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Il conflitto arabico e gli Houthi

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Houthi

È un conflitto inquinato dalla propaganda di entrambe le parti

Tornando a parlare del conflitto nello yemenita, gli ultimi due giorni hanno visto novità impossibili da trascurare.

Secondo i dati forniti dal Consiglio Presidenziale di Guida, dall’inizio dell’offensiva “Dawn of Yemen” almeno 1860 combattenti di Ansar Allah sarebbero stati eliminati.

Sotto la sferza dei colpi sauditi e sud yemeniti, Mokha e molte aree della costa occidentale sarebbero state recuperate, con una pressione intensificatasi anche su Taiz, tornata nuovamente ad essere il fronte dei combattenti tra le autorità di Sana’a e di Aden.

A sostenere questo recupero, soprattutto forze come Scudo della Patria, Giganti della Montagna e Tihama, fortemente legate a Riyad ed uniche davvero affidabili per il non solido governo di Aden.

È un conflitto di grande fluidità e, come sempre avviene in questi casi, fortemente inquinato anche dalla propaganda di entrambe le parti; il ruolo dei vari media, generalmente impossibilitati nel poter effettuare verifiche sul terreno, in questi casi non si discosta più di tanto da quello di megafoni dell’una o dell’altra.

Non è ad esempio plausibile che l’operazione saudita e sud yemenita sia beneficiata solo dal successo e, di conseguenza, quanto rivendicato da Ansar Allah, d’aver bloccato efficacemente la spinta dei governativi nel governatorato di Al-Jawf, infliggendo loro gravi perdite, potrebbe esser del tutto veritiera.

Ansar Allah, peraltro, controlla anche zone montuose intorno a Taiz come Al-Mawasit, Al-Silw e il distretto di Al-Mudhaffar, o ancora due capisaldi strategici come Al-Turbah e Al-Safiya, essenziali per il controllo dei percorsi tra Aden, capitale del governo sud yemenita, e la stessa Taiz.

Di là da quanto visibile sul terreno yemenita, gli effetti su quello saudita parlano invece in modo eloquente. I raid di droni e missili sugli aeroporti di Abha e King Khalid International hanno lasciato tre morti e 36 feriti, con forti esplosioni avvertite anche a Riyad.

La compagnia petrolifera nazionale Aramco ha deciso, nel frattempo, d’erigere recinzioni a gabbia intorno ai maxiserbatoi di carburante intorno alla capitale.

Anche gli impianti della Aramco a Riyad e a Khurais, infatti, sono stati oggetto delle incursioni di Ansar Allah, che ha dato notizia dello scoppio di vasti incendi.

In risposta agli attacchi ricevuti, Riyad ha bombardato circa 82 obiettivi di Ansar Allah in una sola notte tra Saada, Hodeidah, Al-Jawf e Marib, concentrandosi in particolare sui centri di comando e i depositi per il munizionamento.

La guerra aerea serve ad indebolire le capacità offensive di Ansar Allah, forza di guerriglia che oggi vanta oltre 350mila combattenti, dieci volte tanti rispetto a quanti erano nel 2015, quando presero Sana’a.

Tuttavia, colpire dall’aria una forza di guerriglia sparsa in una vasta e montuosa area geografica come lo Yemen del nord, ricca di grotte e cunicoli, non appare né una mossa vincente, né tantomeno convincente.

Quanto già visto con la guerra dal 2015 al 2022, o ancora coi bombardamenti americani del 2025, dovrebbe in tal senso servire di lezione, a tacer di tutti gli altri casi di vana lotta d’eserciti convenzionali contro forze di guerriglia di cui tanto abbonda la storia.

Certo sarà l’enorme spreco di risorse e munizioni che una strategia bellica tanto dispersiva avrà per le già segnate, in tal senso, forze saudite ed alleate: già prima d’iniziare l’operazione “Dawn of Yemen”, dopotutto, gli arsenali sauditi non risultavano più carichi a dovere.

I 200 consulenti militari USA sul campo si spiegano proprio con la necessità di designare gli obiettivi in tempo reale, minimizzando i costi e massimizzando i risultati: in un sistema “industriale” della guerra come nelle forze armate convenzionali, tuttavia, il principio di “poca spesa, tanta resa” accusa soprattutto quanto corta sia la coperta delle possibilità e, di conseguenza, degli effettivi risultati riportabili sul campo.

