Home Politica Scontro aperto: Trump “licenzia” il comico di Kiev

Scontro aperto: Trump “licenzia” il comico di Kiev

0
Kiev

“È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente” – Secondo il presidente USA “Zelensky non fa mai accordi” e “vuole creare problemi”. Cremlino: “La diplomazia del diesel ha tolto la maschera a Zelensky”

Trump ha auspicato un cambio ai vertici dell’Ucraina, guidata da Volodymyr Zelensky.

“È arrivato il momento che abbia un nuovo presidente”, ha detto ai cronisti prima di partire per un’iniziativa in Tennessee.

“Suggerisco che abbiano un nuovo leader che stringa un’intesa – ha aggiunto – Per non so quale ragione Zelensky non fa mai accordi”.

Secondo Trump “avrebbe avuto molte occasioni, ma vuole creare problemi” anche agli agricoltori americani “colpendo le raffinerie”.

Elon Musk ha appoggiato le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump.

“Zelensky si è spinto troppo oltre”, ha scritto Musk.

Immediati e, ovviamente, diametralmente opposti i commenti che giungono da Mosca e da Kiev.

L’attacco di Donald Trump a Volodymyr Zelensky, con la richiesta di un nuovo presidente per l’Ucraina, ha raccolto il plauso immediato della Russia.

“Il presidente Trump si unisce ai molti che credono che l’Ucraina abbia bisogno di una leadership realmente focalizzata sulla pace, non sull’avventurismo bellico di Zelensky”, ha scritto su X Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per la cooperazione economica.

“Iconico e storico”, ha aggiunto Dmitriev che nelle scorse settimane era stato a Washington per incontrare esponenti dell’amministrazione Trump.

La diplomazia del diesel ha tolto la maschera a Zelensky”, ha non a caso commentato ancora l’inviato del Cremlino.

Zelensky prudentemente non parla, ma i media ucraini non hanno dubbi: per Rbc Ucraina “Trump ha cinicamente esortato gli ucraini a eleggere un nuovo presidente al posto di Zelensky. Trump ha inventato che Zelensky abbia avuto opportunità per porre fine alla guerra”.

Sul fronte interno al presidente USA, i Democratici americani hanno promesso battaglia contro la decisione di Trump di sospendere le sanzioni alla Russia sul diesel.

“Il Congresso ha vietato le importazioni di energia russa nel 2022. Il Presidente non può semplicemente ignorare quella legge per acquistare diesel da Putin”, ha avvertito la senatrice Jeanne Shaheen, membro della commissione Esteri.

“La legge – ha sottolineato – impone di consultare il Congresso e un processo formale di revisione. L’amministrazione sembra aver aggirato entrambi”.

La notizia del 10 ottobre di Trump che invoca un cambio di presidenza segna una rottura politica molto seria.

Non si tratta più soltanto di una divergenza sui termini dell’accordo con Mosca.

Il punto decisivo è che questa presa di posizione arriva subito dopo lo scontro sull’accordo energetico tra Washington e Mosca. Trump vuole fermare gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, che considera dannosi anche per il mercato energetico statunitense.

Zelensky ha denunciato l’intesa sul diesel russo, sostenendo che nuove entrate energetiche rafforzerebbero la capacità di Mosca di continuare la guerra. Washington ha collegato la propria disponibilità a sostenere Kiev alla condotta ucraina sugli attacchi alle infrastrutture petrolifere russe.

Secondo ANSA, citando fonti giornalistiche, gli inviati americani avrebbero anche prospettato una sospensione della condivisione d’intelligence; la ricostruzione è contestata da fonti statunitensi.

Che cosa cambia sul piano geopolitico

Trump sposta il conflitto dal terreno militare a quello della legittimità politica di Zelensky.

Dicendo che l’Ucraina deve trovare un altro presidente, Trump non si limita a criticare una singola decisione militare: mette in discussione la capacità dell’attuale leadership di rappresentare una controparte negoziale con cui chiudere la guerra. È un salto di livello rispetto alla normale pressione diplomatica.

Il rapporto privilegiato con Mosca diventa uno strumento di pressione su Kiev.

L’ostacolo alla pace non è necessariamente uno solo.

Trump attribuisce la responsabilità a Zelensky. Ma i negoziati restano bloccati anche sulle richieste territoriali russe: Mosca vuole il controllo dell’intera regione di Donetsk, richiesta che Kiev respinge. Inoltre, dopo la telefonata con Trump, Putin non ha dato un impegno chiaro alla ripresa immediata dei colloqui. Quindi, anche sostituendo il presidente ucraino, non è dimostrato che si raggiungerebbe automaticamente un accordo.

E l’Europa?

