
Ripartiamo da zero.
Lo spettacolo è durato meno di 24 ore.
Alle 6.30 del 24 giugno Prigozhin annuncia di trovarsi al quartiere generale di Rostov e di avere il controllo di alcuni siti tra cui un aeroporto.
Putin parla alla nazione: “Ci hanno pugnalato alle spalle, ma difenderemo il nostro popolo e il nostro Stato da qualsiasi tradimento e i responsabili saranno puniti. Non si ripeteranno gli eventi del 1917”.
Prigozhin replica: “Si sbaglia, io non sono un traditore, basta con la corruzione e la menzogna”.
Tutto finisce entro sera. Tutti a casa in buon ordine.
Prigozhin è perdonato e con lui i suoi della Wagner.
Che la passeggiata di Prigozhin fosse solo una protesta contro la decisione di inglobare la Wagner nell’esercito russo lo si è capito fin da subito, perché due mila soldati in marcia su Mosca non sono sicuramente un pericolo, ma una carnevalata, della quale già si sapeva in anticipo.
Ne è convinto il politologo americano Edward Luttwak, il quale, in un’intervista al Messaggero, ha detto che la “rivolta” di Wagner non è un mistero: «Che cosa è successo? Basta riascoltare quello che Prigozhin diceva da mesi. Voleva che Putin sostituisse il ministro della Difesa Shoigu e il capo di Stato maggiore Gerasimov». «Quindi – continua Edward Luttwak – mi fa ridere che l’intelligence americana dica adesso che sapeva che Prigozhin stava preparando il golpe. Lo hanno detto pubblicamente per settimane. Prigozhin ha solo chiesto a Putin di sostituire gli incapaci. Lo scandalo non era che la guerra fosse andata male, all’inizio, è successo così anche nel ’41, perché quando metti i fedelissimi e non i competenti a comandare cosa puoi aspettarti? Prigozhin era scioccato che Putin non li rimpiazzasse. E ha fatto un’azione sindacale, tipo cortei dei postini o dei ferrovieri, non come la marcia di Mussolini su Roma. Alla presa di Rostov sul Don abbiamo visto gente che passeggiava tra i carri armati mangiando gelato. Ma il colpo di Stato si fa di notte e di nascosto, non si annuncia per mesi e mesi…».
Secondo Luttwak «Prigozhin non può essere condannato. È un patriota russo che vuole che la Russia vinca la guerra. Ed è il capo di un’azienda che si chiama Wagner. È immaginativo, abile, ed è stato efficace in Libia e in Mali. Ha perfino scalzato i francesi. Lukashenko non conta, è malato, non è stato neppure lui a fare la mediazione, ma qualcuno per lui. Se Putin non caccia Shoigu e Gerasimov, questa guerra continuerà a essere una distruzione lenta di tutta la forza che rimane alla Russia. Gli ucraini non possono fare la marcia su Mosca, né i russi su Kiev… Nel febbraio 2022 dissi pubblicamente che i russi avrebbero fallito, mentre la Cia voleva evacuare Zelensky». Shoigu, invece, «non sa comandare un plotone di 30 uomini. È un ignorante e continua a fare errori enormi. E Gerasimov? A lui si deve il fallimento della prima notte. Pensava di combattere la guerra del futuro…».
Per Luttwak, in sintesi, i due incapaci da cacciare sono esattamente quelli che voleva cacciare il capo della Wagner.
Per Luttwak Prigozhin è un patriota russo che vuole che la Russia vinca la guerra.
E’ sottinteso che c’è qualcuno che, per imperizia, per negligenza o altro, la guerra la sta trascinando senza che abbia un esito favorevole.
Perché non mettere nel conto che Prigozhin abbia fatto un favore a Putin, mettendolo nelle condizioni di mandare a casa Shoigu e Gerasimov, dopo aver mandato la Wagner in Bielorussia, salvandola dall’assorbimento?
Lo vedremo nelle prossime puntate di una resa dei conti, dove Prigozhin non sembra essere la vittima.
Per Luttwak, infatti, Prigozhin è il capo di un’azienda che si chiama Wagner. Un’azienda che si occupa di fare affari in Africa, dove è capace di autofinanziarsi traendo profitti dalle risorse dei Paesi africani ai quali fornisce competenze militari e di sicurezza. Un’azienda che, però, fa gli interessi geopolitici della Russia. Guarda caso, il ministro degli Esteri russo Lavrov afferma che “Wagner non perderà la sua fetta di torta africana e resteranno buoni rapporti con l’Africa”.
Lavrov ha infatti dischiarato che il gruppo paramilitare continuerà ad operare in Paesi come il Mali o la Repubblica Centrafricana.
“Sta facendo un buon lavoro – ha detto il ministro – e la ribellione di Prigozhin non influirà sui rapporti tra Mosca e i suoi amici africani”.
