Non si placa il malumore per l’assegnazione del Nobel per la pace alla sudafricana Navi Pillay
Il tempo della soddisfazione per il Nobel per la chimica a Henry Kagan, eminente membro della comunità ebraica francese, che il Nobel per la pace precipita Israele nel nuovo cortocircuito mediatico.
Il senso di essere circondati dal mondo ostile: dai giuristi della Corte Penale Internazionale con i loro mandati di cattura a carico di Netanyahu e complici, ai giurati di Oslo che scelgono una giudice della stessa Corte responsabile di avere qualificato di genocidio i fatti di Gaza.
Le reazioni alla sudafricana Navi Pillay testimoniano il malumore di Gerusalemme.
Il Ministro della Difesa, Israel Katz rivaleggia col Primo Ministro in ruvidità, evoca il fantasma di Goebbels, che gioisce dagli inferi.
Il Segretario di Stato americano subito minaccia nuove sanzioni a danno della Corte.
Non è la prima volta che Israele e Stati Uniti concorrono nel criticarla. Mirano a delegittimarla e, in definitiva, archiviarla come inutile orpello del tempo che fu.
Del tempo in cui la comunità internazionale, con l’ONU al centro, cercava di darsi delle regole comuni e una strumentazione idonea a farle rispettare.
Il dato da trarre, e alcuni commentatori israeliani ne danno atto, è che la parte della comunità internazionale raccolta attorno alle istituzioni multilaterali crede alle “fumisterie” del diritto internazionale applicato.
Non fa propria l’accusa di genocidio, è il caso del documento europeo, sulla cui sussistenza si discuterà ancora a lungo, ma enfatizza il rispetto di alcuni basilari principi.
Nei tre anni di attacco a Gaza, le IDF avrebbero eliminato 4.000 sui seimila terroristi del pogrom di ottobre. Il risultato, da una parte, dà conto dell’efficacia della reazione; dall’altra, mostra un’incongruenza a cospetto dei danni collaterali (Naza, dal titolo del documentario).
Anche su questo punto una riflessione nazionale s’imporrebbe, nel quadro della commissione d’indagine che non c’è.





