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NOMI E SIMBOLI DELLA TRADIZIONE

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di Angelo Giubileo

Gli autori di Il mulino di Amleto (d’ora in poi: MDA) concludono la loro mirabile opera affermando altresì che: “Le avventure epiche hanno luogo tutte quante nel cielo, come si può già dedurre dal fatto che il determinante cuneiforme per ‘dio’ è costituito da una stella; ed è appunto con ‘dei’ che abbiamo continuamente a che fare. Questa circostanza è ben nota a tutti gli assirologi, ma viene pervicacemente rimossa. Ciò non significa assolutamente che quaggiù non si faccia nulla. La geografia è sin dall’inizio derivata dall’uranografia, e a ciascun luogo ‘ sopra’ corrisponde uno ‘ sotto’”[1].

Ricapitolando schematicamente: I) la narrazione o rappresentazione degli eventi, che a noi quaggiù interessano, si svolge ed è inscritta sopra nel cielo; II) ed è pertanto di divinità o elementi del cielo che dobbiamo discutere; è questo l’oggetto del discorso, perché in cielo, pur cambiando continuamente posizione, gli elementi sono sempre i medesimi e il cielo sempre Il Medesimo; III) il determinante cuneiforme per ogni divinità o elemento del cielo è una stella; le stelle rappresentano quindi essenzialmente tutto ciò che accade (i cosiddetti viaggi degli dei) nelle diverse fasi ed epoche della storia celeste e terrena; IV) il sistema di scrittura cuneiforme è antico, ma relativamente, e nel senso che, essendo in uso nel Vicino Oriente a partire dalla fine circa del IV millennio a.C., è stato preceduto dal sistema del sanscrito, quale lingua madre anche del greco e del latino, e da una tradizione precedente, che senz’altro è la tradizione dei Veda, seguita da quella dell’Avesta.

Al di qua di tali premesse e altresì del fatto che in questo genere di ricerche e analisi è sempre opportuno dubitare delle conclusioni, in ogni caso parziali – ecco di seguito una rappresentazione del cielo e del moto (anzi dei moti) dell’astro (dalla radice sanscrita -str) o stella più luminosa, eternamente presente nelle vicende degli dei e degli uomini, nel corso del tempo di Xronos ovvero il tempo cronologico sospeso tra passato, presente e futuro. In ordine allo schema qui rappresentato, occorre innanzitutto distinguere tra segni e costellazioni. Inoltre, lo schema – come vedremo – rappresenta un duplice e diverso moto del sole, osservato in epoche diverse: all’inizio, dall’alto verso il basso, da nord a sud e viceversa; successivamente, da destra verso sinistra, da est a ovest e viceversa.

 

La corrispondenza degli eventi o viaggi, da ‘sopra’ a ‘sotto’, riguarda pertanto la tesi di un’origine polare o artica della tradizione vedica, originale, rispetto a tutte le altre tradizioni che ad essa fanno riferimento e quindi una terra originaria (urheimat) protoindoeuropea. In tal guisa, è utile tenere conto soprattutto delle ricerche e analisi svolte da Harald Haarmann, e in particolare nel suo ultimo libro dal titolo italiano Sulle tracce degli indoeuropei. Dai nomadi neolitici alle prime civiltà avanzate (Bollati Boringhieri, 2023).

Ma torniamo ora allo schema della figura. Per leggere correttamente lo schema occorre un’altra fondamentale premessa. Trattandosi di uno schema celeste, la linea dell’orizzonte visivo denominata “equatore” rappresenta piuttosto il percorso del sole nel cielo medesimo così come appare a un osservatore che dimora nell’area artica o circumpolare.

E allora, lo schema celeste, come detto, distingue i segni dalle costellazioni ed è del tutto evidente come la posizione degli uni e delle altre non collimi affatto. Questo dicono anche gli autori di MDA e in proposito non formulano un’ipo-tesi precisa, rinviando tuttavia nel testo alla Nota n. 1 dell’Appendice 45. Nella nota in questione, riferendosi ai nomi degli elementi del cielo, così come introdotti dai più antichi uranografi, esperti di quel patrimonio che noi chiamiamo mitico, alcuni parlano di “segni zodiacali” e altri invece escludono lo “zodiaco”. In proposito, Lokamanya B. G. Tilak scrive chiaramente che, in principio, per segnalare le posizioni degli astri nel cielo “è più probabile il riferimento all’asterismo di per sé che non all’inizio dell’artificiosa porzione corrispondente dello zodiaco”[2]. Seguendo la tesi e gli sviluppi dimostrati da Tilak, risulta che i più antichi testi vedici adoperano essenzialmente il linguaggio dei segni (e non delle costellazioni), e, nello specifico, inizialmente, fanno riferimento al “cerchio immutabile” (o immortale) delle 27 stelle o Nakshatra in cui è diviso il più antico cielo vedico.