Grazie al gruppo mercenario, la Russia è infatti diventata un partner privilegiato di molti Stati africani.
L’attività del gruppo Wagner si svolge in tredici paesi diversi: Libia, Eritrea, Sudan, Algeria, Mali, Burkina Faso, Camerun, Sud Sudan, Guinea equatoriale, Repubblica Centrafricana, Madagascar, Mozambico e Zimbabwe. Tutti paesi ricchi di risorse naturali di cui Mosca ha bisogno e sulle quali si è sviluppata la forza della Wagner, non solo militare, ma economica.
Per anni il gruppo paramilitare Wagner è stato considerato il braccio armato di Mosca all’estero.
“Wagner ha una forte presenza in tutta l’Africa – ha affermato su Twitter Rob Lee, del Foreign Policy Research Institute – il Cremlino consentirà la stessa dinamica se Prigozhin e Wagner avranno sede in Bielorussia?”.
La risposta l’ha già data il presidente bielorusso quando ha detto che “la Patria è una” e ha messo a disposizione della Wagner un sito militare in disuso in attesa di costruire una sede adeguata.
Prigozhin, con la sua manifestazione sindacale, ha salvato la Wagner e, probabilmente ha messo Putin nelle condizioni di sostituire i vertici militari russi.
In un documento della Wagner postato sul canale Telegram alle 17.37 del 25 giugno è affermato che “Prigozhin intraprenderà un nuovo grande progetto sul territorio della Bielorussia”.
Una cosa da considerare, a proposito di quanto potrebbe essere in gioco in Russia, è che la Wagner non è il solo esercito mercenario.
Molte delle ricche e potenti compagnie militari private della Russia (PMC), reclutano un mix eclettico di ex forze speciali, prigionieri, estremisti, vagabondi, operando in tutto il mondo. Il putiniano Ramzan Kadyrov, che guida la Repubblica cecena, sta pianificando di creare una PMC da affiancare al suo gruppo paramilitare “Guerrieri di TikTok”. Il gigante energetico Gazprom ha creato due forze armate private, note come Fakel e Plamya, che hanno il compito di proteggere le risorse all’estero, in luoghi come la Siria e l’Ucraina. Il gruppo mercenario della Fratellanza ortodossa, legato alla Chiesa ortodossa, starebbe combattendo in Ucraina per proteggere la Russia cristiana da un Occidente decadente. Il gruppo di mercenari Patriot, fondato nel 2018, è controllato dal ministero della Difesa ed è composto da molti ex membri delle Forze speciali russe Spetsnaz.
Tuttavia, rimane aperta una questione, che è il motivo del titolo di questo articolo: gli oligarchi.
Non v’è dubbio che i più colpiti dalle sanzioni siano gli oligarchi, i quali fanno parte del “Club dei miliardari”, che è internazionale e trasversale e mal sopportano che la guerra in Ucraina stia mettendo a rischio i loro affari e i loro rapporti.
E qui ci soccorre l’articolo pubblicato ieri da Silverio Allocca, nel quale sono contenute alcune preziose indicazioni.
“Nello specifico, a mio avviso – scrive Allocca -, il pronunciamento della Wagner potrebbe anche essere stato un abile escamotage ben congegnato per disinnescare il pericolo di un prossimo tentativo di golpe –questa volta vero– architettato abilmente da certi ambienti moscoviti in combutta con oligarchi sin qui obtorto collo, o semplicemente opportunisticamente, vicini al Presidente della Federazione Russa, come sembrerebbero dimostrare diversi fatti e dichiarazioni, a partire dalle voci circolanti sulla ritenuta prossima (o già avvenuta?) estromissione del Ministro della Difesa della Federazione Russa, Gen. Sergej Kužugetovič Šojgu (accusato a più riprese da Prigozhin di essere contrario all’Operazione Speciale) e del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe, Gen. Valery Vasil’evič Gerasimov”.
A supporto della sua supposizione, che potrebbe non essere lontana dalla realtà, Allocca riporta il fatto dell’apparente fuga di diversi oligarchi i cui jet sarebbero decollati in fretta e furia, destinazione estero, nei momenti più concitati del presunto golpe, a partire dal Gulfstream G650 attribuito a Vladimir Olegovič Potanin (ex primo vice primo ministro della Federazione Russa nonché uomo d’affari, oligarca e miliardario, tra i più ricchi della Russia e tra i primi 55 al mondo con un patrimonio netto, secondo Forbes, di 28 miliardi di dollari nel 2021) partito, secondo i tracciati di FlightRadar24, da Vnukovo diretto a Istanbul. Per inciso altre destinazioni sembrerebbero essere state Bodrum, Baku, Tel Aviv e Dubai.
