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La guerra entra nei bilanci

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La guerra entra nei bilanci

La nuova geoeconomia della deterrenza

Dal 12 al 18 ottobre 2026, Bangkok diventa uno dei principali osservatori della fragilità dell’economia mondiale.

Nella capitale thailandese si riuniscono i rappresentanti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, in un appuntamento che quest’anno si svolge sotto la pressione della guerra in Medio Oriente, dello shock energetico, dell’aumento dei prezzi dei fertilizzanti, dell’indebitamento pubblico e delle persistenti tensioni inflazionistiche.

Non si tratta soltanto di discutere previsioni di crescita, condizioni del credito o programmi di assistenza finanziaria: sul tavolo c’è la capacità degli Stati di sostenere i costi di un sistema internazionale sempre più esposto alle interruzioni delle rotte, alla competizione per le risorse e all’utilizzo delle dipendenze economiche come strumenti di pressione geopolitica.

Il significato strategico dell’incontro risiede proprio nella convergenza fra finanza, sicurezza e potere.

La guerra non si esaurisce nello spazio in cui vengono impiegate le forze militari, si propaga lungo le rotte commerciali, modifica il costo dell’energia, condiziona la produzione agricola, aumenta il fabbisogno di finanziamento dei governi e restringe il margine di manovra delle economie più vulnerabili.

Le decisioni discusse a Bangkok devono essere lette anche alla luce di questa trasformazione, nella quale la stabilità finanziaria non costituisce più soltanto un obiettivo economico, ma una delle condizioni della sicurezza nazionale e dell’autonomia strategica.

Comprendere come una crisi militare possa trasformarsi in una leva di pressione economica e, da qui, in un fattore capace di modificare gli equilibri internazionali.

Lo Stretto di Hormuz ne è un esempio emblematico, non basta che il petrolio sia disponibile, occorre che possa raggiungere i mercati attraverso rotte sicure, assicurabili e sostenibili.

L’incertezza sulla navigazione si trasferisce sui costi energetici, sulla produzione industriale e sui prezzi al consumo. La geografia marittima diventa così una variabile finanziaria, mentre la sicurezza delle rotte assume un valore direttamente geopolitico.

È la prima dimensione della deterrenza, quella geostrategica. Proteggere i corridoi energetici, diversificare le forniture e disporre di infrastrutture alternative significa ridurre la capacità di un avversario di trasformare un’interruzione localizzata in una crisi nazionale.

La seconda dimensione è geopolitica. L’interdipendenza, che in condizioni ordinarie sostiene gli scambi e la cooperazione, può diventare uno strumento di pressione quando un Paese dipende da un numero ristretto di fornitori, da un unico corridoio commerciale o da infrastrutture difficilmente sostituibili.

Energia, sanzioni, tecnologie critiche e accesso ai mercati diventano leve attraverso cui influenzare il comportamento altrui. Il potere non consiste soltanto nel controllare una risorsa, ma nel poter condizionare l’accesso a quella risorsa senza subire costi equivalenti.

La diversificazione delle rotte, dei fornitori e delle relazioni commerciali diventa quindi una forma di autonomia strategica.

La terza dimensione è geoeconomica, perché la capacità di sostenere una strategia internazionale dipende anche dalla solidità dei conti pubblici, dal costo del credito e dalla tenuta sociale.

Quando energia e fertilizzanti rincarano, aumentano i costi agricoli e industriali; quando salgono i prezzi alimentari, diminuisce il potere d’acquisto e cresce la pressione sui governi.

Se contemporaneamente il debito assorbe una quota crescente delle entrate pubbliche, si restringono le risorse disponibili per difesa, infrastrutture e protezione sociale.

La vulnerabilità economica può così tradursi in vulnerabilità politica, riducendo la capacità di uno Stato di sostenere nel tempo le proprie scelte strategiche.

È in questa catena che si colloca il significato delle riunioni di Bangkok. Il sostegno finanziario internazionale può impedire che uno shock si trasformi in una crisi sistemica, ma il ricorso al credito e agli aiuti esterni evidenzia anche le differenze fra Paesi capaci di assorbire autonomamente le perturbazioni e Paesi costretti a negoziare da una posizione più fragile.

I bilanci, dunque, non raccontano soltanto quanto uno Stato possa spendere, mostrano quanto margine di autonomia conservi quando la pressione internazionale aumenta.

La stessa logica riguarda i semiconduttori, i minerali critici, il gas naturale liquefatto e i cavi sottomarini. Possedere una risorsa non significa controllarne l’intera catena: contano la trasformazione industriale, il trasporto, la distribuzione e la possibilità di garantire la continuità delle infrastrutture.

Chi controlla un nodo indispensabile può esercitare un’influenza che supera il valore commerciale dell’asset; chi non dispone di alternative rischia invece di subire decisioni prese altrove. La geoeconomia diventa così il punto d’incontro fra capacità industriale, sicurezza delle reti e competizione fra potenze.

La nuova deterrenza si costruisce anche attraverso questa architettura di dipendenze e alternative. Riserve adeguate, filiere diversificate, infrastrutture e accesso a finanziamenti sostenibili non eliminano le crisi, ma ne riducono la capacità di produrre effetti politici.

Le discussioni sui bilanci, sui tassi e sui prezzi alimentari non sono quindi una parentesi tecnica rispetto alla geopolitica. Riguardano la distribuzione della vulnerabilità e la capacità degli Stati di mantenere credibili i propri impegni internazionali.

La forza militare resta essenziale, ma il suo impiego sostenibile dipende anche dalla disponibilità di energia, dalla tenuta delle finanze pubbliche, dalla sicurezza degli approvvigionamenti e dalla stabilità interna.

Nel sistema che si sta ricomponendo, non conta soltanto chi possiede più risorse, ma chi può garantirne l’accesso, controllarne i flussi e resistere alla pressione. La finanza non è più soltanto una misura dell’economia: è una delle condizioni che determinano la libertà strategica degli Stati.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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