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PALESTINA, PRIMA DI RICONOSCERE UNO STATO È NECESSARIO COSTITUIRLO

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Prima di riconoscere uno Stato è necessario costituirlo. Sembrerebbe lapalissiano, ma la memoria di monsier Jacques de La Palice sembra aver abbandonato l’Eliseo.

L’espressione lapalissiano, che è sinonimo di ovvio, deriva dal nome del maresciallo francese Jacques de Chabannes, signore di La Palice, di cui si racconta che i suoi soldati abbiano composto una canzone per celebrare la sua morte. La canzone, diffusa in diverse versioni, contiene frasi come “un quarto d’ora prima di morire, era ancora in vita”. Queste affermazioni, pur essendo vere, sono così scontate da diventare oggetto di ironia e rappresentano il concetto di “lapalissiano”. Quindi, quando si usa questa parola, si intende che qualcosa è così evidente da non aver bisogno di essere detto. 

Affrontare le esternazioni di Emmanuel Macron prendendole sul serio sembrerebbe una perdita di tempo.

L’idea di Monsieur le President di riconoscere lo Stato di Palestina è stato liquidato da Donald Trump con una battuta al vetriolo: “E’ una brava persona, mi piace, fa il gioco di squadra, ma la buona notizia è che quello che dice non conta”.  Quale squadra? Quella dello scudo rosso?

Più didattica e paziente, Giorgia Meloni, saggiamente ha ricordato a Macron quello che dovrebbe già sapere dalla prima elementare: “L’ho detto varie volte, anche in Parlamento. L’ho detto alla stessa Autorità palestinese e l’ho detto anche a Macron: io credo che il riconoscimento dello Stato di Palestina, senza che ci sia uno Stato della Palestina, possa addirittura essere controproducente per raggiungere l’obiettivo. Se qualcosa che non esiste – spiega – se viene riconosciuto sulla carta, il problema rischia di sembrare risolto, quando non lo è”. “Essendo favorevolissima allo Stato della Palestina – aggiunge Meloni – non sono favorevole al suo riconoscimento a monte di un processo per la sua costituzione”.

Il problema è complicatissimo e il pupillo dei Rothschild dovrebbe saperlo, in quanto quella che chiamiamo Palestina è in parte Stato di Israele, in parte Cisgiordania, regolata dagli accordi di Oslo, e in parte Striscia di Gaza.

E già qui la questione è aggrovigliatissima.

La Cisgiordania, come ho scritto sabato, è una gruviera frutto degli Accordi di Oslo, sottoscritti da Rabin e Arafat e mediati da Bill Clinton , in uno dei suoi tanti disastri.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/24834-macron-il-grande-bluff-del-pupillo-dello-scudo-rosso.html

Accordi disastrosi, perché stabiliscono una convivenza impossibile in un territorio in parte governato da Israele, in parte dall’Autorità palestinese e in parte insieme dai due soggetti.

Un pateracchio che per dire che esiste uno Stato di Palestina dovrebbe essere riscritto completamente, con un nuovo trattato che è persino difficile immaginare come possa essere.

Gli sceicchi di Hebron, territorio che sta in Cisgiordania, non riconoscono l’Autorità palestinese, vogliono costituire un emirato loro, riconoscere Israele, come pure partecipare agli Accordi di Abramo.

Come inseriamo Hebron nello Stato di Palestina che Macron, l’inossidabile, vuole riconoscere?

Cisgiordania due

La Striscia è un territorio omogeneo e si presterebbe ad essere la sede territoriale di uno Stato di Palestina, ma c’è Hamas e finché c’è Hamas la Striscia è impraticabile.

Giovedì, l’inviato di pace degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha dichiarato che l’amministrazione Trump ha deciso di richiamare la sua squadra dai colloqui di cessate il fuoco a Gaza per delle consultazioni. “Abbiamo deciso di riportare a casa la nostra squadra da Doha per delle consultazioni dopo l’ultima risposta di Hamas, che mostra chiaramente una mancanza di volontà di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza”, ha dichiarato Witkoff. “Valuteremo – ha aggiunto – ora opzioni alternative per riportare a casa gli ostaggi”.

Quel fenomeno politico di Emmanuel Macron, che si accompagna al fenomeno iberico Pedro Sanchez, dovrebbe tornare a scuola per apprendere le regole minime di riconoscimento di uno Stato.

