Home Politica NON ERA UN ERRORE, ERA MEMORIA

NON ERA UN ERRORE, ERA MEMORIA

0

Ieri ho pubblicato un articolo nel quale ho citato il discorso di Sergio Mattarella a Cernobbio. Non quello del 6 settembre 2025, ma quello del 6 settembre 2024. Esercizio di memoria e di confronto tra la realtà e la sua descrizione, secondo canoni che con la realtà poco hanno a che fare.

A distanza di un anno, nonostante tutto quello che è sotto i nostri occhi, Sergio Mattarella è tornato a lodare un carrozzone che sta affondando, sommerso da cialtronerie e chiacchiere senza sostanza.

L’esempio eclatante è quello dei Volonterosi, che in chiave militare hanno sostituito l’Unione Europea, senza che nessuno abbia battuto ciglio e che hanno tentato di mettere il loro cappellino sulla Nato, senza che ci sia stato un pifferaio dei media che se ne sia accorto.

Ebbene i Volonterosi, guidati da due generalissimi falliti in casa, sono a loro volta falliti. Come al solito ai richiami delle trombe anglo francesi hanno risposto i Baltici, ossia quattro gatti in fila per tre con il resto di due. Gli altri Paesi europei si sono sfilati e il leader bavarese della Csu ha detto che è meglio rimandare in patria il milione di ucraini giovani rifugiatisi in Germania, così, fra l’altro, si evita di pagare loro il reddito sociale.

A dire che sono falliti non è la propaganda di Putin, ma il Kyiv Indipendent.

Kyiv Indipendent

“Il vertice europeo della “Coalizione dei volenterosi” del 4 settembre – scrive il Kyiv Indipendent – ha faticato a ottenere il sostegno di Washington per il piano proposto per porre fine alla guerra della Russia in Ucraina e permangono dubbi sulla sua attuazione, hanno dichiarato al Kyiv Independent funzionari europei e ucraini. Dopo il vertice di Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron, ha dichiarato che 26 paesi sono pronti a inviare truppe o a fornire altri tipi di supporto nell’ambito delle garanzie, ma solo dopo un cessate il fuoco. Macron ha anche affermato che se la Russia non avesse aderito al processo di pace, sia l’Europa che gli Stati Uniti avrebbero imposto ulteriori sanzioni alla Russia. Ma nonostante i tentativi di Macron di presentare l’Europa come un fronte unito con gli Stati Uniti, ci sono diversi segnali che indicano che non è così. Dopo il vertice, i leader europei hanno avuto una chiamata con Donald Trump durante la quale, secondo Axios, il presidente degli Stati Uniti li ha rimproverati per aver “finanziato la guerra” attraverso l’acquisto di petrolio russo. Nonostante più di tre anni di guerra, l’Europa deve ancora liberarsi dal petrolio e dal gas russi. Secondo due funzionari europei a conoscenza dei colloqui, interpellati dal Kyiv Independent, la chiamata non è andata bene, anche se hanno rifiutato di fornire ulteriori dettagli”.

Torniamo a Mattarella.

“L’Unione europea – ha detto il Capo della Stato italiano – si è affermata come un’area di pace e di cooperazione capace di proiettare i suoi valori oltre i suoi confini, determinando stabilità, benessere, crescita, fiducia. Non ha mai scatenato un conflitto, non ha mai avviato uno scontro commerciale”, ha sottolineato il capo dello Stato. Riguardo agli scontri commerciali i simili, guardate a cosa è accaduto alla Grecia. La memoria è fondamentale.

Riguardo ai conflitti armati, fermi tutti. Rinfreschiamoci la memoria.

I conflitti in Europa dal 1945 al 2015 sono stati numerosi.

Guerra civile greca (1946-1949): conflitto tra il governo monarchico greco, sostenuto da Regno Unito e Stati Uniti, e i comunisti del DSE, appoggiati da paesi del blocco sovietico. Vittoria del governo, con circa 50.000 morti. Il conflitto rafforzò la posizione occidentale in Grecia durante la Guerra Fredda.

Rivolta di Berlino Est (1953): proteste operaie contro il regime comunista della DDR, represse dall’Armata Rossa (circa 100 morti).  Rivoluzione ungherese (1956): rivolta contro il dominio sovietico, schiacciata dall’intervento dell’URSS (circa 2.500-3.000 morti). Primavera di Praga (1968): tentativo di liberalizzazione in Cecoslovacchia, represso dall’invasione del Patto di Varsavia (circa 150 morti).