Il termine sanscrito “satra” concerne sia l’anno – determinato dal corso annuale del sole – che il calendario dei riti o del “Rta”, ciò che rappresenta l’“arcaico sacrificio”, regolato per l’appunto secondo il corso annuale del sole. Così che, arcaicamente, l’anno e la liturgia dei sacrifici “erano divisi in due parti distinte e ciascuna consisteva di sei mesi, di trenta giorni l’uno”[3].

Ora, sostituendo i segni delle case lunari (nakshatra) con i segni zodiacali (o stelle, presumibilmente e forse le più luminose all’osservazione di una determinata parte del cielo), consideriamo, rispetto allo schema, l’ipotesi formulata di una rappresentazione duplice e diversa del percorso del sole. Così che nelle aree polari o circumpolari, il cammino del sole segue la linea verticale da nord a sud e viceversa. Nello schema, il percorso è rappresentato dall’eclittica. E’ quindi necessario o sufficiente ruotare lo schema di 90° (angolo di visuale di cui diremo in seguito più ampiamente) e così proiettare la linea terrestre dell’orizzonte visivo nello spazio celeste.

E allora i segni che rappresentano il percorso annuale del sole sono, corrispondentemente, da sud a nord, Ariete e Pesci. Come dimostrato da Tilak, nell’antichità dei Veda l’anno con i suoi sacrifici rituali iniziava all’equinozio di primavera e quindi all’inizio del segno dell’Ariete. Come detto, l’anno veniva suddiviso in due parti: la via degli dei (devayana), dall’equinozio di primavera all’equinozio di autunno, ovvero alla fine del segno della Vergine; la via degli uomini (pitriyana), dall’equinozio di autunno all’equinozio di primavera. In entrambi i casi, le vie rappresentavano sia un cammino ascendente che discendente. Nel corso del suo cammino, il sole incontrava altresì – secondo l’attuale nostra tradizione o traduzione – altri due punti, solstiziali, all’inizio del segno dei Gemelli (solstizio di estate) e alla fine del segno del Sagittario (solstizio d’inverno).

Invece, è interessante notare che nel MDA è detto che l’Età dell’Oro o Anno Zero abbia avuto inizio “diciamo verso il 5.000 a.C., una data approssimativa che ha le sue giustificazioni (quando) il sole era nei Gemelli”. Ma, in questo caso, gli autori parlano della costellazione (e non del segno): “la straordinaria virtù dell’Età dell’Oro consisteva proprio nella coincidenza del punto d’incrocio tra eclittica ed equatore con quello tra eclittica e Galassia, il che avveniva nelle costellazioni dei Gemelli e del Sagittario, che stavano ‘salde’ a due dei quattro angoli della terra quadrangolare”[4]. Seguendo codesto schema, che stabilisce l’inizio dell’anno al solstizio d’inverno, e quindi all’inizio della costellazione del Sagittario, la più antica via degli dei, segnata dal percorso luminoso (e non oscuro) del sole, è delimitata dai segni del Capricorno e del Cancro. Così che, lo schema del mondo intero – invece che diviso in due parti, cielo e terra – viene ora diviso in tre parti:

“ (a) il cielo a nord del Tropico del Cancro, vale a dire il cielo propriamente detto, dimora degli dei; (b) il ‘mondo abitato’ dello zodiaco, compreso tra i due tropici, la dimora dei ‘vivi’; (c) il cielo a sud del Tropico del Capricorno, ossia l’Oceano d’Acqua Dolce, il regno dei morti”[5]. Non c’è che dire, lo schema si complica.

