
E’ apparso ieri davanti ad un giudice parigino Pavel Durov, 39enne franco-russo fondatore e Ceo di Telegram, arrestato intorno alle 20.00 di sabato mentre scendeva dal suo jet privato all’aeroporto di Le Bourget, a Parigi.
L’arresto potrebbe innescare un uso spropositato della censura da parte di Parigi come punta avanzata della logica censoria europea.
L’arresto del Ceo di Telegram segue lo scontro con Elon Musk in merito a X.
Anche nel caso di Elon Musk era stato un francese, il Commissario dell’Unione Europea (poi smentito dalla stessa) Thierry Breton a mandare una lettera al Ceo di X con l’invito di non violare il Digital Services Act in vista dell’intervista a Donald Trump.
In risposta all’invito di Breton, Musk ha risposto citando una battuta del film satirico statunitense Tropic Thunder, invitando il commissario a “fare un passo indietro e, letteralmente, a fottersi la faccia”.
Pavel Durov non è la voce di Mosca e non è nemmeno comodo a Putin, ma il suo canale sino ad ora ha garantito la massima libertà di accesso.
Telegram e X sono, allo stato attuale, i due canali maggiormente utilizzati da chi non intende farsi censurare secondo le logiche del pensiero unico politicamente corretto, ossia del pensiero dominante della tecno-finanza e dei suoi lacché.
Non a caso arrivano i commenti a caldo di Elon Musk e di Tucker Carlson.
Il patron di X (Twitter) Elon Musk ha subito invocato la libertà di Durov e predetto che “nel 2030 in Europa si verrà giustiziati per un like su un meme”.
L’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson è stato tranciante: “Alla fine non è stato Putin ad arrestarlo per aver permesso al pubblico di esprimersi liberamente. È stato un Paese occidentale, alleato dell’amministrazione Biden e membro entusiasta della Nato, a rinchiuderlo. Pavel Durov si trova oggi in una prigione francese, un monito vivente per tutti i proprietari di piattaforme che si rifiutano di censurare la verità per volere di governi e agenzie di intelligence. L’oscurità sta rapidamente scendendo sul mondo un tempo libero”.
Che Pavel Durov non sia l’uomo di Mosca emerge dai commenti russi.
Il commissario russo per i diritti umani, Tatyana Moskalkova, ha dichiarato che l’arresto di Pavel Durov è “un tentativo di chiudere una piattaforma internet dove le persone possono conoscere la verità su ciò che accade nel mondo”, ma l’ex presidente e numero 2 del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, al contrario, ha irriso Durov: “Pensava che i suoi maggiori problemi fossero in Russia, e se n’è andato. Voleva essere un brillante uomo di mondo che vive benissimo senza patria. Ha sbagliato i calcoli. Per quanto i nostri nemici siano comuni, lui è russo, e quindi imprevedibile e pericoloso. Dovrebbe finalmente rendersi conto che la Patria, come i tempi, non può essere scelta…”.
La portavoce agli esteri Maria Zakharova è laconica nel merito della vicenda, ma la sfrutta per l’ennesimo attacco all’Occidente: “Ricordo che nel 2018 un gruppo di 26 ONG, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International, Freedom House, Reporter senza frontiere, il Comitato per la protezione dei giornalisti e altre, abbia condannato una decisione del tribunale russo di bloccare Telegram (poi rientrata, ndr). Questa volta si rivolgeranno a Parigi per chiedere la liberazione di Durov, o si morderanno la lingua?”.
A riprova che la questione è politica e che Parigi tenta di ergersi a capitale della censura è che nella confusione prova a infilarsi l’Ucraina: “È possibile che Pavel Durov abbia chiesto un incontro con Vladimir Putin a Baku qualche giorno fa, ma gli è stato rifiutato. Ora la Russia è nervosa perché l’unico messenger russo affidabile, Telegram, potrebbe finire sotto il controllo dell’Occidente’”, scrive il capo del Centro per la lotta alla disinformazione presso il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina, Andriy Kovalenko. “Naturalmente, per Mosca la storia di Durov è un fallimento e la colpa è dell’intero entourage di Putin, da Vaino a Patrushev”, prosegue l’alto funzionario riferendosi al capo di stato maggiore del Cremlino, Anton Vaino, e al principale consigliere di Putin, Nikolai Patrushev.
Kovalenko osserva anche che “Telegram è l’unico messenger utilizzato attivamente dall’esercito russo” e ricorda che Durov “è accusato di non aver collaborato con la polizia francese nella lotta al traffico di droga. Nei prossimi mesi, la Russia potrebbe essere accusata di traffico di droga in Europa”.
Se così fosse saremmo di fronte all’ennesimo tentativo di far naufragare ogni possibilità di dialogo e di riduzione del conflitto e questo sarebbe la conferma che c’è in Occidente chi vuole continuare a tutti i costi la guerra.
Più realista il registra ucraino Aleksandr Rodnyansky sintetizza: “L’arresto di Durov è un regalo a Vladimir Putin, che sicuramente dirà qualcosa del tipo: “Dov’è la vostra decantata libertà di parola in Occidente?”.
Al momento dell’arresto, Durov, franco-russo, 39 anni, stava arrivando dall’Azerbaigian, accompagnato dalla sua guardia del corpo e da una donna. Nei suoi confronti era stato spiccato un mandato di perquisizione dalla direzione nazionale della polizia giudiziaria francese emesso sulla base di un’indagine preliminare.
La magistratura ritiene che la mancanza di moderazione, di cooperazione con le forze dell’ordine e gli strumenti offerti (numero usa e getta, scambio di criptovalute, ecc.) rendano la piattaforma complice delle attività illegali che vi si svolgono, dalle frodi al traffico di droga, al cyber-bullismo, alla criminalità organizzata, all’apologia del terrorismo. L’esecuzione del mandato era subordinata alla presenza di Durov sul territorio francese.
Il servizio di messaggistica online lanciato nel 2013 da Pavel Durov e da suo fratello Nikolai, su cui le comunicazioni sono criptate end-to-end e la cui sede principale è a Dubai, si è posto in contrasto con le piattaforme americane, criticate per lo sfruttamento commerciale dei dati personali.
Si è impegnata a non rivelare mai alcuna informazione sui propri utenti. In una delle sue rare interviste rilasciate lo scorso aprile a Dubai, Pavel Durov ha raccontato come gli sia venuta l’idea di lanciare un servizio di messaggistica criptata dopo aver subito molte pressioni da parte delle autorità russe all’epoca di VK, un social network che aveva creato nel suo Paese prima di venderlo e lasciare la Russia nel 2014.
Ha detto di aver provato a stabilirsi a Berlino, Londra, Singapore e San Francisco prima di optare per Dubai, di cui ha elogiato l’ambiente imprenditoriale e la “neutralità”.