Qui si apre la contraddizione strategica più importante. Se Washington decide che la priorità è concludere la guerra attraverso un’intesa con Mosca, mentre Kiev considera inaccettabili alcune condizioni, l’Europa rischia di trovarsi davanti a tre alternative: assecondare la linea americana, accettando una trattativa che potrebbe comportare concessioni territoriali ucraine; continuare a sostenere Kiev, anche in presenza di una riduzione del sostegno statunitense; cercare una posizione negoziale europea autonoma, che richiederebbe però accordo fra governi con interessi e valutazioni differenti.

I colloqui di Miami tra rappresentanti americani, ucraini ed europei avevano incluso garanzie di sicurezza, ricostruzione e questioni territoriali; la nuova rottura rischia di compromettere proprio quel tentativo di coordinamento.

La questione non sia più soltanto come fermare la guerra, ma chi abbia il potere di stabilire le condizioni della pace: Washington, Mosca, Kiev o gli europei che hanno investito risorse politiche, militari ed economiche nel sostegno all’Ucraina.

La dichiarazione di Trump rende esplicito il conflitto tra due obiettivi che finora erano stati presentati come coincidenti: sostenere la capacità ucraina di resistere e ottenere rapidamente un accordo con la Russia. Adesso Washington sembra subordinare sempre più il primo obiettivo al secondo. Resta da vedere se questa pressione produrrà concessioni negoziali oppure irrigidirà ulteriormente le posizioni.

A voler licenziare Zelensky non c’è solo Trump.

Nel luglio 2026, a Kiev, migliaia di persone sono scese in piazza dopo la rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. I manifestanti contestavano soprattutto il mantenimento al vertice delle forze armate del generale Oleksandr Syrskyi, chiedendo riforme del comando e maggiore attenzione alle perdite dei soldati.

Il 31 luglio, le proteste sono proseguite con una marcia per il dialogo e le riforme nel settore della difesa. Secondo Kyiv Independent, gli organizzatori chiedevano cambiamenti nella gestione militare e maggiore responsabilità delle autorità.

Questi fatti sono importanti per tre motivi: il dissenso si è manifestato pubblicamente anche durante la legge marziale; fra i partecipanti c’erano giovani, veterani e familiari di militari; una parte della protesta chiedeva un esercito più moderno e meno perdite, non la cessazione della resistenza alla Russia.

Nel luglio 2025, migliaia di ucraini, soprattutto giovani, manifestarono contro una legge che riduceva l’indipendenza degli organismi anticorruzione. Zelensky fece marcia indietro. Per molti manifestanti la posta in gioco era impedire che la guerra diventasse una giustificazione per indebolire i controlli democratici.

Le manifestazioni del luglio-agosto 2026 hanno contestato la gestione delle forze armate, le perdite al fronte e gli ostacoli alla modernizzazione. Il caso Fedorov-Syrskyi ha mostrato che il dissenso può coinvolgere anche persone che vogliono continuare a difendere il Paese, ma chiedono una diversa conduzione della guerra.

Un’altra fonte di tensione è il reclutamento militare. Nell’agosto 2026, Al Jazeera ha documentato episodi di coercizione e accuse di abusi nella cosiddetta busification, termine utilizzato per descrivere il prelievo forzato di uomini dalla strada per condurli ai centri di reclutamento.

Questo dissenso investe direttamente il rapporto fra cittadini e Stato: non riguarda soltanto chi governa, ma anche chi è chiamato a combattere e le modalità con cui viene reclutato.

Le proteste hanno dimostrato che il dissenso pubblico non è scomparso durante la guerra. La ricerca dell’Ukrainian Research Institute di Harvard, aggiornata il 21 agosto 2026, analizza proprio il ruolo delle manifestazioni come una sorta di «seconda camera» di controllo politico: una pressione esercitata dalla società quando le normali procedure democratiche sono limitate dalla legge marziale.

Le proteste del 2026 hanno avuto effetti concreti sulle decisioni relative ai vertici militari. Ma non dimostrano, da sole, che la maggioranza della popolazione voglia la rimozione di Zelensky.

Inoltre, non ho trovato conferme affidabili di una nuova ondata generalizzata di manifestazioni contro il presidente nei giorni immediatamente precedenti il 10 ottobre 2026. Circolano anche contenuti online che annunciano imminenti rivolte o attribuiscono alle autorità il blocco di Internet per impedirle; alcune di queste narrazioni sono state verificate e smentite da fonti di fact-checking.

Se gli alleati occidentali finanziano l’Ucraina soprattutto per mantenerne la capacità di combattimento, mentre una parte della società ucraina chiede di ridurre le perdite, riformare il comando o discutere le condizioni di una pace, può emergere una tensione fra obiettivi strategici internazionali e costi sociali interni.

Il dato politicamente rilevante è che gli ucraini non sono un soggetto passivo e omogeneo. Le proteste mostrano che una parte della popolazione rivendica il diritto di influenzare sia il funzionamento delle istituzioni sia il modo in cui viene combattuta la guerra.

Autore

  • Desina Novalis

    Segretaria di professione, detective per passione, ama far luce sui punti oscuri di cronaca, politica nazionale ed estera.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui