
Gli equilibri nell’area sub sahariana del Sahel stanno cambiando rapidamente, con conseguenze dirette sui rapporti con l’Occidente e, in particolare, con l’Europa.
Quella che un tempo era la Françafrique si sta sfaldando velocemente.
I mutamenti sono tali da creare, da un lato preoccupazione per un possibile passaggio di un’intera area sotto l’influenza russa e, dall’altro, opportunità per l’Italia, nella logica del Piano Mattei più volte annunciato nella sua filosofia di fondo, ossia quella di un approccio non predatorio con i Paesi africani.

Sabato scorso 16 settembre i capi di Stato del Mali, del Burkina Faso e del Niger hanno firmato la “Carta di Liptako-Gourma” per la creazione della “Alliance des Etats du Sahel” (Alleanza degli Stati del Sahel), con “l’obiettivo di stabilire un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni”, come dichiarato dal colonnello Assimi Goïta, presidente della transizione in Mali.
Il Capitano Ibrahim Traoré, presidente nel Burkina Faso, ha sottolineato come “La creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel segni una tappa decisiva nella cooperazione tra Burkina Faso, Mali e Niger. Per la sovranità e lo sviluppo dei nostri popoli, condurremo la lotta contro il terrorismo nel nostro spazio comune, fino al raggiungimento della vittoria”.
Gli Stati membri “si impegnano a lottare contro il terrorismo in tutte le sue forme e contro la criminalità organizzata nello spazio comune dell’Alleanza” e “si adopereranno inoltre per prevenire, gestire e risolvere qualsiasi ribellione armata o altra minaccia all’integrità territoriale e alla sovranità di ciascuno dei Paesi membri dell’Alleanza, dando priorità ai mezzi pacifici e diplomatici e, se necessario, all’uso della forza”.
Dopo il ritiro delle truppe francesi e la fine delle operazioni della forza Barkhane in Mali (tra gennaio e agosto 2022) e in Burkina Faso (febbraio 2023), dopo il colpo di Stato a Niamey in Niger restano ancora circa 1500 soldati francesi – oltre a 1000 soldati statunitensi e 350 membri delle Forze Armate italiane –, il cui ritiro sarebbe oggetto di discussioni e negoziazioni da qualche settimana.
La nuova alleanza fa da contraltare alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO), che ha minacciato un intervento militare in Niger, sollevando la protesta di Burkina Faso e Mali, che avevano reagito ritenendo che un’operazione militare contro il Niger avrebbe avuto come risposta il sostegno dei due Stati al Governo nigerino.
Ora la Carta fondante dell’AES stabilisce che “qualsiasi attacco alla sovranità e all’integrità territoriale di una o più parti contraenti sarà considerato come un’aggressione contro le altre parti e farà scattare il dovere di assistenza e soccorso da parte di tutte le parti, individualmente o collettivamente, compreso l’uso della forza armata per ripristinare e garantire la sicurezza all’interno dell’area coperta dall’Alleanza”.
La nuova alleanza sostituisce il G5 Sahel che associava anche Mauritania e Chad.


Non è impossibile che l’Alleanza si allarghi.
Viene meno anche la Cedeao-Ecowas (La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), alleata della Francia e degli Stati Uniti, che perde importanti pezzi.
L’Ecowas, con sede ad Abuja, Nigeria, contava 15 paesi membri: otto di lingua francese (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Niger, Senegal e Togo), cinque di lingua inglese (Gambia, Ghana, Liberia, Nigeria e Sierra Leone) e due di lingua portoghese (Capo Verde e Guinea-Bissau).