E allora ritorniamo allo schema pre-cedente, e quindi all’“antichità dei Veda”, quando il ciclo dell’Anno, sia esso Piccolo (moto di rivoluzione terrestre di 360 giorni circa) e quindi, come lo chiama Platone, Grande (moto completo dell’asse terrestre in 25.700 anni circa), inizia all’equinozio di primavera e quindi all’inizio del segno dell’Ariete o con la comparsa iniziale dell’Ariete. A tale proposito un utilissimo indizio ci giunge dagli stessi autori di MDA: “Heimdallr l’ariete, guardiano del frequentatissimo ponte degli dei, che crolla nel Crepuscolo degli Dei, sta per l’asse cosmico, lo skambha. Egli stesso compare come testa, oppure la sua testa sembra essere il ‘misuratore’, responsabile di quella misura che la veggente asserisce di comprendere: ‘(…) conosco nove mondi, conosco le nove radici, il magnifico albero della misura (mjolvidr) sotto la terra’. Egli misura (e sorveglia) il punto in cui si intersecano eclittica ed equatore all’equinozio di primavera nell’Ariete … (Voluspa, 1)[6]. Non c’è che dire: una conferma.

Della Veggente diremo comunque poi, anche se non è azzardato fin d’ora supporre che si tratti del segno della Vergine, posizionato nella sua parte finale all’equinozio di autunno. E allora, se è da prendere maggiormente sul serio, per così dire, lo schema della Voluspa, che conferma e quindi ripete lo schema dell’antichità dei Veda, l’inizio del Tempo cronologico risulta segnato dall’inizio dell’Ariete (equinozio di primavera), l’inizio dei Gemelli (solstizio di estate), la fine della Vergine (equinozio d’autunno) e la fine del Sagittario (solstizio d’inverno). E, simultaneamente e corrispondentemente, costellato da porzioni non esattamente o nient’affatto allineate di sé medesime ai punti equinoziali e solstiziali.

La questione fondamentale dell’intero schema cosmico riguarda infatti il punto, d’intersezione tra la via degli dei e la via degli uomini, centrale, intorno al quale tutto ruota, la terra, il cielo, il sole e tutte le altre stelle. E allora seguiamo in proposito ciò che ci dice René Guénon, e in particolare: “la forma della lettera nun ci dà l’occasione di fare un’osservazione importante dal punto di vista dei rapporti che esistono tra gli alfabeti delle diverse lingue tradizionali: nell’alfabeto sanscrito, la lettera corrispondente na, ricondotta ai suoi elementi geometrici fondamentali, si compone anch’essa di una semicirconferenza e di un punto; ma qui, essendo la convessità volta verso l’alto, è la metà superiore della circonferenza, e non più la sua metà inferiore come nel nun arabo. Quindi si tratta della stessa figura rovesciata, o, per essere più precisi, sono due figure rigorosamente complementari l’una all’altra; infatti, se la si riunisce, i due punti centrali si confondono e si ottiene un cerchio con un punto al centro, immagine del ciclo completo, che è nello stesso tempo il simbolo del Sole nell’ordine astrologico e quello dell’oro nell’ordine alchimistico”[7].

Questo punto centrale rappresenta, in fondo, lo stesso punto d’intersezione tra la via degli dei e la via degli uomini, con la differenza che, lungo il cammino iniziale del sole, rettilineo, non esistono punti di separazione ma soltanto infiniti punti di contatto. E pertanto ritorniamo allo schema originale dell’inizio assunto anche da Tilak. Egli, come in parte abbiamo già letto, sostiene anche che, nel tempo più antico dei Veda, “lo zodiaco non era ancora stato diviso in docici parti eguali ed il mese solare, quale noi l’intendiamo ora, era sconosciuto. L’inizio del ciclo stagionale era, quindi, il solo mezzo per apportare correzioni al calendario”[8]. Ma, a quei tempi, le stagioni erano tre (e non quattro) ed esisteva “un giorno intermedio del satra annuale denominato ‘giorno di Vishuvan’ e si attesta chiaramente come questo giorno centrale divida il satra in due eguali metà, alla stessa maniera in cui il giorno di Vishuvan, o giorno equinoziale, divide l’anno”[9].

Occorre altresì precisare che , rispetto alle denominazione originaria dei due tratti della via del sole – lungo la via degli dei e lungo la via degli uomini – rispettivamante devayana e pitriyana, allorquando l’anno e i riti sacrificali iniziavano all’equinozio di primavera; l’uso degli altrettanto corrispondenti termini uttarayana e daksinayana smarrirà il significato originario ad essi legato. E cioè, in origine, il termine Uttarayana era usato “nel senso di un rivolgimento verso il nord dall’estremo punto sud” così che “il termine (medesimo) era talvolta usato per Devayana, onde denotare il passaggio dall’equinozio di primavera a quello d’autunno (…) quando l’inizio dell’anno venne spostato dall’equinozio di primavera al solstizio d’inverno l’Uttarayana perse il suo più antico significato o venne usato piuttosto ad indicare la suddivisione solstiziale dell’anno”[10].

Ma, quali sono le conseguenze di questo mutamento? In effetti cambia, potremmo dire, la lettura degli eventi di cui si è detto in apertura, e cioè la chiave di lettura di tutto ciò che accade come in cielo così in terra, dato che a ciascun luogo sopra abbiamo specificato che corrisponde ciascun luogo sotto, metro di corrispondenza fondato sul ciclo solare quale fenomeno di osservazione desunto dall’“aspetto reale della natura” e, innanzitutto, dall’alternanza ed equivalenza di giorno e notte, luce e tenebra. Ciò che è fondamento di ogni rito. In proposito, scrive ancora Tilak: “E’ difficile dire se gli antichi Arya abbiano mai vissuto così vicino al Polo Nord da essere a conoscenza dell’esistenza di un giorno della durata di almeno due o tre, se non sei mesi, all’anno. Ma l’idea che il giorno dei Deva cominci quando il sole passa a nord dell’equatore sembra assai arcaica”[11].

Notte e giorno sono dunque così come la via degli uomini e la via degli dei, un’unica via segnata dal percorso prima rettilineo e poi sinusoidale del sole, immaginando, sulla scorta delle tracce disvelate altresì da Haarmann, che le due vie corrispondano in qualche modo all’urheimat circumpolare dei protoindoeuropea e all’heimat successiva indoeuropea. E pertanto, come si diceva, ruotando la figura di 90°[12], collocando cioè l’asse orizzontale dell’equatore in posizione verticale e identificandolo con l’eclittica, la lettura dello schema rappresentato è la seguente:

–            con l’inizio dell’anno all’equinozio di primavera, il punto d’intersezione tra la via degli dei e la via degli uomini è rappresentato dall’inizio del segno dell’Ariete e in prossimità dell’inizio della costellazione dei Pesci;

–            dall’equinozio di primavera all’equinozio d’autunno, quando cioè il sole risulta alto sull’orizzonte visivo, il cammino del sole termina il suo percorso, denominato la via degli dei, alla fine del segno della Vergine e in prossimità della costellazione omonima;

–            nel mezzo del cammino del sole, secondo i più antichi rituali vedici, è posto il giorno di Vishuvan e quindi in qualche modo rappresentato dalla figura della Vergine;

–            dall’equinozio di autunno all’equinozio di primavera, quando cioè il sole è al di sotto dell’orizzonte visivo, il sole completa il suo percorso nel giorno prima dell’inizio del segno dell’Ariete e in prossimità della costellazione dei Pesci.

Secondo lo schema, due sono i giorni di contatto tra la via degli dei e la via degli uomini, tra Dio e l’uomo, esattamente nei giorni in cui la durata del giorno o della luce equivale a quella della notte o tenebra. L’uno rappresentato dall’inizio del segno dell’Ariete, l’altro dalla fine del segno della Vergine e in prossimità dell’inizio della costellazione omonima. Pertanto, secondo lo schema dell’inizio artico o circumpolare, i cardini – occupati successivamente dalle costellazioni del Sagittario e dei Gemelli con l’inizio dell’anno nel solstizio d’inverno – sono quindi rappresentati dai segni dell’Ariete e della Vergine.

E allora proviamo a leggere ora l’arcinoto mito di Fetonte. Al quale così ci introducono i due autori di MDA: “… questo era un dì il sentiero/ dove passava Febo; e che in lungo volger d’anni/ prese fuoco la rovente pista, le stelle ardendo. / Mutò il colore, le ceneri cosparsero la via/ e ancora serbano della rovina il segno. / Inoltre è fama, fama vetusta e veneranda, / che Febo il cocchio al figlio avesse dato, / e il giovane, declinando dal sentiero, / stupito per l’arcana leggiadria dei segni/ di suo compito superbo, spronò l’igneo destriero/ e volle nel corso superare il padre. / Divenne caldo il Settentrione, l’inusitato fuoco /sciolse colà le nevi, fece fuggir le Orse; / né si salvò la terra: ogni paese pianse/ la comune sorte, ardendo con le sue città. / Poi dal disperso carro guizzò una saetta/ e i cieli furon tutti una continua fiamma. / Il mondo prese fuoco, e in nuove stelle accese/ chiaro ricordo di suo fato reca” (Manilio, Astronomica, I, 730-749). In sintesi, il commentatore narra ciò che l’osservatore ha visto: il mutato percorso del sole (declinando dal sentiero) nel luogo di sopra (cielo) determina nel luogo di sotto (terra) un cambio corrispondente (il mondo prese fuoco, e in nuove stelle accese chiaro ricordo di suo fato reca), e questo luogo è al nord (divenne caldo il Settentrione, l’inusitato fuoco sciolse colà le nevi). Sembra proprio che si stia qui parlando del Polo Nord e degli effetti dell’ultima glaciazione.

Gli autori di MDA ci aggiungono poi altri particolari della vicenda così come raccontati da un sacerdote egizio a Solone, e cioè che “Fetonte sbalzato dal cocchio sarebbe stato detto ‘l’occhio perduto’ e, meglio, uno degli ‘occhi perduti’. L’occhio andò ‘perduto’ nella cosiddetta ‘mitica sorgente del Nilo; la sorgente di tutte le acque”[13]. Ovvero le Acque superiori e le Acque inferiori che presiedono alla creazione (rectius: misurazione) del mondo vedico.

Quanto alla figura dell’occhio, dell’occhio perduto, e degli occhi molto c’è da dire. Cominciamo allora dicendo, con Guénon, che “uno dei simboli comuni al cristianesimo e alla massoneria è il triangolo nel quale è inscritto il Tetragramma ebraico (…) il triangolo in questione occupa sempre una posizione centrale e, inoltre, nella massoneria, è espressamente collocato fra il Sole e la Luna (…) Perché il simbolismo sia completamente corretto, quest’occhio dovrebbe essere un occhio ‘frontale’ o ‘centrale’, ossia un terzo occhio, la cui somiglianza con lo iod colpisce ancor di più; ed è effettivamente quel ‘terzo occhio’ che ‘vede tutto’ nella perfetta simultaneità dell’eterno presente”[14]. Una sorta di orizzonte, spirito, fuoco, luce che opera continuamente. Ma, su questo, occorre ritornare.

In ordine allo schema del cammino del sole all’artico o area circumpolare, la linea retta e verticale del cammino del sole simboleggia l’Asse del mondo (axis mundi), che la Tradizione indica altresì come, ad esempi, l’Albero del Mondo, l’Albero della Vita, l’Haoma della tradizione avestica, l’Occhio solare, la Scala, la Spada o Freccia (fiammeggiante), il Vajra indù, l’Arca, la Coppa del Graal, il Cuore e, in fine, la bevanda dell’immortalità (cfr. R. Gué non, op. cit., pp. 259-375). Tutti simboli che, come i segni e le costellazioni, indicano la Via da seguire. Nel “pensiero dell’inizio” – di cui dice Martin Heidegger -, la via degli dei e la via degli uomini sono un’unica via, che è la via dell’essere (e del tempo, suddiviso tra passato e futuro, intercalati dal giorno dell’eterno presente). Così che scrive Plutarco: “se il pensiero e la conoscenza della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita ma tempo”[15].