Conflitto nordirlandese (The Troubles, 1968-1998): scontri in Irlanda del Nord tra unionisti (pro-UK, prevalentemente protestanti) e repubblicani (pro-irlandesi, prevalentemente cattolici). Attentati dell’IRA, violenze paramilitari e repressione dell’esercito britannico. Accordo del Venerdì Santo (1998), con circa 3.500 morti totali.

Cipro e conflitto turco-greco (1974): colpo di stato a Cipro, appoggiato dalla Grecia, seguito dall’invasione turca del nord dell’isola. Divisione de facto di Cipro in due zone (greco-cipriota e turco-cipriota), con circa 4.000 morti. Il conflitto rimane irrisolto.

Terrorismo interno: gruppi come le Brigate Rosse in Italia e la RAF in Germania Ovest hanno condotto attentati contro governi e istituzioni, causando centinaia di morti.

Dissoluzione della Jugoslavia. Guerra in Slovenia (1991): breve conflitto (10 giorni) per l’indipendenza dalla Jugoslavia, con poche decine di morti. Guerra in Croazia (1991-1995): scontri tra croati e serbi, con episodi di pulizia etnica. Circa 20.000 morti. Guerra in Bosnia (1992-1995): conflitto etnico tra bosniaci, serbi e croati. Assedio di Sarajevo, massacro di Srebrenica (1995, circa 8.000 morti). Conclusa con gli Accordi di Dayton. Circa 100.000 morti. Guerra in Kosovo (1998-1999): scontri tra serbi e albanesi kosovari, con intervento Nato contro la Serbia (bombardamenti del 1999). Circa 13.000 morti. Kosovo dichiara l’indipendenza nel 2008, ma la Serbia non la riconosce”.

Mattarella ci dice che l’Europa “ha agevolato intese e dispiegato missioni di pace”.

Come dimenticarci la missione di pace in Kosovo? Facciamo un ripassino.

La partecipazione dell’Italia alla guerra del Kosovo (1998-1999) avvenne principalmente sotto il governo D’Alema I (21 ottobre 1998 – 22 dicembre 1999), con Sergio Mattarella come Vicepresidente del Consiglio e, successivamente, Ministro della Difesa.

La guerra del Kosovo fu un conflitto armato (febbraio 1998 – giugno 1999) tra le forze della Repubblica Federale di Jugoslavia, guidate da Slobodan Milošević, e l’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), un gruppo separatista albanese-kosovaro. Le tensioni derivavano dalla repressione serba contro la popolazione albanese del Kosovo e dalla richiesta di maggiore autonomia o indipendenza da parte di quest’ultima. Nel marzo 1999, la Nato, senza copertura Onu, avviò l’operazione Allied Force, una campagna di bombardamenti aerei contro la Jugoslavia per fermare la pulizia etnica e costringere Milošević a negoziare.

L’Italia, sotto il governo di Massimo D’Alema, ebbe un ruolo significativo nell’operazione. L’Italia mise a disposizione basi militari, come quella di Aviano, da cui partirono molti dei raid aerei Nato.

Contrariamente a quanto inizialmente proposto dal presidente USA Bill Clinton, che suggerì all’Italia di limitarsi a fornire basi militari, D’Alema insistette per un coinvolgimento attivo. L’Italia partecipò con 54 aerei, tra cui i Tornado, che effettuarono missioni di attacco contro obiettivi jugoslavi.

Bombardamenti Nato

Bombardamento di Belgrado

Il governo D’Alema decise di partecipare all’intervento senza un mandato esplicito delle Nazioni Unite, suscitando critiche per la presunta violazione dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra come strumento di offesa o risoluzione delle controversie internazionali. Il Parlamento fu informato solo a posteriori, il 24 marzo 1999, quando le operazioni erano già iniziate, con una comunicazione di Sergio Mattarella al Senato.

Sergio Mattarella, allora esponente del Partito Popolare Italiano (PPI), informò il Senato il 24 marzo 1999 dell’inizio delle operazioni Nato, ma solo dopo che i bombardamenti erano già iniziati, alimentando critiche per la mancanza di un voto parlamentare preventivo.

 Come Vicepresidente, Mattarella collaborò strettamente con il Ministro della Difesa Carlo Scognamiglio durante il conflitto, supervisionando l’impegno delle forze armate italiane.

La partecipazione italiana alla guerra del Kosovo fu oggetto di critiche per la violazione dell’articolo 11 della Costituzione e per la mancanza di autorizzazione parlamentare.  

L’impiego di proiettili all’uranio impoverito da parte della Nato sollevò preoccupazioni per i rischi sanitari ai civili e ai militari italiani.

