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La Spagna dopo Sánchez

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La Spagna dopo Sánchez

Il nuovo modello che sogna Muñoz Molina sarebbe progresso?

Ho letto su La Stampa l’intervista di Filippo Femia ad Antonio Muñoz Molina, uno dei più importanti scrittori spagnoli contemporanei.

Non un personaggio qualunque: membro della Real Academia Española, vincitore del Premio Planeta, del Premio Príncipe de Asturias e persino del Premio Gerusalemme. Autore di Sefarad, un’opera dedicata anche alla memoria delle persecuzioni e degli esili del Novecento.

Un intellettuale di questa statura merita attenzione. E, proprio, per questo le sue parole mi hanno colpita.

Muñoz Molina ritiene che le mille vite politiche di Pedro Sánchez siano finite. Su questo, personalmente, mi auguro che abbia ragione.

Non ho mai sopportato l’arroganza politica di Sánchez, quella sicurezza di chi sembra considerare il potere una condizione permanente, quasi un diritto acquisito.

Spero che la Spagna possa finalmente voltare pagina.

Ma è il seguito dell’intervista che mi lascia veramente perplessa.
Muñoz Molina, dichiaratamente progressista, auspica una nuova sinistra sul modello di quella che ha portato Zohran Mamdani alla vittoria a New York.

E qui, caro Molina, le nostre strade si dividono completamente.

Davvero il futuro della sinistra europea dovrebbe ispirarsi a Mamdani?

Davvero questo sarebbe il modello da importare in Spagna?

Non attribuisco allo scrittore il desiderio di instaurare un governo islamista, perché non lo ha dichiarato.

Ma trovo profondamente discutibile scegliere come riferimento politico un personaggio le cui posizioni su Israele e sul sionismo hanno suscitato controversie tanto profonde.

E, soprattutto, mi domando se una parte dell’intellettualità europea abbia compreso, fino in fondo, ciò che sta accadendo alle nostre società.

C’è una riflessione storica che mi accompagna da tempo.
Le civiltà non declinano soltanto perché qualcuno le attacca dall’esterno.

Talvolta cominciano a indebolirsi dall’interno, quando il benessere diventa abitudine, quando le conquiste vengono considerate irreversibili, quando si perde la volontà di difendere ciò che generazioni precedenti hanno costruito.

Penso anche all’Impero Romano.

Naturalmente non furono quattro barbari male in arnese a cancellare da soli secoli di storia. Le cause della sua crisi furono molto più complesse.

Ma una grande civiltà può diventare vulnerabile quando le sue istituzioni si logorano e la sua capacità di reagire si indebolisce.

Ecco il punto che mi interessa.

Noi europei viviamo spesso immersi nelle nostre comodità, nelle nostre libertà, nei nostri diritti. Ci siamo abituati a considerarli naturali, quasi eterni.

Altri, invece, sono animati da convinzioni ideologiche fortissime, da un’organizzazione instancabile e dalla determinazione di conquistare spazio politico, culturale e sociale.

Non penso, certo, che ogni persona ambiziosa o ogni immigrato rappresenti una minaccia.

Penso, però, che le società libere debbano saper riconoscere e contrastare chiunque voglia limitarne le libertà, anche quando si presenta con parole rassicuranti e programmi apparentemente progressisti.

Muñoz Molina dichiara di avere paura dell’estrema destra di Vox.
È un timore che ha tutto il diritto di esprimere.

Ma perché la paura dovrebbe avere una sola direzione?

Perché tanta attenzione ai pericoli provenienti dalla destra e così poca, talvolta, verso l’islamismo politico, l’antisemitismo e le ideologie che mettono in discussione i valori liberali?

Da uno scrittore della sua levatura, che ha raccontato le tragedie del Novecento, mi aspetterei una riflessione capace di guardare in tutte le direzioni.

Non contesto a Muñoz Molina il suo progressismo.

Contesto l’idea che ogni nuova formula politica presentata come progressista debba necessariamente rappresentare un passo avanti.

Perché una civiltà non perde la propria libertà soltanto quando qualcuno gliela strappa.

Può perderla anche quando smette di considerarla qualcosa per cui valga la pena lottare.

E questo, molto più della fine politica di Pedro Sánchez, è il problema sul quale vorrei che l’Europa cominciasse seriamente a riflettere.

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