
di Marco Sarli
E se il ceto medio italiano decide di indossare il gilet giallo?
Ho letto con estrema attenzione l’illuminante articolo di Gianvito Caldararo sull’allucinante stratificazione per reddito lordo nella contribuzione all’imposta delle persone fisiche pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale.
È tuttavia necessario fare un salto indietro di quasi quarant’anni a quando il Ministro dell’Economia, Gianni De Michelis, introdusse per la prima volta in Italia il concetto delle fasce sociali sulla base tuttavia non dei redditi effettivi ma, bensì di quelli dichiarati finendo per premiare due volte gli evasori fiscali e contributivi, nonché la massa sterminata di evasori IVA.
Un po’ ingenuamente io credetti a quella impostazione in realtà farisaica, perché se non con la precisione dell’articolo citato all’inizio era già allora chiaro a chi aveva occhi per vedere e orecchie per intendere che la mossa apparentemente rivoluzionaria rappresentava in realtà un regalo alla sterminata massa di evasori totali e/o parziali di ogni ordine e grado.
In quel periodo frequentavo i Palazzi grazie all’ accreditamento del giornale Reporter, nato sulle ceneri del quotidiano Lotta Continua sul quale avevo pubblicato nel 1980 un articolo sull’allarme demografico (sic), e grazie ai buoni uffici del capo ufficio stampa di Palazzo Chigi, il dottor Senise e il bello è che allora non ero neanche iscritto all’ordine dei giornalisti.
Il giornale era finanziato da imprenditori vicini a Claudio Martelli che allora era segretario reggente del PSI in quanto Bettino Craxi era allora a capo del Governo italiano.
Con Pino Leuzzi, capo redattore delle pagine economiche del giornale, preparammo due pagine dal titolo “più i benefici che i sacrifici e lo Stato sociale si raddrizza”, titolo che suscitò l’ira funesta del leader maximo Adriano Sofri che chiese ed ottenne agevolmente la mia testa anche se il giornale chiuse poco tempo dopo a causa del venire meno dei finanziamenti socialisti.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti ma la musica non è cambiata e il ceto medio (e intendo i redditi dai 35 mila euro agli 80/90 mila) sono stati massacrati anno dopo anno in quello che tra poco sarà un quarantennio: ninte bonus, niente agevolazioni e niente rivalutazione piena della pensione (la mia è stata rivalutata parzialmente per due soli anni su otto e anche per quest’anno sarà la stessa canzone).
Nel frattempo le partite IVA godono dello scandaloso regime della flat tax fino a 85 mila euro e possono “scaricare” quasi tutto quello che spendono; al punto che se acquistano un’autovettura non pagano l’IVA e l’ammortizzano in cinque anni e allo stesso modo deducono tutte o quasi tutte le spese che sostengono.
Anche a questo si deve il fatto che Suv e gipponi, almeno nelle grandi città, stanno superando le utilitarie a loro volta sempre più vetuste!
L’esempio dei cugini d’oltralpe fa però capire che è molto rischioso giocare sulla pelle di lavoratori che, almeno prima dell’introduzione dell’euro, si sentivano benestanti e non è detto che non vi sia un nuovo Catello che sia in grado di accendere la prateria sempre più riarda rappresentata da questi milioni e milioni di donne e di uomini sin qui sin troppo pazienti! A pensare che i proto 5 Stelle guardavano con simpatia ai gilet, chissà cosa dirà oggi Di Maio, il novello Gigino d’Arabia.





