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LE POTENZIALI IMPLICAZIONI DELL’ALLARGAMENTO DEI BRICS

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di Marco Carnelos

A Johannesburg si è appena concluso il quindicesimo vertice BRICS e i suoi membri – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – hanno delineato alcuni principi per un potenziale nuovo ordine globale.

In particolare, hanno espresso “… preoccupazione per l’uso di misure coercitive unilaterali, che sono incompatibili con i principi della Carta delle Nazioni Unite e producono effetti negativi in particolare nei paesi in via di sviluppo”; in altri termini, hanno stigmatizzato le diffuse sanzioni unilaterali statunitensi.

Hanno sollecitato “…una maggiore rappresentanza dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo, nelle organizzazioni internazionali e nei consessi multilaterali”; vale a dire la fine del dominio occidentale all’interno del FMI e della Banca Mondiale.

Hanno quindi ribadito “… la necessità che tutti i paesi cooperino per promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali secondo principi di uguaglianza e di rispetto reciproco … [e] di trattare tutti i diritti umani, incluso il diritto allo sviluppo, in modo equo, sullo stesso piano e con la stessa enfasi.”; ovvero, i diritti umani non dovrebbero concentrarsi unicamente sulle libertà individuali e sulle sue questioni di identità e genere come la pratica occidentale sempre più frequentemente ed ossessivamente sembra privilegiare.

Tra le principali decisioni raggiunte dal Summit c’è il maggior allargamento del gruppo da quando è nato. Dal prossimo gennaio vi aderiranno sei paesi: Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran. Questo porterà i BRICS a rappresentare il 47% della popolazione mondiale e il 45% della produzione mondiale di petrolio. In termini di classamento dei BRICS con il loro alter ego, i G7, se nel 1995 quest’ultimo rappresentava il 45% del PIL mondiale e i BRICS solo il 17%, oggi i G7 sono al 29% e i BRICS al 32%. Con i sei nuovi membri aggiunti la quota di PIL mondiale dei BRICS raggiungerà il 37%, il tutto calcolato a parità di potere d’acquisto.

I BRICS vantano ora tre potenze nucleari militari (Russia, Cina e India), tre tra i principali produttori di energia del Medio Oriente (Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti); importanti paesi africani e arabi situati in posizioni strategiche come Egitto ed Etiopia, e un altro paese storicamente importante per l’America Latina, l’Argentina.

Il prossimo allargamento potrebbe includere Algeria, Indonesia, Kazakhstan, Messico, Nigeria, Pakistan, Turchia, Venezuela e Vietnam; ovvero grandi numeri in termini di energia (Algeria, Kazakhstan, Messico, Nigeria, Venezuela), popolazione (Nigeria, Indonesia e Pakistan), crescita del PIL (quasi tutti), capacità nucleari militari (Pakistan), status (Turchia con la sua appartenenza alla NATO) e delicata posizione geografica rispetto agli USA (Messico).

Non è ancora noto se i BRICS, nel nuovo formato allargato, assumeranno una nuova denominazione. Un termine che circola è BRICS 11, ma si potrebbe convenzionalmente definirlo anche G11, giusto per comprarlo al G7.

In un breve periodo, il G11 ulteriormente allargato potrebbe assomigliare a un G20 senza paesi occidentali; l’originale G20, dove Global West e parte del Global Rest si sono confrontati per alcuni decenni, potrebbe persino diventare irrilevante.

L’Occidente globale e i suoi media mainstream hanno trattato in modo sprezzante i BRICS enfatizzando i loro limiti e le loro tensioni reciproche ed interne. Nella migliore delle ipotesi lo considerano un club economico scoordinato, debole e fragile; nel peggiore, come un assembramento eterogeneo impegnato a lanciare un sistema di governance globale alternativo scarsamente credibile. In altre parole, un tentativo maldestro e ingenuo di passare dall’ordine mondiale basato sulle regole guidato dagli Stati Uniti a uno multilaterale indefinito e imprevedibile. 

In una certa misura, tali giudizi hanno un fondamento. In effetti, i novelli G11, non possono vantare la coesione e i solidi meccanismi di interazione, consultazione e azione che da decenni sono appannaggio dell’Occidente globale nelle sue varie articolazioni di G7, NATO, UE, QUAD, AUKUS ecc.. Tra Cina e India, in particolare, permangono tensioni e sospetti reciproci. I BRICS/G11, dopo tutto, sono arrivati tardi nel “business della governance globale”; per decenni quest’ultimo è stato una prerogativa occidentale concepita e guidata dagli Stati Uniti.