Tra questi, quattro, tutti francofoni, sono sospesi e/o sanzionati dopo colpi di stato militari: Guinea, Mali, Burkina Faso e Niger.
La nuova Alleanza chiude le porte ad un possibile reingresso di Mali, Burkina Fasu e Niger in Ecowas e cambia radicalmente gli equilibri geopolitici dell’area.
La nuova “Alliance des Etats du Sahel” (Alleanza degli Stati del Sahel), apre nuovi scenari di rapporto e di intervento anche per l’Italia.
Il nostro Paese è attualmente presente in Niger con un contingente militare. La base si trova all’interno dell’Aeroporto di Niamey-Diori Hamani, scalo che ospita anche una base francese e una statunitense. Ospita circa 350 militari, appartenenti a Esercito Italiano, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri, fra istruttori e contingente di sicurezza dislocati nel Paese.
In Mali l’Italia era presente nella task force Takuba, guidata dalla Francia e composta da forze speciali dell’Unione Europea, che ha ufficialmente cessato di operare a luglio del 2022.
Annunciata alla fine del 2019, Takuba al suo apice aveva riunito quasi 900 truppe d’élite di nove alleati della Francia: Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia.
Insieme alla forza Barkhane, che a un certo punto ha raggiunto i 5.100 soldati, Takuba aveva l’obiettivo di addestrare e rafforzare gli eserciti locali che cercavano di contrastare le sanguinose insurrezioni legate ad Al-Qaeda o al gruppo dello Stato Islamico.
Il 1° maggio scorso il Consiglio dei ministri italiano, su proposta del Presidente Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato la prosecuzione delle operazioni delle forze armate in innumerevoli scacchieri internazionali e – a sorpresa – l’avvio di una nuova missione bilaterale “di supporto alle forze della Repubblica del Burkina Faso impegnate contro le milizie jihadiste”.
L’Italia aveva firmato nel luglio del 2019 un accordo di cooperazione nel settore della difesa con il governo Burkinabé guidato al tempo dal primo ministro Christophe Joseph Marie Debiré. A sottoscriverlo l’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5S) e il ministro della Difesa Nazionale e dei Veterani, Moumina Chériff Sy.
“Sanciamo la comune ferma volontà di rafforzare le relazioni bilaterali, con l’intento di ampliarle a specifiche aree di cooperazione, come la lotta al terrorismo e le attività di capacity building” – spiegava la nota della Difesa – L’Accordo con il Burkina Faso sottolinea la significativa importanza che l’Italia dà alla cooperazione con l’Africa, in special modo con i Paesi del Sahel, con l’obiettivo di supportarli nel loro percorso di stabilizzazione e sviluppo. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza di quest’area rappresenta un aspetto imprescindibile di questo nostro impegno e le Forze Armate italiane, fianco a fianco con la nostra cooperazione internazionale, sono particolarmente impegnate in tal senso”.
Composto da 12 articoli, l’Accordo prevede lo sviluppo e la ricerca, il supporto logistico e l’acquisizione di prodotti e servizi; lo svolgimento di visite reciproche di delegazioni di personale civile e militare; la formazione e l’addestramento militare; la partecipazione a corsi teorici e pratici, a periodi di orientamento, seminari, conferenze, dibattiti e simposi organizzati presso enti civili e militari; il “sostegno a iniziative commerciali relative ai materiali e ai servizi della Difesa”.
L’Italia si impegnava inoltre ad esportare al paese africano diversi sistemi di guerra come aeromobili ed elicotteri militari, sistemi aerospaziali e relativo equipaggiamento; carri e veicoli armati; armi da fuoco automatiche e relative munizioni; armamento di medio e grosso calibro; bombe, mine (“eccetto quelle anti-uomo”), missili, razzi e siluri; polveri, esplosivi e propellenti; sistemi elettronici, elettro-ottici e fotografici; materiali speciali blindati.
Il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’accordo bilaterale era stato approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio dei ministri (premier Giuseppe Conte, proponenti il titolare degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio e quello della Difesa Lorenzo Guerini) ed è approdato in Parlamento nel gennaio 2020, per essere approvato in via definitiva il 29 aprile 2021 quando alla guida dell’esecutivo c’era Mario Draghi, mentre ministri degli Esteri e della Difesa erano stati confermati Di Maio e Guerini.
Il dettaglio, le missioni militari nell’area interessata dall’ “Alliance des Etats du Sahel” (Alleanza degli Stati del Sahel), è spiegato nella deliberazione del Consiglio dei Ministri («Deliberazione del Consiglio dei Ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali anno 2023») e prevede l’avvio di 3 nuove missioni in Africa: la European Union Border Assistance Mission in Libya – EUBAM Lybia; la European Union Military Partnership Mission in Niger – EUMPM Niger e la nuova Missione bilaterale in Burkina Faso.
La partecipazione alla missione EUBAM Lybia, è finalizzata a supportare le autorità Libiche nella gestione delle frontiere: 3 militari autorizzati e 275.000 euro di spesa.
Per l’area del Sahel che è in fase di trasformazione, come s’è visto con la formazione dell’“Alliance des Etats du Sahel” (Alleanza degli Stati del Sahel), l’Italia ha attiva la missione EUMPM Niger, di partenariato militare al fine di sostenere Niamey nella lotta contro i gruppi terroristici armati sostenendo lo sviluppo delle sue Forze Armate. La consistenza massima autorizzata è di 20 militari, ma quelle media sarà di 6 per una spesa prevista di 940.000 euro.
La nuova Missione bilaterale con il Burkina Faso è finalizzata a sviluppare e rafforzare le capacità di difesa e sicurezza delle Forze Armate del Paese. La Missione è attiva anche se il Paese è governato da una giunta militare golpista. L’impegno nazionale si traduce poi in 50 militari quale consistenza massima, ma appena 7 in media con 8 mezzi terrestri per una spesa di 1,4 milioni di euro.
A seguito del deterioramento delle condizioni di sicurezza, è stata interrotta la contribuzione alle missioni dell’UE in Mali (EUTM Mali) e nella Repubblica Centro Africana (EUTM RCA), mentre già nel corso del 2022 si era registrata la fine anticipata della partecipazione alla Task Force Takuba, sempre in Mali in seguito al ritiro delle forze francesi cui quelle italiane e di altre nazioni Ue erano aggregate sotto il comando dell’Operation Barkhane.
In questo contesto, le relazioni dell’Italia con la nuova realtà “Alliance des Etats du Sahel” (Alleanza degli Stati del Sahel), se condotta secondo una logica positiva di collaborazione alla pari e senza alcuna intenzione predatoria, con atti e accordi trasparenti, può dare all’Italia non solo un’opportunità economica, ma anche un ruolo geostrategico di importanza fondamentale per l’intero Occidente.





