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PUTIN, IL RUBICONE E IL FUTURO: ALEXEY DUMIN

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di Giorgio Cattaneo

E’ stato gravemente minacciato, Putin, per arrivare a dover mettere in piazza – con la clamorosa sceneggiata affidata al quasi-golpe da operetta recitato da Prigozhin – la necessità di regolare i conti (sotto gli occhi di tutti, stavolta) con l’oligarchia russa filo-occidentale, dominata dalla grande finanza ebraica che tutto controlla? Quella che offre Dmitry Koreshkov è una lucida analisi, basata su domande. Qualcuno pensa davvero che non fosse possibile fermare la colonna della Wagner nel cuore della Russia o, prima ancora, impedire alla compagnia mercenaria di raggiungere Rostov? E se l’ex “cuoco di Putin” fosse stato davvero un pericolo, c’è chi crede realmente che non sarebbe stato possibile fulminarlo sul posto, all’istante?
Koreshkov disapprova e condanna l’interminabile macelleria nel Donbass: sarebbe stato meglio se non fosse mai iniziata. E comunque: perché i russi hanno continuato a combattere con entrambe le mani legate dietro la schiena? Agire in modo risoluto – dice – avrebbe messo fine immediatamente alle ostilità. Come? Semplicissimo: bombardando tutti gli snodi strategici, le arterie, i depositi, le linee di rifornimento. Avrebbe ridotto quasi a zero le perdite, da entrambe le parti: ma non è stato fatto, nonostante l’immenso potenziale di Mosca. Si è preferito recitare una guerra di trincea, non decisiva e destinata a trasformarsi in lenta carneficina. Scelta cinicamente deliberata: da chi?
Da tutti, a quanto pare: si obbedisce all’oscura regia di un’élite apolide, transnazionale, che considera gli Stati come semplici piattaforme per inconfessabili affari, con la complicità di politici corrotti e ridotti a vassalli. Regolarmente sabotato e forse anche messo all’angolo, ora Putin ha deciso di scrollarsi di dosso i parassiti ai quali lui stesso era stato collegato? Forse lo si può spiegare anche così, l’ultimo sacrificio d’immagine che il 24 giugno ha gettato nell’ansia milioni di cittadini russi. L’ingombrante Wagner? Probabilmente sbaraccata, in parte trasferita in Bielorussia. A proposito: a trattare con Prigozhin non è stato Lukashenko, ma Alexej Dumin. Governatore di Tula, fedelissimo di Putin.
Proprio lui, Dumin – dice Koreshkov – potrebbe prendere il posto, un giorno, dello stesso Putin: sembra proprio un successore designato, per il futuro. A finire fuori gioco, a breve, potrebbe invece essere il ministro della difesa Sergej Shoigu: un classico relitto della vecchia nomenklatura dell’epoca Eltsin, eterodiretta dai santuari finanziari occidentali. Al suo posto potrebbe ben figurare il “generale Armageddon”, cioè Sergej Surovikin, che intanto potrebbe sostituire il generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore, altro protagonista dell’ambiguo letargo russo nel Donbass. Ma non si tratta di negligenze: la verità, infatti, sarebbe molto più grave.
Se le forze russe non hanno ancora premuto sull’acceleratore, semmai, è perché (a Mosca e in tutti i principali gangli del potere) è ancora forte la volontà di non rompere del tutto, con l’Occidente che ieri ha colonizzato la Russia e oggi vorrebbe sottometterla definitivamente. Quello che dev’essere chiaro, ribadisce Koreshkov, è che la vera guerra – non da ora – non si combatte certo in Ucraina: la partita è interamente giocata in Russia. E lo stesso Putin, per lunghi anni, ha flirtato con quegli oligarchi al soldo dello straniero: infatti non ha mai fatto nulla, perché la Russia smettesse di essere un semplice fornitore di energia a basso costo, rinunciando quindi a un vero sviluppo interno. Ha cambiato idea, adesso? Parrebbe proprio di sì.

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