Tuttavia, da un altro punto di vista, tali giudizi sommari confermano ulteriormente quanto pericolosamente dissociati dalla realtà siano i membri del Global West.

Se Washington e i suoi principali alleati non avessero sprecato la straordinaria vittoria ottenuta con la fine della Guerra Fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e non avessero abusato delle loro posizioni, il gruppo BRICS probabilmente non sarebbe mai nato.

Dopotutto, negli ultimi tre decenni il Global West ha inflitto all’umanità un’impressionante sequenza di regole per l’ordine mondiale applicate in modo parziale e distorto, lunghe guerre in Asia Occidentale in contrasto con il diritto internazionale, sanzioni unilaterali generalizzate, l’uso coercitivo del dollaro, piani di aggiustamento macroeconomico guidati portati avanti dal FMI secondo le regole del cosiddetto Washington Consensus valide per tutti tranne che per i suoi creatori, e, più recentemente,  nuovi zelanti e indiscutibili “standard di transizione verde” applicati fanaticamente con il consueto doppio standard. L’ultimo esempio sorprendente è stato fornito dal Giappone, che – con il silenzio assordante degli altri partner del G7 – sta riversando nell’Oceano Pacifico 1,3 milioni di tonnellate di acqua radioattiva dalla centrale nucleare di Fukushima.

I BRICS riflettono un crescente disagio in gran parte del Global Rest riguardo alle politiche degli ultimi decenni del Global West. Il Gruppo è divenuto una sorta di avanguardia di questa reazione e il suo allargamento prova che tale reazione sta raggiungendo una massa critica. Ciò che sorprende non è tanto la reazione del Global Rest, ma il fatto che abbia impiegato così tanto tempo per manifestarsi.

Sarebbe tuttavia errato interpretare tale tendenza come una cieca deriva antioccidentale alimentata da vecchie rimostranze legate alle passate politiche coloniali o a quelle unilaterali durante il momento unipolare degli Stati Uniti negli ultimi tre decenni. La maggior parte dei membri di Global Rest preferirebbe risparmiarsi il crescente confronto che il Global West sta promuovendo secondo una matrice ossessiva. Quest’ultima crede il sistema mondiale sia ormai ad un epico punto di flesso della Storia caratterizzato da una competizione tra grandi potenze e, in particolare, democrazie e autocrazie che si confrontano, ancora una volta secondo la logica – tutta occidentale – del “o con me o contro di me”. Nel XXI secolo, le leadership occidentali sono purtroppo palesemente incapaci di concepire e gestire la politica globale in modi diversi dalla gabbia mentale binaria della “Guerra Fredda”. Si conformano al consueto pensiero di gruppo che, a tutti gli effetti, si è trasformato in una sorta di “immunità di gregge” nei confronti di qualsiasi tipo di pensiero innovativo. Il livello di dissonanza cognitiva che le contraddistingue è ormai divenuto stratosferico mentre quello di empatia cognitiva si è completamente azzerato.

Cina e Russia rimangono i due principali attori all’interno dei G11, benché il ruolo dell’India è in crescita. Tuttavia, sia Pechino che Mosca non possiedono all’interno del gruppo una leadership egemonica come quella che gli Stati Uniti possono vantare all’interno delle principali articolazioni del Global West. I G11, peraltro, preferiscono operare attraverso il consenso scelta che, ovviamente, presenta suoi inconvenienti ma che perlomeno ha il pregio di non offrire l’immagine di un gruppo asservito agli interessi specifici di alcuni suoi membri come è il caso del Global West a guida USA.

La dimensione militare del G11 è a dir poco embrionale. Ciò non dovrebbe tuttavia implicare che il rafforzamento del coordinamento tra i suoi membri non costituisca di per sé una minaccia. I G11 sembrano sempre più attratti dalla de-dollarizzazione e dalla ricerca di un sistema finanziario al di fuori dei consueti circuiti di New York e Londra e delle ferree regole emesse del Tesoro degli Stati Uniti. A tempo debito questo percorso potrebbe indebolire il potere globale americano che è in larga parte radicato nel dollaro USA come valuta di riserva globale.

La Russia è già fuori dai circuiti finanziari occidentali. La Cina sta facendo del suo meglio per seguirla. È prematuro parlare di una valuta del G11, ma le cinque valute dei fondatori (renminbi, rublo, rupia, rial e rand), le 5R, potrebbero aumentare il loro ruolo nel commercio bilaterale tra i membri del gruppo e in alcuni settori del commercio mondiale a partire da quello delle materie prime.

L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Cina stanno cedendo i loro stock di debito statunitense, ovvero stanno vendendo le obbligazioni del Tesoro USA che possiedono. La Cina, in pochi anni, è passata dalla condizione di primo sottoscrittore mondiale alla terza posizione, scendendo peraltro sotto la soglia psicologica del trilione di dollari.

Uno dei capisaldi delle transazioni energetiche mondiali e del potere finanziario degli Stati Uniti, il petrodollaro, sta scricchiolando. La Russia chiede rubli ancorati all’oro per il suo petrolio, la Cina sta spingendo per pagare le sue forniture energetiche dal Golfo in renminbi. Se all’interno dell’OPEC plus, dove l’Arabia Saudita e la Russia decidono le quote di produzione globale del petrolio e quindi il suo prezzo, la transizione dal petrodollaro a valute alternative e/o locali dovesse continuare, le implicazioni per lo status del dollaro potrebbero essere enormi, per non parlare di quello, potenzialmente catastrofiche per quanto concerne lo stratosferico debito USA che ha superato la soglia dei 30 trilioni di dollari. C’è il rischio potenziale di un meltdown finanziario planetario.

Tale tendenza, che caratterizza la produzione di combustibili fossili e il loro consumo potrebbe estendersi anche alle energie rinnovabili se consideriamo che le relative materie prime e le catene manifatturiere sono anch’esse significativamente localizzate tra i membri del G11.

In sintesi, i G11 si stanno posizionando in un delicato crocevia tra la gestione e transazione dell’energia globale (fossile e rinnovabile) e il relativo sistema di pagamento che, a tempo debito, potrebbe inaugurare una Bretton Woods 3 e rimodellare la politica energetica e finanziaria globale allo stesso tempo. Ci sono grandi produttori di energia nei G11 (Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran) altri potrebbero seguire con un ulteriore allargamento (Algeria, Kazakistan, Messico, Nigeria, Venezuela); i maggiori consumatori di energia (Cina, India, Brasile) potrebbero essere seguiti da altri (Indonesia, Pakistan, Turchia), miliardi di consumatori delle economie emergenti. Saranno tutti uniti nello stesso formato politico del G11 e, apparentemente, dall’obiettivo comune di affrancarsi dal dominio del dollaro USA come principale valuta di riserva. Le implicazioni potrebbero essere enormi, soprattutto se la tendenza alla de-dollarizzazione dovesse estendersi ad altri settori merceologici come prodotti agricoli, terre rare, prodotti hi-tech; o se accordi ad hoc per il commercio in valute locali dovessero diventare diffusi fino al punto di creare specifici blocchi commerciali regionali e/o continentali.

Di sicuro, il dollaro USA non perderà il suo status da un giorno all’altro, ma Washington farebbe meglio a prestare molta attenzione, e d’ora in poi dovrebbe essere più cauta nell’usare coercitivamente la sua valuta come ha fatto compulsivamente negli ultimi decenni. Il recente congelamento delle riserve di valute pregiate russe (e venezuelane) detenute nelle banche occidentali potrebbe presto rivelarsi uno dei più grandi errori commessi dal Global West nel ventunesimo secolo. Il messaggio inequivocabile che il Global Rest ha percepito da tale mossa è equivalente a quello verrebbe recepito ricevuto da un ipotetico comune cittadino che si reca presso la propria banca e vedere respinta la sua richiesta di poter disporre dei propri risparmi. La sua conclusione sarebbe “i miei soldi non sono al sicuro”.

Un nuovo mondo si va delineando, la banconota verde sta perdendo la sua attrattiva, allo stesso tempo, colui che la sta stampando in quantitativi massicci non ispira più né paura né rispetto.

Questo articolo è una versione tradotta ed ampliata comparsa sulla pubblicazione Britannica Middle East Eye il 26 Agosto 2023, www.midleeeasteye.net

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