Home Opinioni PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI NELLE IMPRESE, IL SOLITO CORAGGIO A META’

PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI NELLE IMPRESE, IL SOLITO CORAGGIO A META’

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Nel silenzio più assoluto, imbarazzato ed imbarazzante, il 10 giugno 2025 è entrata in vigore la legge “Disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese”, frutto della proposta di iniziativa popolare promossa dalla CISL ma con contenuti abbastanza distanti dalle proposte da essa avanzate. In particolare la sua attuazione è demandata alla volontà delle imprese, pur nel rispetto della contrattazione collettiva, senza tradursi in un vero e proprio diritto tout court riconosciuto ai lavoratori direttamente dalla legge o dalla contrattazione collettiva. La proposta CISL era ben diversa: ed è stata boicottata.
Una legge che ha aperto un varco all’attuazione di un pezzo di Costituzione dimenticata: gli articoli 39-40-46. Quest’ultimo ora, con la legge citata, si avvia ad una sua concretizzazione: parziale, e questo va detto chiaro. Ma è quasi rivoluzionario anche il solo citare, nella legge, il diritto alla formazione culturale più idonea per rappresentanti sindacali ai quali fosse demandato la funzione di partecipazione; e lo sono argomenti come “consiglio duale”, “consiglio di sorveglianza”, “comitato di controllo di gestione”. In generale il riconoscimento di una forte presenza dei lavoratori nella costruzione e nel controllo dell’organizzazione gestionale delle imprese. Organizzazione, lo diciamo tutti, che andrebbe profondamente aggiornata. Ciò su cui l’Italia, anche per la frammentazione e “micronizzazione” delle imprese, è in ritardo rispetto al resto del mondo. E la criticità della produttività italiana ne è un segnale. Con gli alibi che ne derivano.
Sono anni che si parla di una contrattazione a due livelli, nel quale il livello periferico sia impegnato soprattutto sulla contrattazione su organizzazione e produttività Alcuni benefici di legge sono già previsti per pezzi di retribuzione che derivino da tali accordi. La nuova legge ne aggiunge altri. Una revisione del modello di contrattazione a me sembra più che maturo e forse in ritardo: vi è la necessità e vi sono le opportunità.
Il vero nodo sta nel passare, per il Sindacato, da una logica conflittuale “a prescindere” ad una logica di partecipazione alla produzione che non esclude momenti di confronto anche duro, ma lo considera un “accidente” nel percorso. Nuove tecnologie, nuove professionalità, nuova cultura del lavoro – oggi sul tappeto, e non più facoltative come argomenti da affrontare – dicono che è venuto il momento di fare un altro passo.
Lo dico alla CISL, che il coraggio di rompere schemi l’ha avuto. Eppure non considero la sua azione un atto di rottura. Credo sia una domanda, un invito – perentorio – a riflettere per innovare nel mondo del lavoro. L’AI non è uno spauracchio. La CISL faccia ora l’altro passo e si metta nelle condizioni di attuazione dell’articolo 39: non è obbligatorio che lo facciano tutti. Lo so che sarebbe un’altra forzatura (e questa sconvolgente, se si riflette sulle conseguenze delle legittimità degli atti successivi) con la UIL ma soprattutto con la CGIL. Che pure, proprio due anni fa, con Landini, chiedeva «una nuova legge sulla rappresentanza che faccia ordine nella giungla dei contratti nazionali, cancellando soprattutto le intese “pirata” siglate da sigle sindacali non rappresentative dei lavoratori». Di fatto, il riconoscimento del valore erga omnes dei contratti firmati. Ma senza l’articolo 39. Una richiesta che va, con questa formulazione, rispedita al mittente. Dopo quanto successo sui referendum il perché è chiaro.
Una spallata, dunque: che faccia uscire dall’immobilismo ogni forma di struttura di governo intermedio, quei corpi dei quali il Movimento sindacale è massimo esponente. Darebbe una spallata anche alla maggioranza: invito ad una riflessione per rendersene conto.
Pensare a rendere concreta la legge appena approvata senza che il Sindacato abbia una veste giuridica esplicita, quella costituzionale, significa aver fatto qualcosa di sostanzialmente inutile: e l’iniziativa non lo merita. Avere coraggio a metà non serve e svilisce politicamente il percorso indicato: e la CISL non lo merita.

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  • Redazione

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