
di Paolo Raffone
L’estate 2023 è caratterizzata dal tradimento e dalle misure di riequilibrio necessarie. Purghe, più o meno cruente.
La prima, in Cina, a inizio luglio con la scomparsa e poi la destituzione del ministro degli esteri Qin Gang sostituito da Wang Yi che è molto più aderente alla linea del presidente Xi.
La seconda, in Niger, a fine luglio con un gruppo di alti ufficiali militari formati dagli americani che depongono il presidente Bazoum, amico dei francesi, con l’accusa di alto tradimento.
La terza, in Ucraina, dopo una lunga serie, a inizio agosto con la dismissione dei capi regionali del reclutamento militare in un contesto di stanchezza della popolazione e di una controffensiva molto deludente.
La quarta, in Russia, volutamente coincidente con il vertice dei BRICS, con i consueti metodi il 23 agosto ha decapitato i vertici di quel che restava dei mercenari della Wagner rei di aver cospirato, con qualche generale prontamente allontanato, contro il potere del Cremlino.
In contemporanea, nel così detto campo occidentale non si usano le purghe (privilegio delle autocrazie) ma si pratica una prolungata notte dei lunghi coltelli che nel 2024 deciderà degli esiti elettorali americani ed europei.
Iniziamo dal più grande, gli Stati Uniti.
I tre cavalieri dell’apocalisse, i neoconservatori Anthony Blinken (Segretario di Stato), Jake Sullivan (Consigliere per la Sicurezza Nazionale), e Victoria Nuland (acting Vice Segretario di Stato), si trovano nell’infelice situazione di dover giustificare al “commander in chief”, il neo candidato presidenziale Joe Biden, i simultanei fallimenti delle loro politiche. Blinken, discendente di una ricca famiglia ebraica di banchieri ucraini, è l’architetto delle pie illusioni americane che immaginano di contenere la Cina, ridurre la Russia a innocua potenza regionale, e mantenere l’egemonia americana in Europa e nel mondo. Sullivan, nonostante il suo pedigree wasp, sembra venire da Marte come ha dimostrato a Gedda inscenando una tavolata con il principe assassino MBS e con ospite d’onore Zelensky, e aspettandosi di ricevere fama e gloria degne di una novella Versailles in cui, con il placet cinese, la Russia ne uscisse sconfitta e il suo capo accusato in una novella Norimberga. Nuland, discendente di una famiglia ebraica di medici russi, è l’architetto del cambio di regime antirusso in Ucraina nel 2014 che ci ha portato fino ai fatti odierni, e, insaziabile sostenitrice del “nuovo secolo americano” (delineato nel 1998 dal marito Robert Kagan), ha provato a riproporre lo stesso schema durante la sua visita in Niger a sostegno del deposto presidente Bazoum. Biden per ora incassa gli insuccessi – i lunghi coltelli si affilano – pensando alla sua campagna elettorale che di guerre in corso o in preparazione non ha certo bisogno. Intanto, ha istruito il suo proxy Josep Borrell (capo della diplomazia UE) per sconfessare la neoconservatrice europea, Ursula von der Leyen, e dire ai cinesi che la “EU Gateway” e la “BRI” sono complementari. Tra qualche giorno, invia a Pechino Gina Raimondo (Segretario al Commercio) con un’agenda distensiva che, dopo quella fallimentare di Blinken, segue una raffica di visite americane volute da Biden (Janet Yellen, Segretario al Tesoro, John Kerry, inviato speciale per il clima, e Henry Kissinger). Il braccio di ferro tra Biden e i neoconservatori si acuisce.
