’Uno-Bene. La superbia è il principio di ogni vizio, di ogni disordine morale, di ogni sofferenza esistenziale: essa inverte l’ordine naturale dei beni, pone il corpo al di sopra dell’anima, il piacere sensibile al di sopra della virtù, l’utile immediato al di sopra del bene autentico.

II. 3. La follia universale e la vita bestiale

L’anima incarnata, quando è soggetta completamente all’ignoranza e alla superbia, vive in uno stato che può essere legittimamente definito come “follia” o “demenza”. Non si tratta beninteso di patologia psichiatrica nel senso moderno, bensì di una condizione esistenziale nella quale la ragione ha abdicato al proprio ruolo di governo e le passioni irrazionali dominano l’uomo. La vita condotta secondo i dettami del desiderio concupiscibile e dell’appetito irascibile, senza la guida della ragione orientata al bene, è a tutti gli effetti una vita bestiale, indegna della natura umana.

Siffatta condizione risulta universale nell’umanità decaduta. La maggior parte degli uomini vive in uno stato di permanente conflitto interiore, senza tuttavia comprenderne le cause profonde. L’anima è lacerata fra tensioni contraddittorie: desidera beni incompatibili, cerca una felicità che non sa definire, persegue obiettivi che, una volta raggiunti, non le danno la soddisfazione anelata. Questo conflitto permanente è la fonte della sofferenza psichica ordinaria, quella che affligge non i “malati mentali” in senso clinico, ma l’uomo comune nella sua quotidiana esistenza alienata.

La vita oscura dell’anima soggetta alla natura titanica è caratterizzata da una fondamentale irrealtà. L’uomo ignorante vive nell’apparenza, nella dόxa, ovverosia nell’opinione; prende per vero ciò che è falso, per sostanziale ciò che è accidentale, per importante ciò che è futile. La sua esistenza scorre nella superficie del sensibile, senza mai attingere la profondità dell’intelligibile. Egli è prigioniero della caverna platonica, incatenato e rivolto alle ombre che proietta il fuoco artificiale delle convenzioni sociali e delle credenze comuni.

III. La Psychḗs Therapéia: fondamenti della cura filosofica dell’anima

III. 1. La filosofia come medicina integrale

Contro simile stato di malattia universale si erge la filosofia, non intesa come semplice disciplina accademica o esercizio intellettuale, bensì come autentica via di guarigione, come terapia dell’anima e, attraverso di essa, dell’intero uomo. La vera filosofia è sempre stata medicina, fin dalla propria costituzione originaria in Pitagora. Il filosofo non è un teoreta distaccato, ma invece un terapeuta che applica a se stesso e propone agli altri una disciplina integrale di trasformazione.

Questa “costituzione originaria” non rappresenta soltanto un nome, ma anche un luogo. Se la filosofia nasce come medicina, una parte decisiva di tale nascita avviene nell’Occidente ellenico e, in particolare, nella Magna Grecia. Nell’antica Krótōn la tradizione pitagorica assume una forma di disciplina di vita, educazione, misura, ordinamento dell’interiorità. In detto contesto, la cura dell’anima e la regolazione del corpo non costituiscono ambiti separati, ma semmai due aspetti di un’unica paidéia, nella quale l’uomo è concepito come unità da ricondurre a equilibrio e limite. Non è un semplice caso che proprio l’ambiente krotoniate consegni anche un lessico medico coerente con simile impostazione. Alcmeone di Crotone definisce la salute come isonomía delle forze e la malattia come prevalenza unilaterale, adottando una terminologia che è insieme fisiologica e “politica”, con la quale si rende immediata l’idea di ordine come equilibrio. La fama dei medici crotoniati, attestata dalle fonti antiche, indica che non si tratta semplicemente di costruzioni teoriche: vi è una competenza pratica che accompagna e sostiene la visione integrale. In questa linea, il passaggio a Socrate si chiarisce come continuità di paradigma più che come semplice influenza: la tesi che la salute non coincida con il mero funzionamento, ma piuttosto con un ordine della vita secondo misura; e che tale ordine, per sua stessa natura, coinvolga l’etica nonché, indirettamente, la forma della comunità.

La definizione socratica della filosofia come “cura dell’anima” (epiméleia tḗs psychḗs) segna il momento fondativo della medicina filosofica occidentale. Socrate comprende che non si può curare il corpo senza curare l’anima; che, anzi, la cura dell’anima costituisce il fondamento di ogni altra cura. L’arte medica nel senso ordinario, che si occupa delle affezioni corporee, risulta subordinata e dipendente dall’arte superiore che ha per oggetto la salute dell’anima. Un corpo può essere momentaneamente “guarito” da una determinata patologia pur rimanendo l’anima malata, ma siffatta guarigione resterà sempre parziale, provvisoria, illusoria.

Platone sviluppa sistematicamente simile intuizione socratica, mostrando come la filosofia sia la téchnē che ha per fine la costituzione della virtù nell’anima e, tramite la virtù, della felicità autentica. La “felicità” (eudaimonía) non rappresenta uno stato emotivo di piacere, non è il “benessere” soggettivo di cui parlano le moderne pseudo-scienze psicologiche, ma costituisce piuttosto la condizione oggettiva dell’anima che ha realizzato la propria natura essenziale, che ha ricostituito in sé l’ordine giusto, che partecipa alla vita divina secondo la misura che le è propria. (continua)

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