“Tra gli altri in ‘fuga’, diversi osservatori – scrive Allocca – avrebbero segnalato anche il Bombardier BD-700 Global Express di presunta proprietà dell’oligarca Arkady Rotenberg, fondatore della più grande società di costruzione di oleodotti del Paese, atterrato a Baku”.
“La domanda a questo punto più che legittima – scrive ancora Allocca – è: le loro partenze potrebbero essere legate ai rapporti con Šojgu e Gerasimov e a quella che, ogni ora che passa, sembra essere stata una mossa tattica per sventare un vero e proprio tentativo di colpo di Stato orchestrato da Šojgu, un colpo di Stato che, in ultima analisi, potrebbe essere stato favorevolmente visto da molti oligarchi (sin qui ufficialmente fedeli a Putin per accrescere i propri patrimoni) non più disposti a farsi carico delle crescenti incertezze correlate al futuro, al momento alquanto indefinito ed indefinibile, assetto globale postbellico?”.
Domanda più che legittima, avvalorata dal fatto che gli oligarchi appartengono a quel “Club dei miliardari” che ad ogni latitudine e longitudine, ormai da tempo, ha in mente di governare il mondo e che è stato messo in difficoltà dagli eventi bellici relativi all’Ucraina, i quali hanno scoperchiato il vaso di Pandora delle alleanze internazionali trasversali, innescando mutamenti sostanziali nell’assetto geopolitico.
Gli oligarchi sono i figli delle politiche di Boris Eltzin.
Una quadro interessante di quanto avvenne lo ha fornito il Sole 24 Ore il 24 aprile 2007.
“Eltsin – scriveva il Sole 24 Ore – vuole distruggere il sistema preesistente. Non ama gli economisti (gli Abalkin, gli Aganbegjan, i Petrakov, gli Shatalin, gli Javlinskij) che da tempo prospettano piani di riforma graduale. Sono, per lui, “gorbacioviani”. Dà ascolto invece a giovani economisti poco conosciuti, poco più che trentenni, neo-Chicago boys leningradesi, maturati nel chiuso di dipartimenti universitari o di redazioni di giornali o riviste di partito. I leader sono Egor Gajdar e Anatolij Chubais. Essi ricevono da Eltsin, digiuno di cultura economica, compiti e posti chiave, con i loro gruppi e i loro consiglieri (non sempre disinteressati): tra cui anche economisti occidentali (dell’Fmi e di Harvard) come Jeffrey Sachs. Con un decreto presidenziale, in vigore dal 2 gennaio 1992, Eltsin e Gajdar si propongono con meccanismi virtuosi a portare la Russia all’economia di mercato”.
“La privatizzazione della proprietà statale – proseguiva il 24 Ore – porta il nome di Anatolij Chubais”, il quale “cerca di creare un diffuso azionariato popolare, grazie alla distribuzione gratuita di voucher a tutti i cittadini della Federazione russa, che servirà loro acquistare titoli di società ‘azionarizzate’. Ma dei voucher si impadroniscono, rastrellandoli a basso prezzo, broker e società finanziarie. Al tempo stesso una importante quota di azioni è riservata a manager e maestranze delle aziende, gli insider. Ne fanno incetta i “direttori rossi” [gli attuali oligarchi, ndr] e i loro collaboratori e compari. […]. In un primo tempo, sono gli insider delle fasce alte delle aziende a essere i beneficiari della privatizzazione. Poi nel 1995-96 sarà la volta dei “nuovi ricchi”, fondatori, manager, grandi azionisti e Ceo di nuovi gruppi finanziari (come le “sette banche”): essi si impadroniscono delle aziende dei settori più redditizi della proprietà statale (energia, siderurgia, materie prime). Si applica lo schema “prestiti per azioni” creato da Chubais e dall’oligarca Potanin”.
“E’ – scriveva sempre il 24 Ore – “l’affare” o “il furto del secolo”. Un esempio: la società Menatep (di Khodorkovskij) compra un‘azienda petrolifera, la Yukos, che vale oltre 2 miliardi di dollari, pagando solo 350 milioni. In questo schema rientra anche l’appoggio finanziario e mediatico che Eltsin riceve da queste nuove figure sociali – gli oligarchi – nelle elezioni presidenziali del 1996, che vince battendo il candidato comunista”.
La grande ricchezza si concentra nelle mani di poche decine di oligarchi e nuovi ricchi.
Non è impossibile, anzi, è del tutto probabile che la vicenda Wagner abbia scoperchiato il vaso di Pandora degli interessi degli oligarchi che si intrecciano con quella della finanza internazionale e del “Club dei miliardari” che vorrebbe governare il mondo.
Se così fosse, la mossa di Prigozhin avrebbe spiazzato ogni possibile ulteriore tentativo degli oligarchi e di chi sta con loro.
Se le cose stessero davvero in questo orizzonte di possibilità, nei prossimi giorni dovremmo vedere qualche purga in azione.





