Basta polemiche senza senso tese solo a esasperare il clima politico
Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore, tanto per cambiare, ha duramente criticato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, definendo il suo governo “profondamente fascista” e accusandolo di voler smantellare la Costituzione italiana del 1948.
Secondo Montanari, l’ideologia dell’esecutivo riprende retoriche mussoliniane, limitando il conflitto sociale e mirando a concentrare i poteri.
Montanari è stato presidente di Libertà e Giustizia (associazione di area sinistra) dal 2017 al 2019; ha collaborato con Sinistra Italiana (consigliere speciale del sindaco di Sesto Fiorentino Lorenzo Falchi) e nel 2017 è stato tra i promotori del “percorso del Brancaccio” (tentativo di unire la sinistra alternativa, insieme ad Anna Falcone).
Montanari ha sostenuto il No al referendum costituzionale Renzi-Boschi del 2016 e ha criticato duramente il PD, definendolo in varie occasioni responsabile di aver “distrutto il Paese”o di essere una “destra moderata”. Ha avuto rapporti di vicinanza (soprattutto su temi culturali) con il Movimento 5 Stelle, pur senza aderirvi formalmente e si definisce un “cattolico radicale”, influenzato dalle figure di don Lorenzo Milani e Giorgio La Pira.
Sarebbe interessante ricordare a Montanari che La Pira fu un pioniere del dialogo Est-Ovest, con viaggi in URSS (1959) e un incontro con Krusciov. Ebbe colloqui con Ho Chi Minh (1965) per mediare sulla guerra in Vietnam e diede vita a convegni per la pace a Firenze con sindaci di capitali del blocco sovietico.
La Pira, ovviamente, non era comunista né filo-comunista ideologicamente: era un cattolico integrale che vedeva nella persona e nella comunità i pilastri (influenzato dal personalismo).
Credeva però nel dialogo con tutti (compresi marxisti) per costruire una società più giusta, ispirata al Vangelo, senza relativismi. Contribuì al “compromesso costituzionale” nella Costituente insieme a dossettiani, socialisti e comunisti su diritti sociali e lavoro.
La Pira non si alleò mai organicamente con i comunisti, ma le sue scelte radicali sul sociale e la pace crearono convergenze pratiche e sospetti reciproci in un’Italia divisa dalla Guerra Fredda.
Il rapporto di La Pira con il fascismo è chiaro: oppositore del regime, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’30, con un impegno che lo portò a forme di resistenza culturale e, in seguito, a nascondersi.
Come molti giovani italiani del periodo, La Pira ebbe inizialmente alcune aperture o interessi verso ambienti culturali influenzati dal dannunzianesimo o dal clima dell’epoca. Tuttavia, queste vennero superate con il ritorno alla fede profonda e l’adesione al tomismo, che gli fornì basi per criticare le ideologie totalitarie.
Dal 1937-1939 in poi si distaccò nettamente dal regime. Ruppe con ambienti come la rivista Il Frontespizio e si impegnò contro le tendenze razziste (leggi razziali del 1938) e belliciste del fascismo.
Nel 1939 fondò la rivista Principi (in latino), uno strumento di resistenza pacifica e culturale: difendeva il valore della persona umana, la libertà e principi cristiani in contrasto con il totalitarismo fascista e nazista. La rivista fu soppressa dal regime nel 1940 (proprio con un fascicolo sulla libertà).
La Pira criticò apertamente l’invasione della Polonia e le alleanze del regime e aiutò aiutò anche famiglie ebree durante le persecuzioni.
La Pira fu però un amico e collaboratore di Amintore Fanfani. Si conobbero a Milano negli anni ’30-’40, insieme a Giuseppe Dossetti, formando il gruppo dei “piccoli professori” (o “professorini”), un nucleo di intellettuali cattolici riformisti che vivevano in modo ascetico e si confrontavano su cattolicesimo e società.
Dopo la guerra entrarono nella DC. Nel 1949 lavorarono insieme al Ministero del Lavoro: Fanfani come ministro, La Pira come sottosegretario.
La Pira (1904-1977) fu sindaco di Firenze (noto per il suo impegno sociale, il dialogo con i paesi comunisti e il pacifismo) e un cattolico di profonda spiritualità. Fanfani (1908-1999) fu uno dei grandi statisti della Prima Repubblica: più volte Presidente del Consiglio, segretario della DC, ministro e presidente del Senato.
Rimane il fatto che Fanfani ebbe una giovinezza di vicinanza al regime fascista, soprattutto sul piano intellettuale ed economico, che è documentata e riconosciuta dagli storici.
Negli anni ’30 sostenne il corporativismo (organizzazione dell’economia per settori/corporazioni), vedendolo come alternativa al liberalismo e al socialismo, in linea con la dottrina sociale della Chiesa. Preferì però il modello fascista rispetto a quello cattolico puro. Collaborò con la Scuola di Mistica Fascista, fu professore lì e scrisse articoli per la rivista Dottrina Fascista. Nel 1939 e 1941 espresse posizioni razziste e antisemite in scritti accademici, parlando di “purezza razziale” italiana e di necessità di contrastare l’“ebraizzazione” della società.
Dopo l’8 settembre 1943 si rifugiò in Svizzera per non aderire alla Repubblica di Salò, distaccandosi definitivamente dal regime.
Questo gli permise di entrare senza grandi ostacoli nella DC del dopoguerra, dove divenne un leader della sinistra interna (corrente fanfaniana), fautore di riforme economiche e di un ruolo attivo dello Stato.
