Home Opinioni NON CI SARA’ LA TERZA GUERRA MONDIALE

NON CI SARA’ LA TERZA GUERRA MONDIALE

0

di Lucio Leante

Con buona pace dei catastrofisti che, dopo gli attacchi americani di ieri e quelli israeliani dei giorni precedenti ai siti nucleari iraniani, scendono in piazza gridando al pericolo di una terza guerra mondiale, “questa non ci sarà”. E non ci sarà non solo e non tanto perché non ve ne sono le possibilità e le condizioni e non lo consentono i rapporti di forza tra le eventuali potenze in gioco, ma soprattutto perché queste ultime non possono che favorire (o accettare come un fatto compiuto) la fine dell’incubo di ordigni nucleari nelle mani di leader teocratici, come gli ayatollah.

Non c’è, come nel 1914, una Russia che entri in guerra per difendere i fratelli ortodossi serbi, né una Germania che vada in soccorso della sorella Austria eccetera. Non c’è nemmeno, come nel 1939, una Gran Bretagna o una Francia che si sentano impegnate da un trattato a intervenire in favore della Polonia aggrredita dalla Germania nazista. Non c’è alcuna potenza che abbia interesse a entrare in guerra per l’Iran degli ayatollah. Questi non sono solo battuti militarmente, ma anche isolati internazionalmente. Lo dimostrano le dichiarazioni dei governi delle varie potenze potenzialmente coinvolte: paesi arabi e musulmani, Russia e Cina. Tutti condannano l’escalation americana in quanto “violazione del diritto internazionale”, ma nessuno minaccia interventi pratici o azioni concrete. Auspicano tutti solo una “de-escalation” ed una “soluzione negoziata della crisi”, che (dopo l’escalation di ieri) sono oggi anche gli auspici di Trump.

La stessa Russia di Putin che negli ultimi tre anni si è giovata della fornitura di droni iraniani ed ha fornito a Teheran tecnologie nucleari, nonostante i suoi portavoce parlino di relazioni russo-americane “per un certo tempo danneggiate” oggi si può aspettare molti più vantaggi dalle buone relazioni con gli USA di Trump che da quelle con gli ayatollah. A Putin interessa soprattutto la sua guerra esistenziale in Ucraina.

La Cina è il paese che sarebbe più danneggiato da una chiusura dello stretto di Hormuz. Il 90-95% delle esportazioni iraniane di greggio, essendo sottoposte da tempo a sanzioni, si dirigono verso la Cina. Quest’ultima però, davanti al fatto compiuto della chiusura dello stretto, non potrebbe che desiderarne la riapertura e potrebbe attivarsi nella ricerca di un cambio di regime a Teheran pur di riprendere le forniture iraniane di petrolio (e gas).

 Danneggiati sarebbero anche l’Arabia saudita e i paesi del Golfo che esportano il loro greggio attraverso Hormuz reagirebbero probabilmente anche con la forza contro Teheran.

I paesi musulmani, dove c’è una forte presenza della religione sciita o alawita come Siria, Libano ed Iraq sono in sostanza neutralizzati. In Siria l’avvento al potere di al Jolani ha significato la fine del regime minoritario alawita sulla maggioranza sunnita. In Libano, i vari gruppi religiosi e politici non vedono l’ora di liberarsi dell’ingombrante e bellicosa pressenza degli hezbollah. In Iraq la forza sciita si limita a quella di alcuni gruppi filo-iraniani, Fa eccezione la parte dello Yemen in mano agli Houti manovrati da Teheran, dove però è in corso un conflitto con la parte sunnita, appoggiata dall’Arabia saudita. Quest’ultima è praticamente in guerra con gli ayatollah iraniani sin dalla “rivoluzione khomeinista” del 1979 in ragione delle mire espansive ed egemoniche nell’area del Golfo e mediorientale degli ayatollah iraniani. Questi ultimi a più riprese hanno persino chiesto che i luoghi santi della Mecca vengano sottratti all’esclusiva saudita ed affidati ad un consorzio di paesi musulmani, tra cui quelli sciiti.

L’Egitto antifondamentalista di Al Sisi e la Giordania, una monarchia ashemita in un paese a maggioranza palestinese, hanno riconosciuto lo Stato di Israele, con cui hanno stabilito normali relazioni diplomatiche. Essi non vedono l’ora di liberarsi di Hamas perché rappresenta un precedente pericoloso. È infatti un gruppo armato che agita la questione palestinese su basi religiose proponendosi una rivoluzione islamica. Esso fomenta e propaga tra le popolazioni mediorientali il radicalismo teocratico fondamentalista ed è per di più diretto e finanziato da un paese sciita. Hamas, inoltre, è un ostacolo per le rivendicazioni dell’Egitto sulla striscia di Gaza e della Giordania sulla Cisgiordania.

La Turchia, anch’essa sunnita, teme da tempo che il confinante Iran sciita si doti di armi nucleari: ciò squilibrerebbe i rapporti di forza reciproci e costringerebbe Ankara a fare altrettanto per equibrare la potenza iraniana.

Praticamente tutti gli stati musulmani e le grandi potenze come Cina e Russia potenzialmente coinvolte considerano l’Iran degli ayatollah il maggiore fattore di instabilità internazionale e di sovversione interna. Ovviamente non lo dicono, ma probabilmente condividono  ed estendono anche agli USA l’opinione del cancelliere tedesco Friederich Merz che (anche a nome degli altri europei) giorni fa ha esclamato: “gli israeliani stanno facendo il lavoro sporco anche per noi”. E’ lecito supporre che Merz e gli europei pensino la stessa cosa degli americani e della loro operazione di ieri.  

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui