
L’ipotesi che un drone abbia colpito la flottiglia diretta a Gaza in acque tunisine appare suggestiva ma poco compatibile con le logiche tecniche e operative di un impiego reale. I droni armati, siano essi UAV da sorveglianza con capacità d’attacco (come i Bayraktar TB2 turchi o gli Heron israeliani) o UCAV più avanzati, operano con procedure e modalità che lasciano tracce inequivocabili: decollo da basi terrestri o navali, rilevamento radar, profilo di volo registrabile. Nulla di ciò è stato confermato.
Dal punto di vista strettamente militare, un drone non “sgancia” un ordigno in modo rudimentale. Le piattaforme moderne utilizzano missili guidati aria-superficie o bombe a guida GPS/laser, che al momento dell’impatto producono effetti devastanti e riconoscibili: penetrazione mirata, danni strutturali, resti del munizionamento. Nel caso della flottiglia, invece, si è trattato di una fiammata circoscritta, senza perforazioni nello scafo né crateri da esplosivo convenzionale. Un profilo molto più compatibile con un incendio accidentale, un innesco superficiale o una carica di basso livello collocata a bordo.
Inoltre, un drone armato viene impiegato per obiettivi strategici, non per colpire un’imbarcazione civile di piccole dimensioni a poche miglia dalla costa tunisina. Un’azione del genere equivarrebbe a un atto ostile su territorio di un Paese terzo, con rischio immediato di crisi diplomatica. Le forze armate sanno bene che l’impiego di UAV armati in spazi aerei saturi e sorvegliati porta inevitabilmente a rilevamenti radar e responsabilità internazionali. Se davvero fosse stato usato un drone, sarebbe stato impossibile nascondere i log radar e i tracciamenti dei satelliti di sorveglianza.
Gli stessi video diffusi dagli attivisti mostrano un lampo e del fumo, ma non documentano né il drone in volo né il tipo di munizione. L’assenza di resti metallici tipici di un missile Hellfire o di una bomba a frammentazione rende ancora più debole la tesi. Tecnicamente, se un UAV fosse stato impiegato, gli effetti sull’imbarcazione sarebbero stati sproporzionati: distruzione totale della barca, perdita immediata di vite, detriti sparsi. Non una fiammata rapidamente domata.
Per queste ragioni, dal punto di vista tecnico-militare, un drone “farebbe altro”: non produrrebbe un piccolo incendio superficiale, ma un danno massiccio e inequivocabile. L’ipotesi più logica è che l’evento sia stato provocato da un innesco a bordo, da un guasto o da un’azione deliberata a livello molto più artigianale. Attribuire l’episodio a un UAV armato significa sovrapporre un immaginario bellico a dinamiche che, ad oggi, non presentano alcun riscontro con le procedure e gli effetti tipici di un’operazione con droni.





