
La notizia che un Nuovo Partito Comunista Italiano clandestino, che si dichiara erede delle Brigate Rosse, ha pubblicato sul suo sito un articolo contenente elenchi di società e di persone (compresi politici e giornalisti) ritenuti sionisti, ha riportato alla memoria gli Anni di Piombo, ossia gli anni nei quali il terrorismo rosso gambizzava e uccideva.
Anni nei quali si è anche consumato il delitto Moro, ossia l’assassinio del leader democristiano perpetrato dalle Brigate Rosse, con la connivenza (ne sono convinti in molti) di manine straniere.
Il Nuovo Partito Comunista, a quanto scrive La Verità, è stato fondato dall’ottantacinquenne bergamasco Giuseppe Maj, oggi residente in Francia.
Per ora è lui l’unico nome legato al Nuovo Partito Comunista Italiano, considerato, sostiene “La Verità” il braccio clandestono dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo”.
Non ci interessa qui approfondire i legami tra il nPci e il Partito Carc, mentre è significativo capire quanto la Francia continui ad essere il Paese che ospita e protegge i terroristi e che consente loro di operare per mantenere in essere organizzazioni che minacciano lo Stato italiano.
Ovviamente, non è possibile comprendere le posizioni francesi, senza considerare quelle italiane, legate alla logica del “Lodo Moro”, che ha consentito al terrorismo palestinese di dimorare tranquillamente in Italia per poi andare a colpire altri Paesi europei, in particolare la Francia.
Nel marzo del 2023 la Corte di Cassazione francese ha respinto, definitivamente, la richiesta di estradizione di dieci terroristi di sinistra coinvolti nei gravi fatti di sangue avvenuti in Italia durante gli anni di piombo.
Per i francesi i terroristi in passato sono stati giudicati in contumacia ovvero senza essere presenti al processo e per loro queste sentenze sono prive di valore.
I dieci terroristi non sono presunti tali, ma sono stati condannati definitivamente in Italia. Si tratta di Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Massimo Di Marzio, Giovanni Manenti, Marina Petrella, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi e Raffaele Silvio Ventura, noti alle cronache italiane: membri di gruppi estremisti attivi negli anni di piombo e condannati all’esecuzione di consistenti sanzioni detentive, non hanno mai scontato le pene loro inflitte perché si sono rifugiati in Francia.
In Francia si sono stabiliti diversi esponenti della sinistra extraparlamentare che sostenevano la lotta armata.
A Parigi ebbe sede una scuola di lingue, Hyperion, che in realtà era un’agenzia internazionale del terrorismo, una camera di compensazione delle principali organizzazioni terroristiche europee (IRA, ETA, RAF, BR).
In Francia è stata elaborata la cosiddetta “Dottrina Mitterand”, che sostanzialmente non riteneva valide le sentenze di condanna della magistratura italiana nei confronti dei terroristi di sinistra.
Hyperion fu sospettata di essere da un lato una struttura di riferimento per organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e BR, dall’altro di mantenere rapporti contemporaneamente con CIA, KGB e Mossad.
Le vicende dell’Hyperion sono state oggetto di un’analisi contenuta in un saggio del giudice Rosario Priore e del giornalista Silvano De Prospo: “Chi manovrava le Brigate Rosse?”. I due autori hanno collegato il rapporto della storia delle BR, sin dai suoi esordi, con quella di un gruppo di persone di cui ancora troppo poco si è scritto: Corrado Simioni, Duccio Berio e Vanni Mulinaris, fondatori agli inizi degli anni Settanta del Superclan – misteriosa organizzazione clandestina nata come costola delle Brigate rosse – successivamente riparati a Parigi, e qui diventati insegnanti di lingue in un istituto, il centro Hyperion, su cui grava da decenni il sospetto che fosse un centro di coordinamento dell’eversione internazionale. Attraverso un meticoloso lavoro sulle fonti storiche e giudiziarie, “Chi manovrava le Brigate Rosse?” riesce a dare riscontro fondato all’ipotesi che le BR non agissero in autonomia, ma che dietro all’organizzazione si muovesse un reticolo d’interessi legato al terrorismo internazionale, agli apparati dello Stato italiano, al lavorio incessante dei principali servizi stranieri.
E’ del tutto evidente che la Francia continua ad essere terra sicura, visto che sul sito del Nuovo Partito Comunista Italiano c’è l’indicazione di una “Delegazione” in BP3 4, rue Lénine 93451 L’Île St Denis (Francia).
Se la Francia è porto sicuro per terroristi di sinistra che hanno creato problemi alla Stato italiano, l’Italia è stata, grazie, a quello che sinteticamente è denominato “Lodo Moro”, il luogo sicuro per il terrorismo palestinese e arabo, che hanno avuto carta bianca per soggiornare nel nostro Paese.
