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Presentata Ferrari Luce e il marchio storico perde in Borsa oltre l’8%

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Ferrari Luce

Montezemolo chiede di staccare lo stemma del Cavallino rampante dalla macchina

Dire che la Ferrari Luce è una porcata forse è ingiusto, ma definirla brutta è farle un complimento.

È un telefonino su quattro ruote. E il telefonino si vede, perché a disegnarla è stato l’uomo che inventò l’iPhone.

Si chiama Jony Ive ed è lo stesso signore che alla Apple, qualche anno fa, regalò al mondo il mouse che per ricaricarsi muore. Lo capovolgi, infili il cavo sotto la pancia e resta lì, zampe all’aria, come uno scarafaggio agonizzante, inutilizzabile finché non ha finito.

Capolavoro di minimalismo: l’estetica che umilia la funzione. Tenetelo a mente, perché è esattamente la filosofia che Maranello ha appena comprato a peso d’oro.

Il risultato? Un guscio azzurrino “ispirato a una conchiglia”, a cinque posti e quattro porte, lungo cinque metri e pesante più di due tonnellate. Una Ferrari che non si vergogna di assomigliare a una Tesla, a una Honda, a un Tamagotchi su ruote.

Il prezzo, per chi volesse il privilegio: 550mila euro. Novantamila in più della Testarossa, quella vera, quella col motore.

L’hanno presentata in pompa magna, scomodando il Presidente della Repubblica e perfino il Papa, chiamati a benedire un bagno chimico in livrea celeste. Hanno mandato Hamilton e Leclerc a fare da valletti. Mancavano solo Lino Banfi e Checco Zalone e almeno avremmo riso volentieri.

Ha riso il mercato, invece. A meno di ventiquattr’ore dalla presentazione, il titolo Ferrari ha perso oltre l’otto per cento, bruciando quasi cinque miliardi di euro.

Una pernacchia da cinque miliardi, la risposta più sincera che il denaro sappia dare.
E che dire dei grandi vecchi?

Montezemolo, che la Ferrari l’ha guidata per ventitré anni, non ha usato giri di parole: “Si rischia la distruzione di un mito. Togliete almeno il Cavallino da quella macchina”.

Quando l’uomo che ha incarnato l’epoca Schumacher ti chiede di staccare lo stemma, qualche domanda è lecita.

C’è chi sostiene, malignamente, che a Maranello l’energia per la Luce l’avrebbero già trovata: basterebbe collegare una dinamo a Enzo, che nella tomba gira a pieni giri da quando ha visto la conchiglia azzurra.

Altro che batteria. È la fonte rinnovabile più sincera mai concepita, il fondatore che si rivolta tanto forte da illuminare la lampadina.

Ma il film, in Italia, l’avevamo già visto. Era il 1983 e l’Alfa Romeo ebbe l’idea geniale di sposarsi con la Nissan: prese la scocca della Cherry giapponese, ci montò il motore dell’Alfasud, ci incollò lo scudetto sul muso e la chiamò Arna.

Lo slogan, indimenticabile, prometteva: “Arna. E sei subito alfista”.

Peccato che chi la comprava fosse subito tutto fuorché alfista. Gli alfisti ridevano, gli amanti delle giapponesi si compravano direttamente la Nissan. Fu uno dei flop più fragorosi della storia dell’automobile italiana.

Quarant’anni dopo, stessa malattia. L’Arna era una giapponese travestita da Alfa; la Luce è un iPhone travestito da Ferrari. Allora si appaltò il corpo allo straniero tenendo il cuore italiano; oggi si appalta il cuore alla Silicon Valley e ci si tiene solo lo stemma, quello che però Montezemolo vorrebbe togliere. L’identità venduta a un estraneo: l’unico vero motore di entrambe le operazioni.

Il popolo, intanto, ha già capito tutto, come sempre prima dei dirigenti. Sui social impazzano i video: in uno la Luce si trasforma in un bagno chimico stradale e c’è poco da spiegare.

In un altro il Cavallino si stacca e fugge. Poi ce n’è uno in cui gli scomparsi piloti vittoriosi della Ferrari scendono dal cielo e prendono a mazzate la Luce.

Ma il più feroce è un altro: qualcuno smonta la Luce pezzo per pezzo, butta il guscio Apple, la batteria, il silenzio, e sotto le macerie ritrova la Ferrari vera. Rombante, aggressiva, a benzina.

È una sentenza travestita da scherzo: la gente non vuole la “visione” di Elkann e Vigna. Vuole la Ferrari. E la riconosce ancora, persino da sotto quel sarcofago minimalista.

Lo sanno anche a Maranello, del resto. Tanto che, in silenzio, hanno già dimezzato la quota di elettrico prevista per il 2030: dal quaranta al venti per cento. Continueranno a investire su V6, V8 e V12, cioè sull’unica cosa che la gente compra davvero.

Tradotto: la Luce non è una scommessa sul futuro. È un gettone da mezzo milione buttato sul tavolo per dire “ci siamo anche noi”, una recita per gli azionisti e per i giornali, mentre il portafoglio vero punta da tutt’altra parte. Una rivoluzione che i suoi stessi autori non si fidano di prendere sul serio.

Resta una sola consolazione. Per ottant’anni la Ferrari ha sbagliato tutto tranne una cosa: la bellezza. Era l’unico esame che non falliva mai.

Con la Luce, finalmente, anche quel primato è caduto. Il Cavallino entra così, dal portone principale e a mezzo milione a botta, nell’album di famiglia delle grandi italiane impresentabili.

Accanto alla Duna, all’Arna, alla Multipla. Tre monumenti alla bruttezza nazionale che attendevano da decenni una degna erede. Eccola servita. E, stavolta, almeno, una promessa Maranello la mantiene: questa, i cinesi, non ce la copiano. Di sicuro.

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