
di Giuseppe Augieri
Quando si dice che il risparmio degli italiani assomma a oltre 10.000 miliardi di Euro, si pensano due cose sbagliate. La prima è che è un’esagerazione. La seconda è che questa somma sarebbe la prova di una ricchezza concentrata in poche mani. Due pensieri completamente errati. Sono dati BANKITALIA: circa 5.500 euro sono costituiti da immobili (quasi l’80% degli italiani possiede casa dove abita). Quasi 4.800 miliardi valgono invece i risparmi non investiti nel mattone (azioni, titoli di Stato, TFR depositati, assicurazioni e previdenza, conti correnti). Queste tre ultime voci non vedono concentrazioni che possano far pensare a patrimoni dei “ricchi”. Insomma, parliamo di ricchezza distribuita. Bene. Nel mese di dicembre 2022, il risparmio degli italiani, appunto quello “distribuito” è cresciuto di 40 miliardi di euro. con i depositi bancari al nuovo record di 1.854,4 miliardi (+30,1 miliardi rispetto a novembre). Contemporaneamente al balzo del risparmio, ci sono stati anche bassi consumi. Cosa significa?
Sale il risparmio, scende la fiducia nello Stato: questa verità economica è anche una chiave di lettura politica. Se non hai fiducia che le istituzioni siano in grado di far fronte alle crisi in atto (ed a quelle in arrivo) cerchi di spendere il meno possibile per precostituirti un tesoretto da utilizzare quando non potrai fare altrimenti. Lo fai anche se pensi che i prezzi aumenteranno: dunque la sfiducia è tanto forte da prevalere sulla logica (compro oggi perché domani mi costerà in più). Ovviamente per chi può fare risparmio: ma questa è una prateria ancora inesplorata.
C’è poi un secondo aspetto economico a forte incidenza politica: sapere come viene utilizzato il risparmio, dove e come lo si investe. Se nel 2002 gli italiani investivano l’8% della loro ricchezza finanziaria in titoli di stato, nel 2020 la quota è diminuita al 3% dei 4.777 miliardi complessivi. Un rapporto del CENSIS di qualche anno fa trovò che quasi due italiani su tre sarebbe indisponibile a “finanziare il governo”: il 61,2% rispose che, se avesse risparmio da investire, non avrebbe comunque acquistato titoli di stato. E non solo perché non rendono abbastanza.
Nelle recenti situazioni di fiducia degli italiani nei confronti dei Governi, ipotizzare, da parte di quest’ultimo, che i depositi bancari andrebbero disincentivati affinchè il risparmio domestico possa finanziare il debito pubblico, è ipotesi errata. L’era dei “Bot people” (quando c’erano i “ladroni” al governo: scusate il sarcasmo) sembra finita da un pezzo, e non solo per il crollo dei rendimenti offerti. Una analisi più accurata (quella CENSIS va ripetuta e fatta più a fondo) probabilmente direbbe ciò che alcune tendenze sembrano dire con chiarezza: cioè che le famiglie non vogliono continuare a finanziare spese eccessive, inefficienti, perlopiù clientelari, non oculate e in gran parte slegate all’erogazione di servizi elementari come l’istruzione e la sanità.
Perché magari confusamente, senza parametri oggettivi ma istintivamente, si capisce la differenza tra investimento e spesa. Il risultato finale: una allocazione sbagliata di risorse produttive che penalizza tutti, risparmiatori e Stato; e rende inoltre il nostro debito pubblico più controllato da Francoforte ed ostaggio dei capitali esteri. A maggior ragione perchè la BCE avverte che ci sarà una graduale (???) dismissione di titoli a suo tempo acquistati. Ci sarà un passaggio da BCE a privati di ingenti capitali. Cosa succederà è da prendere con le molle. Su questo provvedimento l’Italia non può sbagliare: e, se sbaglia, non sarà il Governo ma l’intero Paese a doversi leccare profonde ferite.
Questi da me citati, e mi fermo appena alla punta dell’ iceberg, non sono dati solo economici. Per me sono dati politici. Che dovrebbero illuminare la strada per governare. Ma anche per fare opposizione. Renderli più disponibili a tutti è quasi obbligatorio. Per capire.
Credo sia chiaro cosa intendo dire.