Che il “secolo americano” volga alla fine, e con esso forse anche i cavalieri dell’apocalisse, lo si deduce dalle mosse di un famoso speculatore finanziario, George Soros. Storicamente, Soros è stato uno dei grandi finanziatori della dissidenza oltre cortina, compreso il suo paese d’origine, l’Ungheria, durante la guerra fredda. Negli anni ’90 la Open Society Foundation (OSF) di George Soros, con un capitale di 1.8 miliardi, è stata il principale sostenitore e finanziatore delle organizzazioni della società civile (OSC) in Europa, una potente rete di ONG e istituzioni di formazione che ha promosso i dogmi “liberal” del “genere”, del LGBTQ, e in generale delle libertà individuali in opposizione alla tradizione (e alla storia). L’11 giugno 2023 l’ottuagenario George Soros ha passato al figlio Alexander le redini della OSF. Alexander ha annunciato il taglio del 40% dello staff e la sospensione dei finanziamenti alle OSC europee, con qualche eccezione nei Balcani e in alcuni paesi dell’Europa orientale. Una decisione presa senza aver condotto una valutazione rigorosa basata su dati concreti dei reali pericoli cui è confrontata la democrazia liberale dell’UE. Una decisione che riflette le preferenze personali di Alexander, ma che contiene un chiaro messaggio politico. Abbandonare la posizione quasi monopolistica di OSF evidenzia anche una verità profondamente scomoda: dopo decenni di sostegno quasi incondizionato, le organizzazioni non profit dell’UE hanno permesso la crescita di una dipendenza malsana, rendendo la partenza di Soros ancora più preoccupante. Abbandonare l’infrastruttura “civile” europea in un momento di grande difficoltà politica del progetto europeo, e con la costante ascesa di partiti politici di destra e di estrema destra, spesso sovranisti e illiberali, conferma quel senso di fine del “secolo americano” evidenziato anche dalle fallimentari politiche dei neoconservatori. La decisione di Alexander Soros sembra volutamente lasciare campo libero a nuovi finanziatori e donatori del conservatorismo politico e del radicalismo religioso.
In campo europeo, sia a livello dell’UE sia negli stati membri, più passa il tempo più si allargano le crepe nelle coalizioni politiche di governo, nelle istituzioni e nella società. Le istituzioni dell’UE sembrano una barca alla deriva dalla quale eminenti figure si staccano. Eclatanti le dimissioni del commissario alla concorrenza (che è il perno dell’UE) e del primo vicepresidente della Commissione che abbandona il pesante dossier del Green Deal (fiore all’occhiello della Commissione). Sempre più evidenti sono i dissidi tra Charles Michel (presidente Consiglio UE, cioè il consesso intergovernativo) Ursula von der Leyen (presidente della Commissione), ormai ben oltre la questione delle “sedie” turche. Finanche lo scialbo Josep Borrell (capo della diplomazia UE) nelle ultime settimane ha fatto dichiarazioni apertamente in contrasto con la von der Leyen (ad esempio su Cina e Africa). Il parlamento europeo, soprattutto dopo lo scandalo Qatargate, somiglia a un caravan serraglio senza una direzione comprensibile. Quasi tutti i governi degli Stati membri sono in sofferenza, con alcuni in aperta crisi politica. Un’Europa in queste condizioni resterà paralizzata per almeno 12 mesi, in attesa delle elezioni europee del giugno 2024 e soprattutto dell’esito di quelle americane del novembre 2024. Ce lo possiamo permettere?
Intanto, non possiamo non vedere la differenza tra i leader europei e quelli del resto del mondo. Una sessantina di leader si sono riuniti al vertice dei BRICS in Sud Africa. Nonostante lo sforzo dei media occidentali di voler trattare con sufficienza questi leader e i BRICS, basta avere la pazienza di ascoltare e guardare i video delle varie sessioni di lavoro dei BRICS. Modi è un grande oratore ed ha un gruppo di ministri di primo calibro. Xi Jinping parla da grande statista, con grande padronanza della cultura cinese e da teorico dello sviluppo socio economico della Cina. Putin e Lavrov cumulano circa 60 anni di esperienza in vari ruoli. Lula, Ramaphosa, ma anche i sauditi si stagliano rispetto ai nostri leader e ai nostri mal consigliati ministri che non conoscono la storia, la geografia, l’economia, la geopolitica, che sono senza coraggio, che non hanno viaggiato, che non sanno ascoltare e che, purtroppo, parlano di temi di cui non sono i massimi esperti. Ma di che cosa possono parlare una Meloni o una von der Leyen con leader come Xi, Modi o con il duo Putin-Lavrov?
E’ il caso che i cittadini europei, e italiani, prendano coscienza del gap tra i “nostri” e loro. Aspettarsi qualcosa dai nostri leader, in termini di miglioramento della nostra vita, è velleitario. Un’illusione che pagheremo molto cara. Qualcosa si sta muovendo, senza di noi.





