di Antonio Foccillo
L’Unione Europea sta affrontando la peggiore crisi della sua storia, sia sul piano economico per aver imposto la politica di austerity, sia durante la pandemia quando ha limitato molte libertà assoggettandosi ai voleri delle case farmaceutiche e sia durante la guerra in Ucraina, dove ha dimostrato la sua incapacità a determinare una sua politica autonoma e limitandosi a sostenere le scelte oltreoceano. Ma se è vero, come qualcuno ha sostenuto, che per uscire dalle crisi in cui è finita si ha bisogno di più Europa, è altrettanto vero che ci deve essere stato un errore fondamentale nella costruzione del progetto europeo.
Monti, Prodi e Amato, che hanno svolto ruoli importanti a livello europeo, hanno difeso il loro operato sostenendo che nel 1992 all’Europa mancava la moneta unica e il mercato comune e hanno contribuito a realizzarlo, come pure hanno voluto un allargamento che ha dato la risposta al vuoto che si era creato con il crollo dell’Unione Sovietica.
In verità però non hanno chiarito perché, trent’anni fa, un’Europa con meno poteri godeva di una maggiore popolarità, mentre trent’anni dopo molto meno della metà degli italiani sostengono l’Unione Europea e gli inglesi addirittura ne sono usciti.
Questa parabola discendente dell’Europa non è imputabile solo alla recessione e al declino che stiamo vivendo, perché è cominciata prima della crisi finanziaria e ovviamente anche prima della guerra in Ucraina. L’origine deriva dalla constatazione che mentre il Parlamento Europeo ha aumentato il suo potere essendo ormai in grado di cambiare la quotidianità dei cittadini europei, la percentuale di quelli che votano per eleggerne i componenti è calata sensibilmente.
È un paradosso che proietta un’ombra sul concetto stesso di democrazia sebbene ad essere inadeguati non siano solo i meccanismi formali di delega e dunque la legittimità delle decisioni, ma anche l’assenza di un’opinione pubblica europea capace di discutere e di dividersi non sulla base di interessi nazionali ma su questioni importanti di interesse generale. Manca, oltre l’autorevolezza, anche una qualsiasi visibilità dei leader delle istituzioni europee per cui qualsiasi decisione su questioni cruciali appare arrivare da un luogo oscuro – l’Europa – le cui decisioni sono imposte senza possibilità di dissenso.
Quanto alla realtà quotidiana: distruzione di ricchezza, impoverimento, attacco al mondo del lavoro, tensioni sociali, crisi del debito, rischio di implosione dello spazio europeo, sono gli effetti odierni della lunga crisi iniziata nel mondo anglo americano nel 2007 e sull’altare delle varie emergenza si è immolata la democrazia europea, dove la chiusura dello spazio per una vera democrazia compiuta con la costituzionalizzazione dell’austerità, ha bloccato qualunque proposizione di modelli economici, sociali e politici alternativi.
Così tutti noi siamo diventati spettatori inermi di una rivoluzione dall’alto che, facendo svanire concretamente la sovranità del popolo, ha innestato la crisi della democrazia che stiamo vivendo. Possiamo dire che, concretamente, la sovranità popolare viene meno quando il risultato di un referendum viene disatteso o quando la definizione e la formazione della realtà economica e politica viene spostata in spazi inaccessibili al controllo della cittadinanza.
L’esempio più evidente è l’irruzione sulla scena sociale e politica dei mercati, che ha portato con sé la dottrina finanziaria, in cui la moralità della condotta sociale viene dettata dal responso della Borsa e dagli interessati segnali delle agenzie di rating e dei grandi investitori. Questa dottrina ha messo da parte il fine dell’agire politico cioè la giustizia sociale, sostituita da una sorta di armistizio con la fame speculativa della finanza alla quale viene trasferita, attraverso i mercati, la ricchezza sociale dei popoli e quella personale dei cittadini.
Ma ancor più importante ed infido, perché viene attuato nel più assoluto silenzio, è il processo di trasformazione dello spazio europeo in uno spazio di sorveglianza e governance economica esente da qualsivoglia controllo democratico.
È chiaro quindi che le istituzioni sovranazionali hanno avuto ormai il potere di guidare metodi e obiettivi dell’azione politica all’interno dei singoli Stati membri dell’Unione, fino a poterne riscrivere le manovre finanziarie, cambiarne la Costituzione e sanzionare i Paesi inadempienti.
Siamo quindi giunti alla costituzionalizzazione di una dottrina economica di parte i cui fondamenti sono il pareggio di bilancio, l’esclusione dello Stato dall’economia, l’idea mistica delle privatizzazioni e l’assoluto divieto di ricorrere al debito come strumento di sviluppo.
Tutto ciò sfacciatamente ignorando che la democrazia è basata sulla normalizzazione del conflitto fra le parti e sull’apertura alla cittadinanza del dibattito circa il percorso da intraprendere.
Bisogna accettare passivamente questa situazione?
Sembra ormai che non ci sia più spazio alla sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità che gli appartiene ed infatti i tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale hanno collassato inevitabilmente in una obbedienza al pensiero economico unico e le differenze fra schieramenti si sono limitate ad un’adesione più o meno “sentita” e una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”.
Il rischio di collasso della coesione sociale e di rivolte sempre più radicali della cittadinanza contro
il fatto è che l’Europa pur essendo un’unità culturale e storica che duemila anni di guerre non sono riusciti a spezzare, pur essendo una civiltà che ha saputo mantenersi vitale attraverso i millenni, pur essendo diventata un valore universale purtroppo non è ancora riuscita a diventare una realtà politica e non siamo sicuri che riuscirà a diventarla. C’è chi ha frenato e continua a frenare la realizzazione dell’unità europea e continua a volere un determinato tipo d’Europa, ingabbiata in una moltitudine di vincoli, mutilata non solo geograficamente, ma sotto tutti gli aspetti.
Schiacciata dalla potenza americana, l’Europa deve trovare la sua via autonoma. Questa esigenza è aumentata proprio nella gestione della guerra in Ucraina, dove emersa con maggiore evidenza proprio la sua incapacità a diventare autorevole sullo scacchiere mondiale, priva di una sua politica perché presa dai mille interessi dei vari Stati che aderiscono.
Imprese, lavoratori, pensionati e cittadini, nel corso degli anni, sono stati chiamati a rimpinguare la greppia a cui attingono a piene mani i colossi organizzativi e propagandistici, grandi e piccoli speculatori, banche, assicurazioni e tutti coloro che sono stati ammessi nell’area del potere. Così crescono di pari passo corruzione e clientele e l’economia accentua la sua crisi cominciando a lambire anche le economie cosiddette “virtuose”.
Questa non è, non può essere, la via dell’Europa. Allora sorge spontanea la domanda: a che serve questo tipo di Europa? E conseguentemente: serve ancora una struttura sovrannazionale con un governo di burocrati e di lobbisti, vedi l’ultimo scandalo che ha coinvolta tanti parlamentari europei?
Invece, se si vuole uscire da questo pantano bisogna rispondere alle richieste sempre più estese e pressanti di un’Europa politica perché solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso e capace di accettare cessioni della sovranità nazionale e di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la possibilità di decidere il proprio futuro vi è la possibilità di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale. Ritornare al progetto dei padri fondatori, altrimenti prevarrà l’idea di uscire e far abortire questo tipo di Europa.