I criteri minimi di diritto internazionale per riconoscere uno Stato sovrano sono stabiliti principalmente dalla Convenzione di Montevideo del 1933 sui diritti e doveri degli Stati (articolo 1), che rappresenta il riferimento fondamentale. Questi criteri sono:

Popolazione permanente: uno Stato deve avere una popolazione stabile che risiede nel suo territorio. Non è necessario un numero minimo, ma la popolazione deve essere identificabile e legata al territorio.

Territorio definito: lo Stato deve avere un territorio delimitato, anche se i confini esatti possono essere oggetto di disputa. Non è richiesta una dimensione minima o massima.

Governo effettivo: deve esistere un governo che eserciti un controllo effettivo sul territorio e sulla popolazione, con la capacità di amministrare e mantenere l’ordine interno.

Capacità di entrare in relazioni con altri Stati: lo Stato deve avere la capacità di condurre relazioni internazionali, come concludere trattati o partecipare a organizzazioni internazionali.

Un aspetto rilevante è che lo Stato deve essere sovrano, cioè non soggetto al controllo di un altro Stato.

La Cisgiordania è chiaramente in contraddizione con questo criterio.

Fin qui i problemi più evidenti, riguardanti quello che non c’è, ossia lo Stato della Palestina.

Vediamo ora il contesto nel quale si colloca la questione dello Stato che non c’è.

La popolazione attuale di Israele, secondo i dati più recenti, ha superato i 10 milioni di abitanti all’inizio del 2025. In particolare, l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano riporta che la popolazione è di circa 10.094.000 abitanti, di cui:

77,6% ebrei (circa 7.732.000)

20,9% arabi (circa 2.114.000)

2,5% altre minoranze, inclusi cristiani non arabi e lavoratori stranieri (circa 248.000).

Questi dati riflettono una crescita dell’1,4% rispetto all’anno precedente, con un contributo significativo di nascite (circa 174.000 bambini) e immigrazione (circa 28.000 nuovi immigrati), anche se il saldo migratorio è stato negativo a causa di un aumento degli espatri

Se nel 1947 l’85 per cento della popolazione ebrea era composto da askenaziti provenienti dall’Europa centrale e orientale, nel 2024 gli askenaziti sono scesi al 32%.

Gli askenaziti sono stati promotori di uno Stato laico in stile europeo e dai tratti socialisti (kibbutz).

Attualmente la popolazione ebrea di Israele è in maggioranza composta da mizrahim.

I mizrahim sono ebrei originari delle comunità del Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale, distinti dagli ebrei Ashkenaziti (Europa orientale) e Sefarditi (Spagna e Portogallo). Il termine si riferisce principalmente agli ebrei provenienti da paesi come Iraq, Iran, Yemen, Siria, Libano, Egitto, Marocco, Tunisia, Algeria e altri, le cui tradizioni, culture e pratiche religiose riflettono le influenze delle regioni in cui hanno vissuto per secoli.

Oggi gli ebrei di derivazione mizrahim sono circa il 70 % della popolazione ebrea.

Questo equilibrio attuale favorisce quella che, in termini impropri, viene definita la destra.

Nei giorni scorsi con una maggioranza di 71 voti a favore e 13 contrari la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato una mozione che impegna il governo a procedere all’annessione della Giudea e Samaria, cioè, nel lessico biblico adottato dal governo Netanyahu, della Cisgiordania.

La mozione era stata presentata dai parlamentari e ministri del Likud e dagli altri partiti che sostengono il governo Netanyahu ed è stata approvata con un numero di voti anche superiore a quello dell’attuale maggioranza di governo di destra.  L’opposizione, sia centrista che di sinistra, non ha partecipato al voto.

La popolazione attuale della Cisgiordania è stimata essere di circa 2,9 milioni di persone, prevalentemente palestinesi, con circa 700.000 coloni israeliani che vivono negli insediamenti, secondo dati aggiornati al 2025.

Annettere la Cisgiordania significherebbe portare la popolazione araba interna allo Stato di Israele dagli attuali

2.114.000 a 4.314.000 a fronte di 7.732.000 ebrei.

Un ministro israeliano di ultradestra ha detto: “Tutta Gaza sarà ebraica… il governo sta spingendo affinché Gaza venga cancellata. Grazie a Dio, stiamo estirpando questo male. Stiamo spingendo la popolazione che si è istruita sul Mein Kampf”, ha dichiarato il ministro israeliano ultranazionalista di estrema destra, Amihai Ben-Eliyahu, citato su X dal giornalista di Axios Barak Ravid.

