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Non la guerra, ma il nuovo equilibrio

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USA - Iran: equilibrio

Cosa si stanno davvero negoziando Stati Uniti e Iran

La crisi tra Stati Uniti e Iran sembra essere entrata in una nuova fase, nella quale diplomazia e confronto militare non si escludono più a vicenda ma procedono parallelamente, alimentandosi reciprocamente.

Da un lato Washington colpisce depositi di munizioni e droni iraniani in risposta agli attacchi contro la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz; dall’altro, le stesse ore che registrano raid e controraid vedono emergere la prospettiva di un nuovo ciclo di negoziati previsto per luglio a Doha, in Qatar, con l’obiettivo di affrontare il tema dei beni iraniani congelati e riaprire il confronto sulla questione nucleare.

Le dichiarazioni del vicepresidente statunitense JD Vance sintetizzano bene l’approccio della nuova amministrazione americana, la pressione militare viene considerata non come alternativa alla trattativa ma come uno strumento per rafforzarla.

Secondo questa impostazione, gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione favorevole in entrambi gli scenari possibili, sia nel caso di un accordo, grazie alle concessioni ottenute al tavolo negoziale; sia nel caso di un fallimento, per effetto dell’indebolimento delle capacità strategiche iraniane conseguente ai raid delle ultime settimane.

Teheran, al contrario, interpreta le operazioni americane come una violazione del diritto internazionale e del memorandum d’intesa esistente, mentre le Guardie Rivoluzionarie rivendicano attacchi contro installazioni militari statunitensi nella regione come risposta diretta alle operazioni americane.

Il vero barometro della crisi resta tuttavia lo Stretto di Hormuz, dove ogni incremento della tensione produce immediatamente effetti sulla sicurezza della navigazione, sui premi assicurativi e sulle aspettative dei mercati energetici internazionali.

Non è casuale che lo stesso Vance abbia indicato l’aumento dei flussi petroliferi attraverso Hormuz come un segnale della volontà delle parti di evitare una chiusura dello stretto e una destabilizzazione irreversibile della regione.

Nessuno degli attori coinvolti sembra infatti interessato ad attraversare quella soglia oltre la quale il confronto locale si trasformerebbe inevitabilmente in una crisi globale.

L’elemento geopoliticamente significativo, resta il progressivo coinvolgimento del Pakistan, infatti nelle indiscrezioni circolate nelle ultime ore, Islamabad potrebbe ospitare un successivo ciclo di negoziati dedicati specificamente alla questione nucleare iraniana, mentre il premier pachistano Shehbaz Sharif sarebbe atteso a Teheran nei prossimi giorni.

L’ingresso del Pakistan nel processo negoziale rappresenta molto più di una semplice scelta logistica, significa affidare parte della mediazione a una potenza nucleare musulmana capace di mantenere relazioni sia con Washington sia con Teheran, collocata geograficamente lungo il corridoio strategico che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e alla Cina.

Parallelamente il “problema” iraniano si intreccia sempre di più con quello libanese. Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz mostrano come Israele consideri ormai il contenimento dell’influenza regionale iraniana un obiettivo strategico prioritario e non più limitato esclusivamente al programma nucleare di Teheran.

L’impressione è che il Medio Oriente stia entrando in una fase diversa rispetto al passato recente, non più la logica della guerra aperta né quella della semplice deterrenza, ma un equilibrio instabile fatto di colpi militari limitati, pressioni economiche e negoziati permanenti.

I bombardamenti reciproci non sembrano preparare una guerra regionale su larga scala, ma piuttosto definire i rapporti di forza con cui le parti si presenteranno al tavolo negoziale.

L’Iran ha bisogno di alleggerire il peso delle sanzioni, recuperare l’accesso ai mercati internazionali e ottenere il riconoscimento del proprio ruolo di potenza regionale.

Gli Stati Uniti puntano, invece, alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, al contenimento del programma nucleare iraniano e alla riduzione della capacità di proiezione militare di Teheran verso il Mediterraneo orientale.

Potrebbe emergere una nuova forma di equilibrio regionale nella quale ciascun attore ottiene parte dei propri obiettivi strategici, Washington la sicurezza delle rotte energetiche, Israele il contenimento dell’influenza militare iraniana nel Levante e Teheran il riconoscimento implicito di una propria sfera di influenza regionale.

Per l’Iran il Mediterraneo rappresenta infatti molto più di una semplice proiezione geopolitica, attraverso Iraq, Siria e Libano, Teheran ha costruito negli ultimi due decenni una continuità strategica che le consente di affacciarsi indirettamente sul Mediterraneo orientale. Mantenere integralmente questa architettura di alleanze e milizie potrebbe tuttavia diventare economicamente e militarmente più oneroso dei vantaggi che produce.

Non è quindi impossibile immaginare che, in cambio di garanzie economiche, di un alleggerimento delle sanzioni e del riconoscimento del proprio ruolo regionale, l’Iran possa accettare una riduzione della propria presenza militare diretta nel Levante senza rinunciare completamente alla propria influenza politica.

Se così fosse, i missili di queste settimane non rappresenterebbero l’inizio della guerra successiva, ma il linguaggio attraverso cui si sta negoziando il nuovo equilibrio del Medio Oriente.

Si può chiamare diplomazia armata, nella quale i tavoli negoziali vengono preparati dai missili e nella quale il vero obiettivo non sembra essere la pace definitiva, ma la gestione controllata della tensione e la definizione di un nuovo ordine regionale.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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