
di Giuseppe De Carli
Siamo alla vigilia di una partita, Svizzera-Italia che non cambierà i destini di nessuno dei due contendenti tranne il platonico passaggio ai quarti di finale di un Campionato Europeo di calcio. Eppure, nel tempo, questa sfida ha rappresentato sempre un momento di contrapposizione tra due culture molto lontane tra di loro. Per la superiorità tecnica degli azzurri si è spesso trattato di un confronto anche tra due scuole calcistiche molto differenti tra loro. Una storia iniziata con il primo incontro, a Milano, il 7 maggio 1911 e proseguita per altre sessanta volte, tanto da risultare la nazionale più affrontata nella storia della nostra rappresentativa.
Svizzera-Italia rappresenta però qualcosa di più di un incontro di calcio. Gli incontri giocati in terra elvetica rappresentavano nel passato l’unico momento di riappropriazione dell’identità nazionale da parte degli italiani residenti Oltralpe, una sorta di rivincita sociale in salsa sportiva.
Giusto cinquant’anni fa, con la regia di Franco Brusati, un eccezionale Nino Manfredi interpretò in modo magistrale, in “Pane e cioccolata”, la vita di un emigrato italiano in svizzera tra sfruttamento ed emarginazione. Il nostro protagonista, tra mille traversie ed un crescendo di malessere morale, tentò di “elvetizzarsi” tingendosi i capelli di biondo per sembrare uno svizzero oriundo. Un tentativo grottesco che viene smascherato proprio mentre in un bar assiste ad una partita della nazionale italiana (contro l’Inghilterra) tra i mugugni ed i dileggi dei clienti svizzeri che popolano il locale. Al gol degli azzurri, con un moto liberatorio e manifestando un orgoglio sopito, grida a squarciagola la propria felicità, smascherando il suo camuffamento e facendosi cacciare dal bar.
Oggi, per fortuna, tutto è cambiato e quel “Pane e cioccolata”, figlio di quei tempi, non esiste più. Oggi, la globalizzazione ha coinvolto anche il Paese di Guglielmo Tell, da secoli arroccato sul proprio nazionalismo e sulla neutralità a prescindere. Basta vedere i componenti della squadra rossocrociata per osservare come, finalmente, l’identità nazionale è alimentata da chi vive in una determinata Nazione, non tanto per il il colore della pelle, ma per l’aver sposato un nuovo modo di vivere, integrandosi.
Per questo Svizzera – Italia è diventata solo una partita di calcio, dove la vicinanza geografica è una delle tente occasioni di incontro tra due popoli che ora possono camminare felicemente abbracciati e con eguale dignità, almeno per un pomeriggio. Ironia della sorte, la partita si svolgerà nell’Olympiastadion di Berlino dove nel 1936 l’afro-americano Jesse Owens conquistava quattro medaglie d’oro davanti agli occhi attoniti di Hitler. Raccontare la storia e rileggerla in chiave di pace da valore a questi momenti aggregativi che, al di là del colore delle maglie e delle bandiere, unisce e non divide.