I trascorsi di Fanfani non hanno impedito a La Pira di essergli amico e sodale.
A intellettuali come Montanari che sicuramente sono europeisti, va ricordato che il Parlamento europeo ha approvato risoluzioni che condannano i crimini dei regimi totalitari, equiparando nella condanna i regimi nazisti/fascisti e quelli comunisti (in particolare stalinisti), considerandoli entrambi responsabili di atrocità di massa su scala enorme.
La più nota è la Risoluzione sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (approvata con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti). La Risoluzione ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi, deportazioni e violazioni dei diritti umani su una scala senza precedenti nel XX secolo e promuove una cultura della memoria comune che respinga i crimini di regimi fascisti, stalinisti e altri totalitari/autoritari. Esprime preoccupazione per l’uso di simboli di regimi totalitari (inclusi quelli comunisti in alcuni contesti) e ricorda che alcuni Paesi europei hanno vietato simboli sia nazisti che comunisti.
Che facciamo? Chiediamo a tutti gli ex comunisti che stanno nel Pd di abiurare, di fare pubblica ammenda e, dopo averla fatta, di accettare di essere considerati comunque e per sempre comunisti? Fino alla tomba?
Giorgio Napolitano (1925-2023), ex Presidente della Repubblica italiana (2006-2015), ha avuto un lungo e complesso rapporto con l’Unione Sovietica, legato alla sua militanza nel Partito Comunista Italiano (PCI). All’ VIII Congresso del PCI (dicembre 1956), dopo la rivolta di Budapest repressa dai carri armati sovietici, Napolitano difese apertamente l’intervento dell’URSS. Criticò duramente Antonio Giolitti (che se n’era allontanato) e affermò che Mosca aveva impedito il caos controrivoluzionario in Ungheria e «contribuito non solo a difendere gli interessi militari e strategici dell’URSS ma a salvare la pace nel mondo». Questa posizione gli fu rimproverata per tutta la vita. In seguito espresse «grave tormento autocritico» e, da Presidente, nel 2006 rese omaggio alle vittime della rivoluzione ungherese e riconobbe che Giolitti aveva ragione.
Secondo la logica di Montanari mai e poi mai Napolitano avrebbe dovuto diventare presidente della Repubblica, perché era comunista filo sovietico e chi è stato comunista tale rimane per tutta la vita e anche nella tomba.
Che dire di D’Alema.
Massimo D’Alema (nato nel 1949), ex segretario del PCI/PDS, ex premier (1998-2000) e figura chiave della sinistra italiana post-comunista, ha avuto un rapporto complesso e stratificato con l’URSS, legato alla storia del Partito Comunista Italiano (PCI) di cui ha fatto parte fin da giovane.
Il PCI, fino alla svolta della Bolognina (1989-1991), era storicamente legato all’Unione Sovietica e riceveva finanziamenti occulti dal PCUS e da Mosca (documentati anche dall’archivio Mitrokhin), una pratica comune nella Guerra Fredda (simmetricamente alla DC con gli USA). D’Alema lo ha ammesso pubblicamente in interviste e interventi, difendendo la “diversità” del PCI: i soldi non andavano per arricchimento personale ma per il partito, a differenza della corruzione degli anni successivi.
Con l’Unione Sovietica c’erano legami ideologici, culturali e organizzativi profondi, anche se il PCI sviluppò progressivamente un’autonomia (eurocomunismo).
Da giovane Massimo D’Alema ha visitato l’URSS, inclusi campi pionieri come Artek (esperienza comune per quadri comunisti), ma apparteneva alla generazione più giovane e alla corrente riformista/critica verso il modello sovietico, soprattutto sotto la leadership di Enrico Berlinguer.
D’Alema ha guidato la trasformazione del PCI in PDS/DS, abbandonando il riferimento al comunismo e integrandosi pienamente nell’alleanza atlantica ed europea (fu il primo ex-comunista premier di un paese NATO) e negli anni successivi ha espresso giudizi critici sul crollo dell’URSS e sul mancato sostegno occidentale a Gorbaciov, vedendovi una delle radici di problemi attuali come l’ascesa di Putin.
D’Alema, pertanto, incarna la doppia anima del PCI tardivo: legami storici e pratici con Mosca (finanziamenti, relazioni di partito), ma distanza critica dal modello sovietico, in linea con l’eurocomunismo berlingueriano. Non è mai stato un “uomo di Mosca” nel senso ortodosso, ma un prodotto della cultura politica del più grande partito comunista occidentale, che ha saputo (o dovuto) evolversi dopo il 1989. Le sue dichiarazioni recenti confermano questa lettura: rimpianto per il PCI come esperienza collettiva, non per l’URSS come sistema.
Quando Sergio Mattarella ha deciso di fare per due volte il vicepresidente del Consiglio di un Governo D’Alema che ha fatto? Ha contravvenuto al dogma che chi è stato comunista lo è per sempre?
Eppure Sergio Mattarella è un amico di La Pira. Sergio Mattarella e Giorgio La Pira sono infatti legati da una tradizione politica e familiare nella Democrazia Cristiana (DC), con forti radici nel cattolicesimo sociale.
Bernardo Mattarella (padre di Sergio e Piersanti) era un esponente di primo piano della DC, più volte ministro nei governi De Gasperi, amico fraterno di figure come Alcide De Gasperi, Aldo Moro e Giorgio La Pira. Faceva parte di quell’area della DC attenta al sociale, al dialogo e alla pace.
Ecco che allora sarebbe opportuno, prima di parlare, di sciacquare le parole in Arno. Eufemismo.





