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NOTE SUL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE

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di Vito Sibilio
Il 4 novembre del 1995 Ytzak Rabin venne assassinato a Gerusalemme da un fanatico estremista ebreo. La sua morte chiuse la breve stagione del disgelo tra Israele e Palestina, che poteva sfociare nella nascita di due Stati per i due popoli in perenne conflitto. Dal 26 novembre al 14 dicembre di quell’anno si tenne in Vaticano una sessione speciale del Sinodo dei Vescovi dedicato da Giovanni Paolo II alla situazione del Libano e del Medio Oriente, in cui venne fatta una carrellata dei problemi dell’area, da quello palestinese sino a quello cipriota, passando per quello curdo.
Sono passati quasi trent’anni e nessuno dei problemi è stato risolto, anzi sono aumentati. Finita l’URSS, i paesi arabi e i palestinesi hanno perso il loro principale supporter, che però spesso li adoperava in chiave anti israeliana e quindi anti americana. Gli USA invece hanno continuato a sostenere Israele, andando spesso essi a traino della sua politica e rinunziando alla funzione di mediatori, pur volendo l’egemonia nell’area medio orientale, in quanto, come diceva Pietro il Grande, chi la domina domina anche il mondo.
Per trent’anni si è creduto che, nell’impossibilità di risolvere la questione palestinese, si potesse ignorarla facendo passare la soluzione di quella medio orientale impostandola come la ricerca di buoni rapporti tra Israele e i paesi arabi. Tel Aviv ha avviato la colonizzazione della Cisgiordania, nonostante essa e la Striscia di Gaza dovrebbero essere i territori di un erigendo stato palestinese. Se Israele lo avesse fatto nascere, esso sarebbe dipeso da lui in quasi ogni cosa, e gli avrebbe permesso di isolare gli estremisti palestinesi e di rompere l’alleanza tra l’Autorità Nazionale Palestinese e i regimi teocratici del mondo islamico. Invece la destra israeliana ha perseguito il sogno di un Eretz Israel e gli USA con l’Occidente gliel’hanno permesso. Al Fatah è stato battuto in breccia da Hamas, ma la sua nascita è dipesa anche dal Mossad, che credeva di non perderne mai il controllo, come invece è accaduto. I rapporti tra Tel Aviv e gli stati arabi, che si sono anch’essi convinti che la causa palestinese era definitivamente persa, sono stati impostati sulla ricerca della normalizzazione e, quando ciò non è stato possibile, il grande fratello americano ha procurato di distruggere i recalcitranti, l’occupazione dei cui territori gli serviva per impadronirsi dell’area anche fisicamente, tentando di ridisegnarne i confini secondo i criteri astratti dei grandi pensatoi politici d’oltreoceano, in primis il Council of Foreign Relations, e producendo così solo guerre, sia internazionali che intestine, e degrado. Sono caduti quei regimi arabi che cercavano di modernizzare i loro stati, sono rimasti in piedi i più retrivi perché alleati degli USA e la bandiera della causa, laica e araba, palestinese è passata nelle mani dell’Iran, potenza non araba, teocratica e sciita.
L’intersezione della volontà di dominio degli USA e della politica nazionalista israeliana ha prodotto la destabilizzazione di tutta l’area e persino dell’Africa del Nord, facendo crescere l’influenza iraniana che è arrivata sino al Mediterraneo, sulle orme di Ciro il Grande. Il tentativo di arginarla non è riuscito. Inoltre, il maldestro piano di sostituzione di Erdogan da parte di Barack Obama, fallito anch’esso, ha fatto passare anche la Turchia nel campo antiamericano. L’intraprendenza cinese ha fatto il resto, in quanto è merito di Pechino aver messo d’accordo il cane e il gatto, l’Iran e l’Arabia Saudita, mettendo le premesse per la pacificazione dello Yemen.
Ed eccoci giunti al presente. Russi e cinesi, mandando avanti gli iraniani, hanno spinto Hamas contro Israele. Quel partito armato, fanatico feroce e dominato dall’utopia sanguinaria di distruggere il nemico – e non di avere una patria sua – ha fatto la sua parte nel vuoto di sicurezza lasciato dall’inazione dei servizi israeliani. Ma Tel Aviv ha abboccato all’amo e ha perso in pochi giorni il capitale di unanime e meritato sostegno internazionale, intraprendendo un assedio medievale di Gaza e una guerra alle regole di Hamas, che regole non ne ha. Il risultato è che oggi Israele è più disprezzato di Hamas – immeritatamente – e ha fatto più vittime di lui e, soprattutto, è lontanissimo dal raggiungere i suoi obiettivi.
La grande conferenza islamica di questi giorni ha messo allo stesso tavolo tutte le grandi potenze di quel mondo: Turchia, Iran, Arabia Saudita sono concordi nel condannare la politica di Benjamin Nethanyau. Egli ha realizzato l’unità panislamica. Peccato che non sia maomettano, ma ebreo. Mentre le propaggini dell’influenza turca si allargano verso il Caucaso e in Libia, mentre quelle dell’Iran si consolidano in Libano e Irak, e mentre la politica americana e israeliana è alle corde, Tel Aviv e Washington insistono nelle stesse formule operative. L’Europa, nel pieno vuoto politico che la contraddistingue, le assecondano, sebbene i danni di un conflitto permanente in Medio Oriente ricadranno soprattutto su di lei e sebbene questo secondo fronte abbia sguarnito quello ucraino, esponendola alle ritorsioni di Mosca.
In questo grande marasma, in cui una realtà sanguinolenta ha soffocato ogni progettualità politica, la sola speranza è rilanciare una idea nuova della carta del Medio Oriente. Un Curdistan libero, che guarderebbe per forza all’America. Una Siria pacificata, amica della Russia e garante della pace del Libano. Un Irak pacificato, amico dell’Iran ma indipendente perché unito. Uno Yemen in pace, perché sono in pace Ryad e Teheran. Un Egitto stabile, liberato dai salafiti. Una Libia unificata e pacifica, che non deve subire interferenze turche o russe. E due stati, uno israeliano e uno palestinese, in cui l’etnia dominante conviva con quella minoritaria. Non due stati etnici, ma due stati a doppia nazionalità, confederati tra loro e con capitale a Gerusalemme entrambi. Una Gerusalemme a sua volta retta da un proprio governo. E una Autorità speciale per i luoghi cristiani di Terrasanta, che insegni alle litigiose Chiese dell’area ad andare d’accordo.
Può sembrare una sorta di delirio visionario. Ma senza un grande sogno non ci si libererà mai dall’incubo che sovrasta la drammatica veglia di questi mesi.

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  • Redazione

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