Ancora Mattarella, l’Europa “ha contribuito a elevare standard di vita, criteri di difesa del pianeta. Ha promosso incontri e dialoghi e ha alimentato libertà nei rapporti internazionali, eguaglianza di diritti tra popoli e Stati: condizioni e causa di progresso”.

Un’analisi di Inapp e Luis ci dice che “crisi sanitaria, recessione e nuove domande di protezione sociale, i sistemi di welfare europei si trovano a sostenere oggi uno sforzo di riorganizzazione quasi senza precedenti. Rispetto al più recente passato quando i termini del dibattito internazionale ruotavano più o meno esplicitamente intorno alla questione della ricalibratura (Ferrera 2006), ovvero ai graduali sforzi di riallocazione della spesa sociale per dare risposta alle nuove domande di protezione e al tempo stesso garantire una attenta disciplina di bilancio, lo scenario che abbiamo oggi di fronte è molto diverso. Dopo la crisi finanziaria del 2008 e 2009, in cui i bilanci pubblici erano stati chiamati a contenere i costi sociali della crisi economica, la rigida disciplina di bilancio degli anni successivi ha ridotto i margini di manovra per i sistemi di protezione sociale europei, soprattutto all’interno dei paesi più indebitati o sottoposti ai rigidi paletti delle riforme strutturali. La nuova crisi che si è aperta con la pandemia ha ulteriormente indebolito il quadro macro-economico con effetti recessivi drammatici. Sul piano occupazionale l’estensione degli ammortizzatori sociali e varie misure di sostegno all’occupazione (riduzione dell’orario di lavoro, sussidi e varie forme di agevolazione per le imprese) hanno in parte controbilanciato il pericolo di una esplosione repentina della disoccupazione. Non sono tuttavia mancati effetti recessivi sul mercato del lavoro, come la forte diminuzione delle ore lavorate per gli occupati e la crescita degli inattivi”.

Oggi le crisi nel Regno Unito, in Francia e in Germania nel 2025 sono caratterizzate da instabilità politica, stagnazione economica e sfide sociali, guidate da una combinazione di cattiva gestione interna, cambiamenti economici globali (es. riduzione della domanda cinese, aumenti dei prezzi dell’energia) e incertezze geopolitiche (politiche commerciali degli Stati Uniti, conflitto Russia-Ucraina). Questi problemi creano effetti a catena in tutta Europa.

Le politiche del Grean Deal sono alla base delle crisi economiche e produttive.

La transizione verde richiede investimenti significativi, che gravano sui bilanci pubblici e privati, specialmente in un contesto di crisi economica. Ad esempio, l’introduzione dell’ETS2 (sistema di scambio delle quote di emissione per trasporti e riscaldamento) a partire dal 2027 aumenterà i costi di benzina, gasolio e sistemi di riscaldamento fossili, con un impatto maggiore sulle famiglie a basso reddito.

Le politiche climatiche, come le tasse sul carbonio, possono avere effetti regressivi, colpendo in modo sproporzionato le fasce più povere della popolazione. Questo ha sollevato preoccupazioni sull’accettabilità sociale delle misure green, specialmente in paesi con economie fragili.

La decarbonizzazione rischia di penalizzare le industrie ad alta intensità di carbonio, come quelle dell’acciaio e del cemento, e le regioni dipendenti dal carbone, come la Polonia, dove si stimano fino a 41.000 posti di lavoro a rischio. Paesi come la Repubblica Ceca e la Bulgaria temono perdite simili, e la Polonia ha dichiarato che la neutralità climatica entro il 2050 potrebbe essere irraggiungibile senza energia nucleare.

Le proteste degli agricoltori europei contro regolamenti ambientali, evidenziano tensioni tra obiettivi climatici e competitività economica, soprattutto in un contesto di prezzi alimentari bassi e competizione con paesi extra-UE.

Dice Mattarella: “La difesa della civiltà europea – tutt’uno con lo sviluppo della sua società e della sua economia – richiede il coraggio di un salto in avanti verso l’unità. Tutti siamo chiamati a contribuire a questa impresa”.

Il problema è: quale unità? Per quale civiltà.

La civiltà di Eraclito o quella delle pagliacciate di Macron con le olimpiadi woke di Parigi?

Purtroppo la civiltà europea è stata buttata alle ortiche dalla cancel culture e dal progressismo che ha guidato la Commissione europea in questi decenni.  

A volte, guardare in faccia la realtà può essere spiacevole, ma è necessario per chi immagina di essere un soggetto politico e, purtroppo per noi, i politici europei degli ultimi trent’anni non brillano. Trovare un politico che abbia la statura dello statista è come cercare l’ago in un pagliaio.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui