Home Cultura RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (1)

RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (1)

0

di Dario Martello

          Al pari del sole che, dopo averci irrorato la vita con i suoi benefici raggi, a fine d’anno si fa pallido e stanco, perdendo progressivamente forza, così anch’io, mentre mi apprestavo ad affrontare il mio inverno esistenziale, sentivo venir meno quella volontà inesausta che un tempo mi rendeva capace di fronteggiare eventi e sventure con un piglio che pareva essere gemello del suo passato vigore. Che ne restava, ora, di tanto splendore? Poco o nulla, se ripenso al giorno in cui attraversai per la prima volta la superficie dello specchio per incontrarlo così da vicino, dopo averlo a lungo contemplato dal basso, talvolta appoggiato all’uscio della mia umile dimora, mentre, pieno d’invidia, lo ammiravo splendere alto e maestoso, dominare il cielo, insostenibile allo sguardo, tanto potente da accecare. Quel giorno d’inverno, durante la consueta battuta di caccia, il sole parve voler sparire in fretta, come astro codardo inseguito dalle tenebre, incapace di disegnare nel cielo nient’altro che una striminzita parabola radente l’orizzonte, dopo aver perso il piglio necessario a fendere la pesante coltre di nubi che parevano serrarlo in uno scrigno di piombo, reso ancor più greve dall’incipiente imbrunire.

D’un sole così esausto non sapevo che farmene, mentre mi incamminavo sulla via del ritorno, imprecando contro quel vento dispettoso che riusciva, non so come, e malgrado il pesante abbigliamento da caccia mi ricoprisse dalla testa ai piedi, a penetrarmi con le sue gelide folate fin dentro le ossa. Ero indispettito dal fatto che l’usuale tracht che indossavo, invece di ripararmi, sembrava volesse rendere ancor più difficoltoso l’incedere dei passi che, a fatica, si stavano facendo largo nella nebbia. Ero ansioso, come poche altre volte mi era accaduto in passato, di rintanarmi tra mura amiche, al punto da quasi dimenticare di raccogliere da terra il prezioso cappello ushanka che le raffiche di vento parevano divertirsi a strapparmi di continuo dalla testa.

Eh sì, stavo proprio invecchiando! E tuttavia, nonostante il nostalgico ricordo di quella giovinezza un tempo così luminosa e calda, la battuta di caccia, a dispetto del clima pessimo, non era andata poi così male: la mira, ancora buona, sorretta da un occhio affinato dall’esperienza, mi aveva consentito di mettere insieme un discreto bottino fatto di lepri, fagiani e pernici, che ora, mio malgrado, ero costretto a sobbarcarmi sulle spalle attraverso questo terreno infame, quasi si trattasse di un contrappasso vendicativo messo in atto dall’animale il quale, perdendo la vita, avrebbe presto deliziato con le sue carni le papille del mio palato. Gran merito andava ovviamente attribuito al fedele compagno di mille battute: un segugio di mezza età, dal fiuto tanto acuto e sempre pronto a seguire le tracce di qualunque preda, fosse anche in ambienti sfavorevoli com’erano quelli di questa uggiosa giornata. Certamente la meno adatta per sperare di ritornare a dimora con un lauto bottino a ricompensa di simile fatica.

          Camminavo ormai da non so più quanto tempo sotto questo cielo grigio, riflesso forse non del tutto involontario dei pensieri che mi frullavano in testa, quando il cane prese a segnalarmi tracce che conducevano ad un anfratto che mai prima d’ora, nonostante la buona conoscenza dei luoghi, mi era parso di aver incrociato: forse perché la nebbia, oggi così insolitamente fitta, lo rendeva appena visibile nella boscaglia. Non feci in tempo a trattenere l’ennesimo volo del cappello che già il cane ne aveva raggiunto l’imboccatura. Non avevo alcuna voglia di tardare: si stava facendo buio e il tempo non prometteva nulla di buono. Feci il solito fischio di richiamo, che il cane preferì ignorare per intrufolarsi all’interno. Poco dopo mi rispose con una serie di latrati, presto trasformatisi in guaiti amplificati dal rimbalzo sulle pareti: mi stava segnalando qualcosa, forse una presenza. Posi mano al fucile. Chiamai di nuovo il cane, questa volta senza ricevere risposta. Decisi, cauto, di entrarvi anch’io.

Nella penombra intravidi luccicare qualcosa sul fondo. Era forse uno specchio? Mi sbagliavo, ma solo in parte. In un primo momento fui sorpreso di vedere, in un luogo tanto insolito, quel grande oggetto di vetro dalla cornice finemente lavorata color oro, assai simile a quello che vidi appeso alla parete del salone dei ricevimenti quando, per un breve periodo di gioventù, ero stato assistente cuoco del governatore della contea; posto a far da sfondo al grande spazio, affinché non solo le dame ma anche i loro accompagnatori potessero dar fondo a tutta la loro civetteria, che sappiamo albergare, seppur in grado diverso, all’interno di ogni animo umano, in modo da compararne le figure riflesse per poi allestire, confabulando appartati, una gara a chi fosse il meno peggio abbigliato, avente come premio finale il tono dei commenti, più o meno piccati, che immancabilmente animavano il dopocena.

No: non era tanto lo specchio a luccicare in quella penombra, quanto ciò che, con mia grande sorpresa, mi fissava al di là di esso. Parlo di due enormi occhi dai mille riflessi cangianti che, nonostante la mia lunga esperienza di cacciatore, appartenevano sicuramente a un animale sconosciuto. Di certo non erano quelli del mio cane, e mi gelarono il sangue. Istintivamente arretrai, inciampando in un accidente di buca. La bestia, o qualsiasi altra cosa fosse, attraversò la superficie dello specchio balzandomi contro con la rapidità del fulmine e certamente più veloce della mia mano, che invano cercava di afferrare quell’inutile fucile che incautamente tenevo ancora cacciato all’interno del fodero.

          Ritornerà il sole a splendere alto nel cielo? Ritornerà la mia anima a brillare dopo aver riconsegnato alla terra le sue consunte spoglie mortali? Me lo chiedevo in quella grotta, dopo essere passato da cacciatore a preda. Stavo dunque per morire? Mi sentivo pervaso da un profondo torpore che, se non altro, attenuava il dolore delle ferite. Ero pronto a recitare la scena finale di uno spettacolo messo in piedi da chi, un giorno, decise, per diletto o forse, chissà, solo per noia, il copione che avrei dovuto interpretare fino a questo punto, scritto da un destino troppo spesso accusato di avermi lastricato il cammino di così poche gioie e tante insoddisfazioni, truccando una roulette la cui pallina avevo visto di rado fermarsi sulla mia casella, e perciò creduto ingiusto, forse solo perché non ero mai riuscito a farmelo davvero amico. Ora quel destino beffardo pareva lanciarmi fiori, sommergendomi di applausi, dopo avermi fatto incontrare chi, lacerandomi le carni, si apprestava a chiudere per sempre il tendone del palco, calandolo a coprire occhi troppo stanchi per essere tenuti ancora aperti.

          Mi sentivo così leggero. Dopo essermi staccato da terra, mi vidi in quella grotta: accovacciato in un angolo, tremante di freddo e di paura, ad abbracciare il mio cane, pure lui esangue, accorso a rifugiarsi per un’ultima volta tra braccia che ben poco conforto gli avrebbero potuto dare. Presi a volteggiare alto, oltre la coltre di nubi, in un cielo fattosi terso e luminoso, rapito a osservarne le sfumature dal tenue bagliore rossastro che solo i tramonti di questo periodo dell’anno sanno dipingere all’orizzonte, regalandoci una tavolozza trionfante di colori per la gioia dei nostri occhi. «Non temere» sembrò dirmi il sole, «domani tornerò ancora per te.» Lo sentivo. Non ero affatto sorpreso, neppure di saper volare; mentre lo guardavo inchinarsi dietro le montagne, ero certo che di un arrivederci si trattasse. In fondo, gli dovevo l’esistenza terrena: la costruzione di quel bozzolo di carne e ossa che, dopo aver attraversato la notte di una vita senza stelle, iniziava ad appesantirmi l’anima. Ma ora, comunque avessi vissuto, il solo fatto di poterne finalmente ammirare lo splendore, libero e visto da così vicino, senza che i suoi raggi mi ferissero gli occhi, mi appagava. Issato su queste ali, come novello sole ad ogni alba, ero pronto a seguirlo in cielo, senza rimpianti per ciò che di bello o di brutto ero stato costretto a lasciare in quella grotta.

          Vedevo le luci del villaggio, sempre più lontane, filtrare attraverso la coltre di nubi come rade lanterne sul punto di scomparire all’orizzonte. Una, però, simile al riflesso di quello specchio, risaltava su tutte le altre e si muoveva. Mentre la fissavo, una strana nostalgia prese a impossessarsi del mio volo, appesantendolo. Che cosa mi stava accadendo? Inutilmente distolsi lo sguardo. Iniziai a sentirmi risucchiare verso il basso. Tentai di resistere a quell’inaspettato richiamo, cercando di spingermi con tutte le forze ancora più in alto, ma invano: ormai mi muovevo in un’aria non più capace di sorreggermi. Vidi il sole tramontare dietro le montagne. Precipitavo nuovamente verso il basso. Attraversai in fretta la coltre di nubi. Le luci, sempre più vicine. Chiusi gli occhi, gridai, serrando i pugni: pronto a schiantarmi sulla superficie di quello specchio.

segue

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui