Torniamo a Noi
In un pezzo precedente ero arrivato a definire “noi”, quando discutiamo di relazioni internazionali, diplomazia e conflitti contemporanei, come liberi cittadini di cultura genericamente occidentale di un’Europa idealmente estesa da Vancouver a Mariupol: un’Europa non coincidente esattamente né con la EU né con la NATO ma chiaramente in via di coagulazione intorno a queste due organizzazioni in base all’orientamento culturale prevalente nelle democrazie liberali (tuttora imperfette) che la compongono.
Si tratta di un’Europa fatta “a strati” come il famoso carciofo dei Savoia, o se preferite come una matrioska di bamboline una interna all’altra, che non sono alternative fra loro, ma piuttosto si completano progressivamente. L’identità di ciascuno di noi è infatti costituita di molti strati successivi, a partire dalla nostra individualità e dalla nostra famiglia ristretta, per estendersi via via alla nostra città, regione, Nazione, continente, civiltà, specie… Non può e non deve esistere contraddizione fra il nostro essere membri della nostra famiglia e cittadini italiani, o fra l’essere abitanti della nostra regione e del pianeta Terra: chi cerca di contrapporre il sentirsi italiani al sentirsi europei lo fa in modo strumentale per minare una delle due appartenenze, e lo fa sostanzialmente in malafede. Non a caso, molti fra coloro che lo fanno, sostengono anche in alternativa una presunta “antica amicizia” del tutto inventata con la Russia, che è assai più distante da noi in tutti i sensi da una Francia o da una Grecia (o Norvegia) che invece dell’Europa si proclamano parte integrante seppure a livelli differenti rispetto al nostro.
Ovviamente, anche le matrioske hanno una bambolina più esterna di tutte, e nel caso dell’immagine da me proposta questa è rappresentata appunto da quella che va da Vancouver a Mariupol: quella che lega una maggioranza relativa di cittadini in una radicata fiducia nella democrazia, nella libertà e nel diritto come fondamento dello Stato contrapposto alla forza. La tendenza istintiva a voler espandere ulteriormente questo ambito di appartenenza, e quindi a creare un’altra bambolina ancora più grande, possiamo chiamarla “globalismo”. In quest’ottica, allargare la nostra identità ci porta a superare il concetto di “Europa”: espandendo il nostro senso di appartenenza a Paesi lontani come l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e la Corea del Sud, andiamo a illuminare un’idea più ampia, ormai libera dai limiti della geografia e forgiata piuttosto da valori condivisi liberamente oltre che da una civiltà laica e tecnologica fondata sui Trattati internazionali e sul libero commercio.
Secondo coloro che sostengono come “l’espansione della NATO” sarebbe la causa prima della guerra in Ucraina, questa tendenza ad espandere la nostra comunità di valori dovrebbe essere vista come una politica aggressiva e invasiva piuttosto che un superamento delle frontiere e quindi dei conflitti; eppure, sono le stesse persone che non si stancano di ripetere come la Russia sarebbe essa stessa parte di un Occidente che andrebbe “da Lisbona a Vladivostok”. Bene: in una prospettiva “globalista”, questo è indubbiamente vero. Lo è in termini geografici, e anche parzialmente in temini storici e culturali… Ma decisamente non lo è al momento in termini di valori; questo in quanto la Russia di Putin non condivide minimamente i nostri valori di libertà, democrazia e Stato di diritto. Il Giappone invece, sì. È sicuramente vero che la musica ascoltata a San Pietroburgo e i balletti del Bolshoi assomigliano a quel che abbiamo in Europa più di quanto possiamo trovare a Tokyo, ma se veniamo arrestati in Giappone abbiamo la certezza assoluta di venire trattati come lo saremmo in Italia (e forse meglio); se accade a Mosca, no.
Sono le differenze nei valori fondamentali che determinano i limiti del momento dell’ambito in cui possiamo dire “noi”; laddove questi valori sono differenti e/o i nostri non sono riconosciuti come fondamentali, abbiamo “loro”. Dove “loro” non sono “i nemici”: sono semplicemente “gli altri”. Sono i vicini di casa, i parenti lontani, i soci transfrontalieri… Potenzialmente, i connazionali di domani… Se vorranno esserlo. Se decideranno di condividere i nostri valori fondamentali, o se riusciranno a convincerci dei loro.
Quindi le possibilità di allargare l’ambito del “noi” sono aperte. La Russia non è affatto esclusa, ma al momento per sua scelta non può esserne parte: perché prima di tutto persegue valori fondamentali diversi dai nostri e irrispettosi di essi… Ma soprattutto perché in nome dei propri e in spregio ai nostri conduce una guerra di aggressione contro una Nazione che invece ha liberamente scelto di condividere ciò in cui crediamo noi, e proprio per questo è stata aggredita.
Bene: questi siamo “noi” europei. Cittadini di Nazioni sviluppate, con Istituzioni consolidate e più o meno funzionanti e con economie perennemente dileggiate ma comunque sicuramente non inferiori a quasi tutte le altre del pianeta; cittadini perennemente insoddisfatti, confusi, litigiosi e soprattutto liberi… In particolare, liberi di criticare sé stessi e i propri Paesi.
Particolare quest’ultimo del tutto fondamentale nel definire la nostra identità. Già, perché il nostro ambito in realtà è l’unico in cui la critica alla leadership del momento non è solo possibile, ma è protetta come un diritto legale: anzi, è proprio uno dei valori fondamentali di cui si parlava prima. Nel resto del mondo è spesso possibile, ma sovente pericolosa, e a volte esplicitamente vietata e repressa senza pietà; quindi, o si manifesta sotto forma di dissenso eroico o magari di aperta rivolta attraverso conflitti endemici, oppure è completamente invisibile.
“Noi” siamo orgogliosi del nostro diritto di critica: ne addirittura siamo appassionati. A tal punto, che abbiamo fatto della critica costante di noi stessi un punto centrale della nostra cultura, un tratto specifico del nostro modo di comportarci: se non dimostriamo abbastanza autocritica e pessimismo circa noi stessi e il nostro ambito, ci sentiamo ingenui e “succubi del sistema”.
Da “noi”, chi vuole apparire smart o cool, deve necessariamente contrapporsi ad un “loro” esemplare rispetto a cui non ci si può che vergognare. Questo atteggiamento si manifesta al livello di tutte le varie bamboline della matrioska: i vicini di casa hanno il prato più verde, la città vicina è amministrata meglio, nella regione accanto c’è meno corruzione, la Nazione d’oltralpe ha un’economia più sana, la potenza militare vicina ci surclassa, e gli extraterrestri sono chiaramente avanti a noi di secoli… A seconda di chi siamo “noi” al momento, tendiamo sempre ad affermare che ci sia un “loro” rispetto a cui occorra necessariamente considerarsi inferiori.
Non solo: se qualcuno non si adegua a tale linea di pensiero, è immediatamente tacciato di arroganza, supponenza, e soprattutto di sottomissione ad una mitica volontà superiore (di volta in volta individuata nella Mafia, nell’Amerika, nel “Deep State”, in “Big Pharma” o nella SPECTRE, a seconda delle dimensioni della bambolina). Una “volontà superiore” che quindi alla fine parrebbe avere pochissimi sostenitori, visto che tutti si affannano ad opporvisi con tutte le loro forze dialettiche.
Insomma: un bel caso di mancanza di fede collettiva, degno di un’analisi più approfondita… Motivo di debolezza, oppure anticorpi contro l’assolutismo?




