Home Opinioni QUALE RIFORMA DELLA SCUOLA?

QUALE RIFORMA DELLA SCUOLA?

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di Gianvito Caldararo

Dopo il caso avvenuto nella scuola di Abbiategrasso si è acceso un ampio dibattito sulla scuola italiana e sul suo stato di salute.
Sono anni che si parla di riforma della scuola, ma non si giunge mai ad una organica e condivisa soluzione. Solo poco prima del Natale del 1962 venne approvata una riforma che istituì la Scuola Media Unificata, con l’applicazione finalmente della Costituzione della Repubblica che prevedeva otto anni di scuola gratuita e obbligatoria per tutti.
Fu la riforma che cancellava la discriminazione tra coloro che frequentavano la scuola media, destinata ai figli del ceto medio e della borghesia, che puntava al sapere universale e la scuola di “avviamento”, destinata ai figli delle classi povere e del proletariato, con una formazione che era destinata prevalentemente al lavoro manuale.
Con tale riforma l’anno successivo 1963/1964 la nuova scuola apriva le porte a ben 600 mila ragazze e ragazzi, figli di operai, artigiani, piccoli commercianti e braccianti, che fino ad allora non erano andati oltre la quinta elementare o l’avviamento professionale secondo le norme del 1928, nota come riforma Gentile.
La riforma del 1962, nota come riforma Codignola, dal nome del suo principale ispiratore e sostenitore, il socialista Tristano Codignola, fu una conquista storica in termini di uguaglianza. Una riforma che ebbe un successo sotto ogni aspetto, elevando il tasso dei quattordicenni in possesso della licenza media dal 46,8% all’82,3%. E decine di migliaia di giovani entrarono, poi, nei licei ma soprattutto nelle scuole ad indirizzo tecnico e professionali con una forte cultura di base, potenziando il sapere diffuso e avvicinando il sapere e il lavoro, contribuendo alla trasformazione dell’agricoltura, di ogni settore manifatturiero e del crescente sistema dei servizi, fornendo risorse umane adeguatamente preparate e ben professionalizzate.
Ma in quel Natale del 1962, il movimento verso la scuola non riguardò solo la generazione direttamente interessata dalla riforma, ma tutta una vasta parte “popolare” del Paese. Gli adulti e gli anziani, che in precedenza non avevano raggiunto le conoscenze basilari, furono investiti dall’onda positiva dell’effetto traino e spinti alla conquista almeno della licenza elementare.
Infatti, furono istituite le scuole serali per giovani adulti. La stessa Rai ampliò i suoi programmi di alfabetizzazione, impegnando il prof. Alberto Manzi, noto per aver condotto la fortunata trasmissione televisiva dal titolo “Non è mai troppo tardi”, consolidando l’idea che per imparare non è prevista alcuna età.
L’analfabetismo totale, cioè il non saper leggere e scrivere e far di conto in alcun modo, passò dal 13% del 1951 a percentuali comparabili con il resto dei Paesi europei.
Il neo ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha dichiarato che intende realizzare una scuola diversa di quella di Giovanni Gentile, “che aveva costruito un percorso di tipo piramidale dove al vertice c’era il liceo classico, poi il liceo scientifico e in fondo tutti gli altri”. Il ministro Valditara, invece, punta a porre i vari indirizzi sullo stesso piano e con pari dignità, e quindi da “questo punto di vista l’istruzione tecnica e professionale non debba essere considerata di serie B”.
Secondo il ministro, vi sono diverse intelligenze, tutte con pari dignità: “una intelligenza più teorica, una intelligenza più pratica, tutte devono essere valorizzate”. Da qui la rivoluzione – sempre secondo il ministro- del “merito” per costruire “non una società elitaria, aristocratica, ma capace di valorizzare i talenti di ciascuno, con la consapevolezza che in ogni essere umano ci sono delle abilità”.
Il dovere della scuola – prosegue il ministro – “è valorizzare le abilità di tutti, sostenendo chi è più in difficoltà così da recuperare il gap che hanno origini sociali. Tutti devono poter costruire il loro percorso di vita, la scuola deve sostenere le potenzialità di ognuno”.
In tale ottica, bisogna mirare a valorizzare sempre di più l’autorevolezza dei docenti. A partire dalla cultura del rispetto: verso il docente, verso lo studente, verso i beni pubblici.
Per quando riguarda l’istruzione tecnica e professionale si punta alla sua valorizzazione, per colmare il vuoto di circa un milione e duecentomila posti di lavoro che non vengono coperti per mancanza di qualifiche. Secondo il ministro, “è un delitto nei confronti dei giovani che non trovano lavoro, e il rischio per il sistema imprenditoriale che perde competitività”.
Bisogna mirare ad un maggior rapporto tra l’impresa e la scuola, puntando ad una seria e proficua attività di alternanza scuola lavoro, e dell’apprendistato formativo, senza trascurare quelle note discipline del sapere culturale universale. Si tratta di realizzare la “Scuola del dialogo”, cioè la scuola che deve mirare ad educare alla legittimazione e al rispetto dell’avversario”.
L’obiettivo è anche quello di mirare a riunificare il nostro paese, colmando quel divario di competenze tra i ragazzi del Nord e quelli del Sud. Intanto, il governo è impegnato ad affrontare anche il disagio che si è diffuso durante il periodo del Covid.19, puntando alla istituzione dello psicologo scolastico. A tal proposito, la Fondazione Veronesi, e lo studio del Dipartimento di Scienze Biomediche di Humanitas University, hanno fatto emergere che su un campione di 2.400 persone il 21 per cento ha peggiorato i rapporti col partner, il 50 per cento ha subito un incremento della fatica sullo svolgimento delle attività lavorative, e il 70 per cento degli studenti ha avuto un calo di concentrazione nello studio. Senza contare il ricorso ai farmaci, con il 14 per cento degli intervistati che ha dichiarato di aver iniziato ad assumere ansiolitici o sonniferi, e il 10 per cento antidepressivi.
Come pubblicato dall’OMS – Organizzazione Mondiale Sanità -, nel primo anno della pandemia la prevalenza globale di ansia e depressione è aumentata del 25 per cento. Questo scenario ha impattato, in Italia, con un sistema sanitario abbastanza carente e spesso messo in secondo piano rispetto ad altri settori della medicina. Dopo il caso avvenuto ad Abbiategrasso (MI), si sta affrontando il tema di prevedere nella scuola la figura dello psicologo scolastico, quale sostegno agli studenti affetti da disagi psicologici e per porre rimedio al sempre più diffuso fenomeno del bullismo.

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  • Redazione

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