
di Giovanni Fasanella
Sembrava infrangibile. E invece, Silvio Berlusconi è morto. Devo essere sincero, mi dispiace. Era meno “mostro” di come lo hanno descritto i suoi avversari. Ed era di gran lunga migliore dei berluscones, soprattutto quelli nel mondo dell’informazione, che, ahimè, ho conosciuto molto bene.
La fine lo umanizza. Il resto lo farà la storia. E sono sicuro che sarà imparziale. Perché, al di là dei tanti, gravi difetti, farà emergere anche le qualità dell’imprenditore. E i meriti del politico.
Uno su tutti: aver offerto un rifugio democratico, dopo la rivoluzione di “Mani pulite”, a un’opinione pubblica anticomunista spaventata dai cosacchi ormai a San Pietro, e in balia di tentazioni autoritarie.
Potrà non piacere, a noi di sinistra. Ma non averlo capito, è una delle ragioni per le quali annaspiamo tuttora nel pantano.
La presenza di Silvio Berlusconi sulla scena politica è stata sicuramente un’anomalia. Come la guerra fredda, del resto. E prima ancora il fascismo. Il problema è che nel dibattito pubblico il giudizio (ideologico) tende a prevalere sulla contestualizzazione dei fenomeni.
Sentiamo sempre il bisogno di blindare le nostre idee con una casacca d’acciaio, anche quando non sarebbe necessario. E tendiamo a tagliare i nodi cruciali della nostra storia con i mattinali delle Questure o le veline della propaganda, a seconda dei punti di vista.
Ma non è anche questa un’anomalia?