Degli accordi informali tra Italia e mondo arabo scrive Valentine Lomellini, nel suo “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986. Roma-Bari: Laterza, 2022”.
Il “lodo Moro”, stando a quanto racconta l’autrice, è un accordo che rimanda a un modus vivendi dell’Italia con i palestinesi e, in subordine, con il mondo arabo. Non si tratta di un trattato diplomatico divulgato e controfirmato dai contraenti.
Siamo negli anni Settanta e la vicenda del “Lodo Moro” si inserisce perfettamente nella ragnatela degli altri segreti del potere che caratterizzano il decennio. Al tempo l’espressione “lodo Moro” non esisteva e a richiamarlo come tale è stato il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga in due circostanze: nel 2005 in una lettera al deputato di Alleanza nazionale Enzo Fragalà e, in forma pubblica, nel 2008 dalle pagine del Corriere della Sera.
Cossiga aveva citato il “lodo” per collegare la strage di Bologna del 2 agosto 1980 a un mancato rispetto italiano degli accordi con i palestinesi.
L’autrice ritiene si debba parlare di “lodo Italia” dal momento che la condivisione della linea verso il Medio Oriente è stata ampia ed è proseguita anche dopo la morte del leader democristiano.
Con l’espressione Lodo Moro, chiarisce Valentine Lomellini, viene inteso l’accordo informale “ipoteticamente stipulato dai servizi segreti italiani per conto dello statista democristiano, al fine di mettere la penisola al riparo dell’ondata di terrorismo arabo-palestinese che stava sconvolgendo l’Europa alla fine degli anni Sessanta”.
Negoziazioni segrete non riguardarono solo l’Italia, ma anche altri Paesi.
Per quanto riguarda l’Italia la logica del Lodo Moro vide concorrere ministri, presidenti del Consiglio, dirigenti dei Servizi segreti, alti magistrati.
Se per un attimo torniamo con la mente alla strage di Bologna, i processi sulla strage del 2 agosto 1980 hanno ridisegnato il contesto, coinvolgendo la P2 di Licio Gelli, con la copertura, si afferma, dei Servizi deviati.
Un passaggio importante, in merito, andrebbe fatto leggendo le carte della P2 per accorgersi che, a proposito di servizi, dietro a Gelli si agitava la Cia di Frank Gigliotti.
Frank Gigliotti nato in Italia il 15 ottobre 1896, dal 1925 al 1928 ha studiato a Roma.
Ha operato poi come capo consigliere della sezione italiana dell’OSS dal 1941 al 1945. Successivamente il suo compito in Italia è stato quello di riattivare l’organizzazione dei servizi strategici, usando gli ex agenti dei servizi segreti fascisti come strumento di lotta al comunismo, come risulta da un rapporto del Dipartimento di Stato USA del 1947.
Frank Gigliotti reclutò Licio Gelli personalmente e gli diede l’incarico di predisporre in Italia un “governo anticomunista parallelo”, in stretta collaborazione con la sede della CIA a Roma (Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 91).
Come scrive Daniele Pistolato, nella sua tesi di laurea all’Università di Padova[1], Gelli, che conosceva il Generale Alexander Haig, consigliere del Presidente USA per le questioni militari, entrò a tutti gli effetti nell’ entourage di Nixon. “Nel settembre del 1969, il Generale Haig e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Henry Kissinger – scrive Pistolato – , autorizzarono Gelli a reclutare nella sua P2 circa 400 alti ufficiali italiani e della Nato, al fine di predisporre un “governo dei colonnelli”. Come spiegò lo stesso “Maestro venerabile”: ‘Molti provenivano dai ranghi dei mercenari che avevano combattuto nella guerra civile spagnola, altri dalla repubblica fascista di Salò. Vennero selezionate persone di provata fede anticomunista. […] Se la forza comunista si fosse ulteriormente accresciuta in Italia, avremmo scatenato un’altra guerra e l’America ci avrebbe generosamente rifornito d’armi dal cielo’ ”. [2]
“Tra il 27 e il 28 febbraio 1969 – aggiunge Pistolato – , durante il primo tour europeo di Nixon, il Presidente USA venne in visita a Roma. Dalle sue memorie, l’allora Primo ministro italiano Rumor ricordava la capitale quasi in “stato di assedio”, per le proteste antiamericane di studenti ed estremisti di sinistra. Con i precedenti successi nei paesi del Sud del mondo -soprattutto in America Latina-, la strategia delle “covert operations” della CIA sbarcherà, con Nixon, in Europa”. [3]
Se vogliamo davvero parlare di radici, allora dobbiamo andare oltre la prima linea, quella evidente del neo-fascismo, per approdare alla pista che riguarda i servizi Usa.
Lo stesso si dovrebbe fare per l’utilizzo dei fascisti da parte dei servizi inglesi, ma anche delle manine dei servizi di vari Paesi per quanto riguarda l’altra parte del terrorismo, ossia quello rosso: Brigate Rosse, Prima Linea e via discorrendo. Che dire della Volante Rossa? E di Giangiacomo Feltrinelli?
Troppi misteri avvelenano ancora l’Italia e consentono a eversori italiani e stranieri di muoversi.
Enrico Mattei, ad esempio, al quale oggi ci riferiamo per un nuovo rapporto Italia-Africa, fu il costruttore delle fortune dell’Eni e dell’indipendenza energetica dell’Italia in funzione dello sviluppo del Paese.
Nel 1953 fu costituito l’Eni, che presto sconvolgerà il sistema petrolifero mondiale. Nel 1962, il 27 ottobre, l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò. Con lui morirono il pilota e un giornalista.
Il 16 marzo 1978 Moro fu rapito e il suo corpo, dopo settimane di trattative segrete e di ricerche, fu trovato il 9 maggio 1978 in via Caetani.
La mattina del rapimento Giulio Andreotti si sarebbe presentato alle Camera per il dibattito sulla fiducia ad un governo che avrebbe visto entrare nella maggioranza il Pci.
Per i più e per una lettura superficiale del problema, il rapimento di Moro è stato l’atto con il quale si chiudeva drammaticamente un processo di normalizzazione del Paese, con la fine della conventio ad escludendum.
E’ proprio così? “Già, è il Pci il problema? O, piuttosto la Dc? O, più precisamente, il suo leader più prestigioso che ne ispira la politica interna di apertura a sinistra e quella estera di puro stampo matteiano?”. L’interrogativo è posto da Mario José Cereghino e da Giovanni Fasanella nel libro “Il golpe inglese” (Chiarelettere).
“L’Italia – scrivono i due autori – sta per emanciparsi definitivamente dalla sua condizione di paese sconfitto in guerra, soggetto al diktat delle potenze vincitrici, in modo particolare della Gran Bretagna” e lo sta facendo secondo le linee matteiane, che non hanno mai escluso un rapporto non conflittuale con l’Unione sovietica.
I due autori riportano le rivelazioni in merito di Francesco Cossiga, il quale, due anni prima di morire, consegnò a Panorama, che lo pubblicò nel marzo 2008, un documento proveniente dai servizi tedeschi.
“Il punto è – scrivono Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella – che né i magistrati né il Parlamento conoscevano il ruolo della Nato, della sua intelligence e della sua rete clandestina Stay Behind (in Italia conosciuta come Gladio) durante il sequestro. Un ruolo cruciale, decisivo. Che di fatto esautorava le autorità italiane, affidando la gestione dell’intera vicenda, sia sul piano militare che su quello politico, a «unità speciali» di Stay Behind, in quel periodo coordinata da un direttorio di cui facevano parte Gran Bretagna, Francia, Usa e Germania. E dal quale era esclusa l’Italia”. Italia alla quale fu ricordato il suo status “di nazione sconfitta in guerra, e quindi soggetta – scrivono ancora Mario José Cereghino e da Giovanni Fasanella – in base al trattato del 1947, al controllo delle potenze vincitrici. In primo luogo, naturalmente, la Gran Bretagna”.
Se facciamo mente locale alla Commissione Mitrokhin, nella vicenda Moro, intricatissima, come si può evincere dai brevi cenni alle molte mani che hanno agito, direttamente o indirettamente, si apprende, dal testo firmato dal Presidente Paolo Guzzanti, che: “Al celebre numero 96 di via Gradoli vi è l’appartamento della signora Bozzi, frequentato dalla Giuliana Conforto, figlia dell’agente Dario”. L’agente Dario è un italiano agente del Kgb.
Il senatore Pd Luigi Zanda, già assistente di Cossiga, in un’intervista di Simonetta Fiori per “la Repubblica”, ha sostenuto la tesi della “pista sovietica” dietro la morte di Moro e gli attentati a Wojtyla e Berlinguer e ha sottolineato che “la verità” è attingibile “solo dagli archivi internazionali”.
Si potrebbe pensare sia necessario attendere la declassificazione di archivi segreti, ma così non è. Molti archivi sono stati aperti, molte notizie sono disponibili e molte “verità” sono emerse dopo la fine dell’Urss.
Il 26 dicembre 1991 finisce l’esistenza dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’Urss non c’è più. Il primo di luglio del 1991 chiude i battenti il Patto di Warsavia.
La Commissione parlamentare Mitrokhin ha delineato nella sua relazione finale, che è finita del tutto la possibilità, che l’Unione Sovietica ha coltivato,di poter invadere l’Europa occidentale.
Questa idea, coltivata dai comandi militari sovietici e dalle alte sfere politiche dell’Urss, ha prodotto una quantità di azioni nei Paesi occidentali, tra le quali, oltre ad attentati, promozione di gruppi rivoluzionari, copertura di traffici di armi, anche la costituzione e il mantenimento di una rete di spie
Dal 30 marzo 1995 l’intelligence inglese ha trasmesso a quella italiana un dossier, denominato Impedian (Alias Mitrokhin), contenente informazioni importanti sulla presenza dello spionaggio sovietico in Italia.
Secondo la Commissione parlamentare Mitrokhin, che ha consegnato le sue conclusioni nel 2006, il Sismi ha congelato le notizie e tra i nostri servizi e ben tre Governi c’è stato un gioco di scaricabarile, con palleggiamento di responsabilità e di affermazioni contrastanti.
Il risultato è che non è stato attivato il controspionaggio necessario e non sono stati fermati gli agenti sovietici, tra i quali troviamo anche quel Giorgio Conforto, l’agente Dario, che compare nelle carte della Commissione riguardante l’assassinio di Moro.
Queste le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il “Dossier Mitrokhin” e l’attività dell’intelligence italiana, consegnata il 15 marzo 2006 al Senato della Repubblica dal presidente Paolo Guzzanti, e relative al primo capitolo, riguardante “L’operazione Impedian”.
La ricostruzione delle dinamiche istituzionali relative alle modalità di informazione dei Governi (Dini, Prodi e D’Alema) fa emergere la concreta possibilità di un “filo conduttore comune nella gestione complessiva dell’operazione Impedian. Risultano condivise dal livello di governo e da quello dei vertici operativi le scelte e le determinazioni che hanno gravemente compromesso l’attività di controspionaggio. Occorre inoltre osservare, che una tale combinazione di circostanze, che vede il coinvolgimento di uomini e strutture non si realizza se non vi è una precisa direttrice di coordinamento, mantenuta efficace ed operante per molti anni. I fatti descritti in questo capitolo dicono che i comportamenti omissivi del servizio, avallati, se non addirittura determinati, dall’Autorità politica, hanno compromesso la possibilità di accertare le responsabilità di chi ha operato per esercitare lo spionaggio in Italia a favore dell’Unione Sovietica”.
Le conclusioni riguardano uno dei più significativi pericoli corsi dal nostro Paese e la presenza di spie sovietiche e di centri di stoccaggio del Kgb con armi, radio ricetrasmittenti, soldi e materiali vari.
I governi interessati allo scaricabarile sui documenti Impedian sono quello guidato da Lamberto Dini, quello guidato da Romano Prodi e quello guidato da Massimo D’Alema.
Durante tutta la presenza del Patto di Varsavia ha funzionato una rete di spie. Questa rete, così come alcuni gruppi rivoluzionari, ha avuto rapporti con una fitta rete internazionale e con la frangia secchiana presente nel Pci e nella sinistra italiana.
Anche le risultanze della commissione Mitrokhin sono finite nel cestino del silenzio. Perché?
La domanda che sorge è: la rete spionistica del Kgb, sottovalutata e non adeguatamente contrastata negli anni Settanta, secondo quanto afferma la Commissione Mitrokhin, le cui considerazioni sono state di fatto sottaciute, è stata messa in pensione o è rimasta attiva? Ci sono verità che il senatore Luigi Zanda ritiene racchiuse nei documenti stranieri, ma che, stando agli atti, sono già in gran parte scritte nei documenti disponibili, come ad esempio, quelli della commissione inglese: “The Litvinenko Inquiry” del 2016: “Report into the death of Alexander Litvinenko – Chairman: Sir Robert Owen – Presented to Parliament pursuant to Section 26 of the Inquiries Act 2005 Ordered by the House of Commons to be printed on 21 January 2016.
Prima che si inneschi nel Paese una nuova strategia della tensione e che i prossimi anni ci reimmergano nel clima degli “Anni di Piombo” non è meglio, doveroso, imprescindibile, desecretare tutta la documentazione relativa al secolo scorso, al fine di tagliare fili, manine straniere, connivenze?
[1] Daniele Pistolato, “Operazione Gladio” – L’esercito segreto della Nato e l’Estremismo Nero – A.A. 2023/2024 – Università di Padova
[2] Daniele Pistolato, “Operazione Gladio” – L’esercito segreto della Nato e l’Estremismo Nero – A.A. 2023/2024 – Università di Padova
[3] Daniele Pistolato, “Operazione Gladio” – L’esercito segreto della Nato e l’Estremismo Nero – A.A. 2023/2024 – Università di Padova





