
di Giuseppe Augieri
Leggo dell’ampio dibattito che si è sviluppato sulle liste degli “agenti sionisti” e sulla mancata comunicazione di dove è stata Meloni nelle ultime 36 ore. Quasi zero discussioni invece su quello che ha sostenuto Panetta – ed altri sullo stesso argomento – nel suo intervento a C.L.
Dall’alto della sua autorevolezza, Panetta ha sollevato questioni importanti, tra le quali ne individuo tre che considero di immensa importanza: europeismo, dimensione e sostenibilità del debito pubblico e immigrazione regolare.
Questioni che andrebbero affrontate con sensibilità, ma soprattutto senza strumentalizzazioni di logica elettoralistica. Ma non ho alcuna speranza che i tre argomenti non siano invece utilizzati dagli attuali opposti schieramenti come altrettante clave.
Eppure si tratterebbe di un errore gravissimo; e cercherò di dire perché, a mio parere è un errore da non compiere. Tratto oggi solo il primo argomento: ma nei due prossimi giorni parlerò degli altri due, per chi ha voglia e pazienza per seguire le mie riflessioni.
Comincio dalla questione europea. Si addensano fosche nubi sulla procedura di deficit eccessivo per l’Italia. Nella nuova squadra di Ursula von der Leyen c’è un nutrito pool di rigoristi che punta a prendere il controllo dei principali dossier economici. Nella precedente Commissione, si era cercato di trovare un punto di equilibrio tra le diverse sensibilità politiche, tra rigore e flessibilità. Non è più così. Al di là dei profili dei singoli, c’è anche che gli esponenti socialisti, solitamente più ostili alle politiche di austerità, si conteranno sulle dita di una mano.
In questo contesto, le sollecitazioni di Panetta a essere “più europeisti” sono giuste ma cozzano con questo clima che si è creato. La linea dell’austriaco Brunner, esposta in modo molto netto nel corso delle riunioni dei ministri delle Finanze, è chiara: «Se vogliono un aiuto da parte della Bce, Italia e Grecia devono prima mettere in ordine i loro conti». Brunner è in numerosa e solida compagnia sull’obiettivo Italia.
Che la questione sia tutt’altro che politica lo sintetizza l’accoppiarci con la Grecia. Spero sia chiaro.
Che Meloni si sia isolata politicamente è solo un’aggravante, non la causa. Ma io sono convinto che si alzerà un polverone su questo, non un dibattito sul come superare – anche alzando la voce, magari stavolta assieme alla Francia che sta peggio di noi – il muro che si sta creando.
E non si può alzare la voce se dietro a chi parla c’è una guerra per smentirne la credibilità. La posizione dell’Italia va certamente controllata, non contrastata. Anche perché bisogna essere molto attenti a come e al perché si “alza la voce”.
La scelta europeistica non è solo ideologica ma anche indiscutibile sul piano della “convenienza”. Bruxelles ha mille colpe, la peggiore di tutte di essersi “trasformata in un leviatano burocratico ingessato e ingestibile”. Ma l’accusa di essere responsabile del disastro dell’economia italiana negli ultimi trenta anni è falsa.
Avessimo continuato – come prima dell’Euro – a finanziare un crescente disavanzo stampando moneta – e dunque svalutando – saremmo oggi nella condizione del Venezuela di Manduro, per fare un esempio e non disturbare Weimar.
Gli “obblighi” europei e l’appoggiarsi all’Euro hanno comportato, come conseguenza di un qualche rigore, che la spesa per interessi sul debito è passata dal 12,1% del PIL del 1993 al 2,7% dello scorso anno. In termini assoluti siamo passati dai 105 miliardi ai 78,6 miliardi dello scorso anno. Cos’è successo? Abbiamo beneficiato del crollo dei tassi con l’ingresso nell’euro. I numeri sono chiari.
Il problema è che abbiamo sprecato il tutto aumentando di pari passo la spesa primaria più di quanto sarebbe stato necessario. E sbagliando gli indirizzi. E’ quello che cercherò di mostrare, con mie considerazioni, in un mio prossimo articolo.
Dunque dell’Europa non possiamo fare a meno. Nessuna concessione a pulsioni di sovranismo deve essere consentita. Ma la difesa delle ragioni dell’Italia, quella sì: va fatta e va assecondata. Ed appoggiata senza ammiccamenti di schieramento.