Insomma, anche i ricchi, od ex ricchi, devono far la guerra “in economia”: non promette bene.

Tant’è che dopo le prime ore, in cui il suo andamento appariva a dir poco impetuoso anche per i risultati che prometteva, l’operazione “Dawn of Yemen” è parsa presto rallentare il passo, o quantomeno indebolirsi nell’intensità.

Le rappresaglie di Ansar Allah in territorio saudita, a cominciare da quelle sugli aeroporti, hanno portato alla cancellazione di 275 voli, nell’ordine del 40% degli arrivi e del 30% delle partenze.

Varie compagnie, come Lufthansa ed Air India, si sono viste indotte alla sospensione temporanea dei loro voli per la capitale saudita.

Mentre, come già riportato, oltre agli aeroporti anche le infrastrutture della compagnia petrolifera statale Aramco a Riyad e Khurais hanno visto incursioni da parte di droni e missili di Ansar Allah, con nuovi e gravi danni economici in aggiunta a quelli già conosciuti dal “sistema Paese”.

Tutto ciò rafforza l’idea che sull’operazione saudita e sud yemenita gravi, in tutta la sua pesantezza, il fattore della “non sostenibilità”.

Lasciandosi trascinare in un’escalation contro Ansar Allah, Riyad è caduta nella trappola del logoramento asimmetrico, la stessa che ha caratterizzato il conflitto tra USA e Iran.

Per il Regno dei Saud, una guerra a intensità totale è un altissimo rischio economico e politico, dal momento che i raid di Ansar Allah mirano proprio al suo cuore finanziario, dalla logistica all’energia.

Le cancellazioni di massa dei voli civili, il blocco logistico e i danni alle infrastrutture petrolifere colpiscono l’immagine di sicurezza costruita negli anni da Riay a suon d’enormi capitali proprio per attrarre investimenti stranieri e turismo.

Mentre intercettare sciami di droni economici e missili balistici con sistemi di difesa aerea costosi e sofisticati come i Patriot, peraltro non immediatamente rimpiazzabili, causa un deficit finanziario, logistico e bellico asimmetrico difficile da sostenere nel medio e lungo periodo, drenando risorse vitali per Riyad.

Sul fronte opposto, Ansar Allah capitalizza, invece, continui punti di forza asimmetrici: esce da più di un decennio di bombardamenti e conflitti continui, avendo acquisito sempre più esperienza e dando prova di forti capacità d’adattamento.

Ha formato una catena di comando decentralizzata, una rete logistica sotterranea e, intorno a sé, una “resilienza” sociale ed economica tarata intorno ad una concreta economia di guerra.

Inoltre, a differenza di Riyad o di altri ancora, non ha il problema di dover proteggere mercati azionari, hub turistici e grandi infrastrutture civili, militari ed energetiche, e può assorbire danni strutturali senza che ciò mini la sua tenuta politica interna.

Non a caso, la sua capacità di blocco nel governatorato di Al-Jawf dimostra che può neutralizzare sul terreno eserciti ben più equipaggiati, ed è probabilmente proprio per questo che una simile notizia viene scarsamente riportata o, quando succede, non riceve comunque un’adeguata contestualizzazione.

Di conseguenza, nel tempo Ansar Allah potrà riportare risultati tali da incidere ben oltre la sola posta in gioco dell’operazione “Dawn of Yemen”.

Le capacità di condizionamento sulle rotte lungo Bab el-Mandeb restano sostanzialmente invariate anche al netto delle riconquiste temporaneamente segnate dalle forze del governo sud yemenita di Aden; e pure la sopravvivenza di quest’ultimo continua a dipendere, in sostanza, unicamente dalla volontà di Ansar Allah di risparmiarlo per strappare, magari, ancor più ampi risultati dopo averne messo con le spalle al muro le autorità insieme a quelle di Riyad.

Scendere da Taiz su Aden è un’opzione tuttora praticabile, quanto del resto quella di continuare la pressione su Marib così da logorarvi le forze governative tenendovele impegnate sine die.

L’iniziativa del conflitto e dell’escalation, in sostanza, resta oggi più che mai nelle mani di Ansar Allah.

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