Annettere Gaza, salvo pensare ad una deportazione di 2 milioni di gazawi, significherebbe portare la popolazione araba dello Stato di Israele a 6.314.000 a fronte dei 7.732.000 di ebrei.

A questo punto di potrebbe parlare di uno Stato con due popoli e non di due popoli con due Stati, ma è inverosimile che uno Stato con quelle percentuali di ebrei e di arabi sia governabile, e pertanto la destra estrema di Israele vaneggia.

C’è poi un problema non indifferente che si chiama nucleare.

Israele, anche se non ufficialmente, ha la bomba atomica e questo fatto non è solo un salvavita per lo Stato ebraico, ma lo è anche per gli Stati sunniti che dell’ombrello atomico israeliano si avvalgono contro le mire iraniane di espansione nell’area medio orientale.

La recente vicenda del bombardamento dei siti di arricchimento dell’uranio dell’Iran è emblematica del fatto che in Medio Oriente ci deve essere una sola potenza atomica: quella di Israele.

“Con la decisiva partecipazione francese, tra il 1957 e il 1958 a Dimona- scrive Dario Fabbri su Domino (6/2025) – nel deserto del Negev, fu impiantato un reattore nucleare fornito di tecnologia proveniente dalla centrale di Marcoule, nel dipartimento occitano di Gard. «Possedere la Bomba servirà a impedire un altro olocausto», illuminò ancora Ben Gurion”.

Gerusalemme si impegnò a non dichiarare il possesso della bomba atomica in cambio dell’acquiescenza di Washington.

“Soltanto nel 1986 – aggiunge Dario Fabbri – il tecnico israeliano Mordechai Vanunu rivelò nel dettaglio la natura del programma, finendo catturato dal Mossad a Roma dove era stato sedotto dalla spia Cheryl Ben-Tov e rispedito in patria tramite La Spezia”.  

Cheril Ben Tov

E’ immaginabile uno Stato di Israele che ha la bomba atomica, la quale serve da deterrente sia per sé, sia per gli Stati arabi sunniti, con una popolazione araba che quasi uguaglia quella ebrea?

Ogni logica di annessione è pertanto pura follia.

La verità è che costruire uno Stato dei Palestinesi è forse possibile se si inscrive la soluzione del problema all’interno degli Accordi di Abramo.

Lo hanno ben capito gli sceicchi di Hebron.

Il fatto è che gli ebrei della finanza globalista gli Accordi di Abramo non li vogliono e, pertanto, remano contro ad ogni possibile sistemazione del Medio Oriente che significhi la fine del globalismo e l’avvio di un nuovo assetto mondiale.

Questo conflitto tra mondo ebraico finanziario, neocon e globalista (vedi, come esempio Victoria Nuland, George Soros, ai quali si accompagnano le famiglie finanziarie ebraiche occidentali) e gli ebrei di Israele, un amico ebreo lo definisce Ezechiele 38-39. Lascio a chi se ne intende di spiegare il significato profondo di questo conflitto “entro le mura” dell’ebraismo.

Per chi è profano di significati profondi dei testi ebraici, vale il ragionamento che Emmanuel Macron, pupillo dei Rothschild, è entrato come un elefante in cristalleria mentre Donald Trump sta faticosamente tessendo la tela di un nuovo equilibrio nel Medio Oriente.

Lo stesso Macron è quello che ha incitato Ursula von der Leyen ad andare in Cina per sentirsi dire picche ed essere rimandata a casa un giorno prima da Xi Jinping.

Lo stesso Macron è quello che incita l’Unione Europea a rispondere duramente ai dazi trumpiani, mentre Ursula va in Scozia a mendicare finalmente un incontro che, quantomeno, la legittimi come interlocutrice.

Con il pupillo dei Rotschild la Francia è stata cacciata dall’Africa in malo modo. L’asse franco tedesco è marcito. Le Olimpiadi sono diventate la fiera del gender e del woke.

A settembre, l’eroe di Francia andrà all’Onu a riconoscere, di fronte al mondo (si intende intero e plaudente), lo Stato dei Palestinesi che non c’è. La sindrome di Peter Pan lo perseguita. Non è mai cresciuto, nonostante il continuo supporto della sua ex insegnante. O forse no. Forse esegue un compito assegnato da altri. Quelli di Ezechiele 38-39.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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