Ma, come osserva lo stesso Heidegger, è subentrata un’epoca in cui “la differenza tra essere e ente resta esclusa. E’ obliata”[16]. Un’avventura legata alla metafisica, è “l’evento della metafisica” o – avrebbe detto lo stesso Plutarco – “l’evento della superstizione”, che separa la via degli dei dalla via degli uomini e quindi la dimora celeste o città di Dio dalla dimora terrestre o città degli uomini. Tale per cui, ancora Guénon evidenzia e conclude: “Abbiamo già parlato in varie occasioni del simbolismo della ‘Città divina’ (Brahma-pura nella tradizione indù): è noto che questo termine designi propriamente il centro dell’essere, rappresentato dal cuore (…); è altresì sede di Purusha, identificato con il Principio divino (Brahma) in quanto ‘ordinatore interno’ (antar-yami), a reggere l’insieme delle facoltà di tale essere mediante l’attività ‘non-agente’, che è conseguenza immediata della sua mera presenza. Pertanto il nome di Purusha è interpretato col significato di puri-shaya, colui che risiede o giace (shaya) nell’essere come in una città (pura) (…) Nella fattispecie, si può dire che Purusha colmi della sua presenza la ‘Città divina’ con la sua consequenzialità, che si traduce in integralità dell’essere (…) E’ Purusha che, secondo i testi delle Upanishad, illumina ‘questo tutto’ (sarvam idam) con i suoi raggi, immagine della sua attività ‘non-agente’ mediante la quale si realizza ogni manifestazione,seguendo la ‘misura’ stessa che è determinata dall’effettiva estensione di tale irradiamento, così come, in seno al simbolismo apocalittico della tradizione cristiana, la ‘Gerusalemme celeste’ è illuminata dalla luce dell’Agnello che giace nel suo centro ‘a guisa di immolato’ (n.d.r.: nel punto più basso del palo sacrificale), quindi in uno stato di ‘non azione’ (nota: ricorderemo ancora che la manifestazione della Skekinah, o ‘presenza divina’, è sempre rappresentata come una luce)”[17].

E dunque una luce o misura che dal basso verso l’alto, dall’equinozio di primavera all’equinozio di autunno, dal segno dell’Ariete al segno della Vergine, il Figlio e la Madre uniti dallo Spirito di Dio, delineano la via dell’immortalità o del “centro spirituale” (Guénon) abbandonato altresì da Gilgamesh nel tentativo, rivelatosi vano, di salvare Enkidu dalla morte fisica e materiale. L’Ariete medesimo è, all’inizio, lo stesso Agni e Agni è un epiteto. E’ lo stesso Agnus occisus, che, nel messaggio finale dell’Apocalisse, annota Roberto Calasso, “è degno di ricevere il libro e di aprirne i sigilli, poiché ha ucciso e riscattato per Dio con il suo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo, nazione; e costituiti per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra. Non c’è nulla che vada oltre”[18].

Questo è l’ordine del mondo e il suo destino, e il destino di tutti gli uomini, nessuno escluso. Il destino dell’Agnello e della Vergine. Così come della Veggente della Voluspa. E infatti è lo stesso Calasso a chiedersi: “ma perché la Vergine, tutte le Vergini, devono leggere un libro (n.d.r.: un segno o una rappresentazione), apprestando un leggio per separarlo da ciò che lo circonda? Perché non raffigurarle accanto a un telaio o altro strumento domestico più consono? Leggere è un ostacolo, un luogo intermedio, dove qualcosa accade. Che il testo della vergine siano i profeti è arbitrario. Più che evocarlo, la Vergine teme il futuro, a giudicare dalle sue espressioni. C’è un abisso tra il flusso dello Spirito Santo e il libro. E’ la vita”[19]. La vita, quale che sia.

DIDASCALIA   Lo zodiaco: segni e costellazioni – Rete di Eratostene

[1] G. de Santillana-H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi 2000, ed. VIII, p. 374 s.

[2] L. B. G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda, Ecig 1991, p. 63; l’opera originaria è stata pubblicata nel 1893).

[3] Ibidem, p. 43.

[4] MDA, op. cit., p. 89.

[5] Ibidem, p. 277.

[6] Ibidem, p. 193.

[7] R. Guénon, Simboli della scienza sacra, Gherardo Casini editore, 2024, p. 132 s.

[8] L. B. G. Tilak, op. cit., p. 45.

[9] Ibidem, p. 49.

[10] Ibidem, p. 53.

[11] Ibidem, p. 55.

[12] La misura riguarda, non a caso, il teorema di Pitagora o altrimenti detto dell’angolo retto.

[13] MDA, p. 299.

[14] R. Guénon, op. cit., p. 353 s.

[15] Plutarco, Iside e Osiride, 35 E.

[16] M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, p. 340.

[17] R. Guénon, op. cit., pp. 371-372.

[18] R. Calasso, Sotto gli occhi dell’Agnello, p. 102.

[19] Ibidem, p. 100.

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