
di Massimiliano Bonne
Paralipomeni, a chi (non) serve la scuola
Immagine: Scultura di Jean-Louis Corby – “Il Vuoto dell’Anima”
E crearono la scuola, come il diavolo comandava.
Il bambino ama la natura, così l’hanno rinchiuso in quattro mura.
Non può stare seduto per ore senza muoversi, così hanno ridotto al minimo la sua libertà di movimento.
Gli piace lavorare con le mani e hanno iniziato a dargli informazioni e teorie.
Ama parlare onestamente – gli hanno insegnato a stare in silenzio.
Si sforza di capire – gli hanno insegnato ad imparare a memoria.
Vorrebbe esplorare e usare la propria conoscenza (dell’anima) – ma ha ottenuto il tutto in forma pronta su decine di fogli grigi di lavoro.
Attraverso tutto questo, i bambini hanno imparato ciò che non avrebbero mai imparato in altre circostanze: hanno imparato a non mettere in discussione nulla e ad adattarsi.
(Adolphe Ferrière)
Questo testo di Ferriere, ci ricorda che la civiltà non è venuta dalle scuole, le scuole ha contribuito a pietrificare il sapere, intristisce invece che sollevare gli animi.
L’attuale momento storico richiede un grande senso di responsabilità nei confronti del mondo dell’infanzia e dell’educazione scolastica. Oggi, la scuola insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di età, di bisogni ecc.
Già Rudolf Steiner si era posto il dubbio di un’educazione sana e congeniale. Nella pedagogia steineriana vediamo che si contraddistingue per una profonda conoscenza del bambino e dei suoi bisogni, da cui si origina un sistema educativo saldo, attento e rispettoso delle fasi di sviluppo, con un piano di studi che accompagna l’allievo dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori.
Uno dei principi della pedagogia steineriana è quello di considerare il bambino nella sua interezza. Da qui un’educazione armonica che tiene costantemente conto di “testa, cuore e mano”, ovvero di tre elementi essenziali da mantenere in equilibrio tra loro.
Un ultimo aspetto fondamentale riguarda la modalità di apprendimento: la pedagogia steineriana si basa infatti sull’esperienza attiva e sulla comprensione anziché sulla memorizzazione, al fine di stimolare il pensiero critico, utilizza in modo marginale i classici testi scolastici e non ricorre alla lezione frontale. Questo tipo di apprendimento, che coinvolge tutto il corpo, è destinato a fissarsi maggiormente nella memoria rispetto a un apprendimento che punta soltanto sul piano razionale.
Nell’educare dobbiamo pertanto favorire lo sviluppo della volontà e della sfera emotiva, così da fornire al bambino che sarà uomo gli strumenti indispensabili per fondare una nuova cultura, al cui centro ci sia l’interesse e l’amore per l’altro
La prima condizione per liberare, stimolare e favorire la gioia dell’azione, la spontaneità dei sentimenti, la curiosità della scoperta è la presenza di educatori che abbiano sviluppato il più possibile tali qualità in un costante lavoro di autoeducazione. Ciò che viene trasmesso e perdura nella coscienza degli allievi non è principalmente “cosa” si insegna, ma eventualmente “come” si insegna e soprattutto “chi” insegna
Più tardi Giovanni Papini che scrive a inizio del novecento “La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da se.
Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene — e non tutti ci arrivano”.
Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.
Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico.
Papini non ha dubbi: “Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati ‘cattivi’ scolari. (I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere una certa fama sono stati spesso i ‘primi’ della classe)”. E qua Papini cita “la media intelligenza de’ nostri impiegati, dirigenti, professionisti e governanti”.
Se c’è ancora un po’d’intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra gli analfabeti, ribadisce.
Ma i danni della scuola non riguardano i soli alunni.
“La scuola é cosi essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non e dir poco.
Tra i quaranta e i cinquanta l’uomo vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) é servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte”.
E’ un invito provocatorio conclusivo della riflessione e della lettera di Papini non lascia dubbi sulla necessità di una riforma radicale di ogni sistema educativo attuale.
L’anima umana innanzitutto.
Un po’ di decenni dopo, Pier Paolo Pasolini in un articolo uscito sul Corriere della Sera, ribadisce la visione di Papini e lancia un analogo appello, sollecitando l’abolizione della scuola dell’obbligo: “La scuola dell’obbligo é una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese — scrive Pasolini — vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione é dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ dl storia ha senso solo se si proietta ne! future la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre é ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo e prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte a ogni no- vita). Una buona quinta elementare basta oggi a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento, che e una degradazione, e delittuoso, perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciosamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza”.
La storia è costellata di menti brillanti che ciclicamente mettono in guardia la società dalla pericolosità di un’istruzione sterile, limitante, disseccante!
In un film del regista Silvano Agosti vediamo che un personaggio di uno dei suoi film recita: “La scuola é una roba da stare in gabbia, a scuola non puoi vivere, non puoi giocare… Poi la maestra se non stai seduto ti dà la nota, tutte robe che con la vita non c’entrano. Invece nella vita c’entra la gioia, l’amore, la felicita.”
Secondo sempre Agosti proprio seme, della propria interiorità, le strade sarebbero piene di capolavori ambulanti e ognuno avrebbe una sua personale visione del mondo e il mondo sarebbe pieno di infinite interpretazioni e questo sarebbe commovente”.
Nei suoi testi Agosti parla di un vero e proprio genocidio invisibile che colpisce non tanto i corpi ma le personalità di miliardi di persone che vengono tenute lontane da se stesse, dalla loro creatività, dalla loro liberta, e dal proprio vero destino, e una delle leve che il sistema utilizza per perpetuare questo genocidio e proprio l’istituzione scolastica cosi come e attualmente concepita. Una istituzione che invece di esaltare il piacere dell’apprendimento e stimolare l’innata immaginazione dei bambini, è divenuta uno strumento “capace di estirpare qualsiasi creatività e demolire ogni desiderio naturale di apprendere”, modellando in serie tanti nuovi obbedienti schiavi moderni.
La scuola attuale non solo non c’entra con la gioia, l’amore e la felicita ma sembra quasi essere concepita per sopprimerle. E con loro qualsiasi forma di bellezza e creatività. Ma soprattutto sopprime l’individuo nella sua essenza, nel suo essere unico. Il sistema educativo è rigido e omologante, non tiene in alcuna considerazione il bambino e la sua natura, le sue specificità, i suoi bisogni, la sua storia, la sua psicologia, i suoi tra caratteriali, le sue inclinazioni, i suoi talenti, le sue modalità e tempi di apprendimento.
Tolstoj esasperando e segmentando il concetto a una categoria di persone, diceva che gli uomini di genio sono incapaci di studiare in gioventù perché sentono inconsciamente che bisogna imparare tutto in modo diverso da come lo impara la massa. In realtà, il problema non riguarda i soli uomini di genio ma qualsiasi uomo, in quanto ognuno dovrebbe avere la possibilità di apprendere nella maniera più rispettosa della propria libertà e unicità.
Era certo di questo anche un altro pensatore illustre dll’800, il filosofo Arthur Schopenhauer. Fin dall’infanzia bisognerebbe rispettare il cammino naturale della formazione della conoscenza – scriveva. Nessun concetto dovrebbe essere introdotto, se non attraverso l’intuizione, o almeno non dovrebbe essere accreditato senza di essa”. II filosofo tedesco introduce un concetto fondamentale. Introduce un concetto fondamentale quello dell’intuito.
Educare all’uso dell’intuizione! Sensibilizzare e affinare, cioè, negli studenti, sin da giovani, questo luminoso strumento che permetterebbe loro di destreggiarsi poi sotto il bombardamento di informazioni, messaggi, nozioni, sollecitazioni che da ogni parte arriverà loro addosso. Rispettato nei suoi bisogni e allenato nell’intuito, ecco che “il bambino avrebbe allora pochi, ma giusti ed esaurienti concetti”, spiega Schopenhauer e “imparerebbe a misurare le cose con il suo metro invece che con il metro degli altri”.
“Allora non accoglierebbe mai migliaia di frottole e preconcetti, per scacciare i quali sarà costretto a impiegare la parte migliore dell’esperienza successiva nella scuola della vita – scrive ancora – il suo spirito sarebbe abituato una volta per sempre alla solidità e alla chiarezza, al giudizio autonomo e alla mancanza di pregiudizi”.
Esercitarsi con l’intuito è l’antidoto a l’essicazione umana esercitata attraverso l’obbedienza al sistema profilativo odierno.
La maniera di vedere l’universo attraverso la ricerca, l’intuito e il cuore è infallibile, centrale, è certo perché sempre vero. La ripetizione mnemonica è invece figlia di un processo e di una funzione solo mentale e quindi periferica, parziale, fallibile, manipolabile, illusoria.
La scuola è oggi invece un’adesione all’obbedienza, una tragica omissione perché si omette che l’uomo è soprattutto spirituale.
I maestri di oggi omettono e dimenticano che dovrebbero educare (educere) non agli alunni ma a nuovi e altri maestri.
Ma siamo sicuri che uno spirito del genere, con tali requisiti, sia compatibile con la società e benvoluto da chi ne modella il corso? La risposta è negativa. Ma e qua che ci si gioca tutto ed e da qua che si passa se si vuole veramente arrivare a un nuovo modello educativo.





