Home Opinioni QUORUM DELLE MIE BRAME, NON È PIÙ DEMOCRATICO IL REAME

QUORUM DELLE MIE BRAME, NON È PIÙ DEMOCRATICO IL REAME

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Democrazia negata, sospesa, solo apparente. O magari post-democrazia, quella del “pilota automatico” neoliberista, imposta a colpi di “ce lo chiede l’Europa”. Qualcuno l’ha più rivista, da queste parti, la democrazia compiuta? Si vota, naturalmente, per eleggere i governi; ma poi saranno altri poteri a governare per davvero, propinando la medesima agenda a qualsiasi esecutivo, a prescindere dal colore politico degli eletti. Ecco perché l’astensionismo ormai dilaga: la disaffezione elettorale è il sintomo, diffusissimo, di un malessere che sta diventando endemico. Come se la democrazia stessa fosse una frode, una presa in giro, un alibi: “Potete votare; dunque, di cosa vi lamentate?”. Bel modo, elegante, per legittimare la prevalenza di un potere superiore, autoritario e invisibile, dunque abusivo.

Stanno davvero così, le cose? E, nel caso: come se ne esce, se non con massicce dosi di democrazia effettiva, sostanziale? Lo afferma Gioele Magaldi, commentando il bruciante flop dell’ultimo referendum promosso dalla Cgil e appoggiato da Elly Schlein e compagni, rimasto lontanissimo dal quorum. La soglia vitale del 51% dei partecipanti è esattamente il problema, per Magaldi: «Se non fosse richiesto alcun quorum, per rendere valida una consultazione referendaria, avremmo una notevole affluenza alle urne, perché la voglia di vincere motiverebbe gli elettori dell’uno e dell’altro schieramento. Dunque, alla fine, avremmo più democrazia: perché gli elettori parlerebbero e conterebbero davvero, in quella che resta una forma assolutamente importante di democrazia diretta».

Questo in teoria, ovviamente; perché (come la storia nazionale dimostra) l’establishment può comunque aggirare i pronunciamenti democratici sgraditi alla marmorea burocrazia ministeriale, sempre disponibilissima verso i grandi poteri privati, italiani e non. Resta però il tema di fondo: più o meno democrazia. E il referendum, in questo, si conferma uno strumento irrinunciabile: una clava, per scuotere la palude. Senza il quorum, par di capire, non sarebbe cambiato nemmeno il risultato di quest’ultimo test: solo che la maggioranza degli italiani avrebbe bocciato attivamente le proposte avanzate, anziché limitarsi a restare a casa confidando nella (puntuale) diserzione delle urne.

A evocare l’astensionismo, tifando contro la partecipazione democratica, è stata la stessa Giorgia Meloni: ennesima performance mediocre della sua leadership non proprio entusiasmante. Il governo? Non pervenuto, in generale, sulle questioni strategiche: non ha una visione per il futuro dell’Italia e si accoda al rovinoso declino dell’eurocrazia bellicista, sperando al massimo nell’ipotetico salvatore Trump (dopo aver santificato Zelensky e incensato il catastrofico Biden). Vergognosamente sordomuta, la Meloni, anche dopo il boom della piazza pro-Gaza organizzata dalle sinistre: mentre la Spagna ha riconosciuto lo Stato di Palestina, la premier italiana non osa nemmeno alzare un sopracciglio per criticare Netanyahu.

Sul fronte opposto, spicca l’eroico Landini: fu provvidenziale nel 2021 per stampellare il regime dell’apartheid sanitario, quando il signor Draghi non esitò a far picchiare e spazzare via dai moli di Trieste i portuali di Stefano Puzzer. A Roma, i soliti teppisti telecomandati avevano vandalizzato la sede della Cgil. Obiettivo: rovinare la manifestazione oceanica indetta contro il ricatto delle restrizioni, contro la libertà condizionata dal lasciapassare verde. Ebbene: Landini si fece amabilmente lisciare il pelo in mondovisione da Super Mario, indimenticabile campione dei plutocrati anti-sindacali, per una volta disceso tra i comuni mortali a esprimere solidarietà al valoroso capo del sindacato appena oltraggiato dai barbari (scortati dalla polizia, tra parentesi).

Tuonava Paolo Barnard, anni fa: quando il Vero Potere si preparava a scotennarci, radendo al suolo operai e classe media, si rivolse innanzitutto alla sinistra sindacale, cioè la componente politica di cui i ceti meno forti si fidavano. Purtroppo, quel tradimento della sinistra è ormai nella storia. E i sindacati, in primis, iniziarono a negoziare la riduzione dei diritti sociali duramente conquistati nei decenni precedenti. Che poi i vari Landini amino ancora sventolare le bandiere rosse, quelle della Cgil che fu di leader come Di Vittorio, non deve stupire: è solo il packaging politico di un prodotto ormai tristemente vuoto, dopo tante battaglie che si è rinunciato a combattere.

Il campo del disonore si chiamò globalizzazione: turbo-capitalismo finanziario, delocalizzazioni selvagge. La sinistra sindacale franò senza lottare, offrendo il proprio scalpo. E con Bersani arrivò a festeggiare, insieme al sicario economico Monti, la fine della residua sovranità nazionale: l’inaudito obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione, varato dopo aver detronizzato Berlusconi (e comunque sottoscritto anche dal Cavaliere, sempre ricattabile dalle Borse) segnava la fine di ogni possibilità di manovra, da parte del governo, per agire sull’economia nazionale, dunque anche sull’occupazione. Il Jobs Act e l’addio all’articolo 18? Mere conseguenze: il guasto era stato fatto a monte, sabotando la finanza pubblica.

Tutto questo accadeva con la benedizione unanime dell’intero paese, tranne gli sparuti “sovranisti”. Ad applaudire la nuova tirannide in doppiopetto c’era ovviamente anche la Cgil. Landini? Oggi ha cercato di agitare nuovamente i diritti del lavoro, ma solo come esca: il vero obiettivo del referendum appena abortito era la cittadinanza da concedere celermente agli immigrati, per trasformarli in propri elettori. Sensazione sgradevole: la classica furbata all’italiana. Una volta al governo, si può immaginare, la compagine dei referendari (proni all’agenda unica del potere globale) non farebbe meglio della Meloni, vista la propensione appena esibita: grandi valori e temi serissimi, però serviti all’amatriciana, solo per infastidire la concorrenza (proposte quindi silurate, inevitabilmente, dal maledetto quorum). Ancora una volta solo episodi, pretattiche, derby: nessun vero disegno per il futuro, né dall’una né dall’altra parte.

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  • Redazione

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