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NOI E LORO, OVVERO COME DIVIDERSI SU TUTTO

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È sempre molto interessante proporsi in un ragionamento pubblico sul nostro senso di appartenenza: per quanto tu ti possa ingegnare nelle premesse a specificare che intendi analizzare sentimenti e valori che ti sono propri, ci sarà sempre qualche anima buona che sentirà il bisogno di dire che parlare di “noi” implica un “loro”, e quindi è divisivo a priori, se non addirittura aggressivo e magari anche potenzialmente imperialista. Sembra che solo gli “altri” abbiano diritto al loro senso di appartenenza, e che l’unico modo di essere politicamente corretti sia di trovare il modo di sentirci in colpa verso di loro.
Sì, perché quali che siamo “noi” o che siano “loro”, sicuramente avremo qualcosa da farci perdonare. Se siamo torinesi, inquiniamo tutto il Piemonte. Se siamo piemontesi, abbiamo distrutto le ricchezze del Mezzogiorno. Se siamo italiani, abbiamo inventato il fascismo. Se siamo discendenti di Roma, abbiamo distrutto Cartagine e crocifisso Spartaco. Se siamo cristiani, abbiamo fatto le Crociate. Se siamo europei, il colonialismo. Se siamo occidentali, Pinochet e la provetta di Colin Powell. Se siamo umani, il riscaldamento globale.
Pur senza aver studiato psicologia all’università, so anche io che il senso di colpa è tipico delle società europee, così come quello di vergogna lo è di quelle orientali. Però da qualche decennio noi stiamo esagerando, quindi non credo che il problema sia solo quello.
Il senso di colpa “politicamente corretto” è solo una faccia del problema. L’altra faccia è il perenne senso di inferiorità, per cui “noi” dobbiamo necessariamente fare schifo, mentre “loro” sono sistematicamente migliori: il non riconoscerlo implica sudditanza alle élites decadenti e allo stesso tempo ancora onnipotenti che ci manovrano in maniera più o meno subdola e nascosta. Il dichiararlo apertamente e nel modo più netto possibile invece è segno di apertura mentale, onestà intellettuale e indipendenza di giudizio: insomma, “fa fico”.
Di nuovo, non importa chi siamo “noi” e chi sono “loro”: l’importante è asserire sempre che “noi” siamo sistematicamente dalla parte sbagliata. Se siamo torinesi, Milano è amministrata meglio e ha più metropolitane; se siamo piemontesi, in Veneto l’aria è più buona; se siamo italiani, la Germania ha un’economia migliore; se siamo europei, è l’America ad avere un’economia migliore; se siamo occidentali, la Cina ci seppellirà… Ma se siamo Terrestri, stiamo distruggendo il pianeta e ci estingueremo per la maggior gloria degli insetti, che sono molto più forti e degni di noi.
A volte, sui social media o nei commenti al bar, si assiste a vere e proprie gare a chi la fa più tragica e definitiva nel condannare il “noi” del momento: frasi come “ormai siamo alla frutta” si sono evolute fino ad arrivare all’”ammazzacaffè”, e anche la frase “non ci resta che emigrare” ha mantenuto a lungo la testa della hit parade. Peccato che poi chi lo dice rimane dove sta e continua ad ammorbare tutti con i suoi piagnistei; immagino sia perché non abbia idea di “dove” emigrare, visto che dovunque vada diventerebbe il suo “noi” e quindi si dovrebbe spostare di nuovo… E poi di solito si tratta di gente che non sa l’inglese.
Quello che mi colpisce, in particolare, è l’incongruenza del tutto. Perché se per esempio “noi italiani” facciamo schifo davanti ai tedeschi, nel momento in cui a quegli stessi tedeschi mettiamo il cappello di europei, diventano a loro volta una schifezza davanti agli americani che dominano il mondo. Ma se guardiamo quegli stessi americani dominatori del mondo come occidentali – cioè se cessano di essere “loro” e diventano parte di un “noi” come prima i tedeschi – allora sono decadenti senza speranza che si aggrappano inutilmente alle ultime vestigia della loro superiorità di fronte all’inarrestabile marcia rosso-bruna di Putin… Ma quando uno decide di piegarsi e accettare un destino “eurasiatico”, allora anche i russi diventano parte di un nostro mondo “bianco” destinato ineluttabilmente ad essere sottomesso dai giganti asiatici.
Insomma: non c’è speranza. Comunque ci collochiamo, se vogliamo dimostrarci informati e ragionevoli è necessario dimostrare e sostenere con orgoglio il nostro fiero disgusto per “noi”. Perché questo è ciò che chi ascolta ammira in chi parla: il concetto vende bene.
La mia domanda è: perchè vende cisì bene?
Non lo so. Sono aperto a idee e suggerimenti.
Però mi sono fatto un’idea, e ho trovato una possibile spiegazione, ancorché sicuramente parziale. Odio ricorrere ad un luogo comune, ma ho paura che dobbiamo ancora una volta rifarci alla II Guerra mondiale e alle sue conseguenze psicologiche.
Gli eventi della prima metà del XX Secolo hanno colpito un po’ tutti i livelli dei nostri possibili “noi”, infliggendo un colpo tremendo alla nostra sicurezza in noi stessi. Tutti, in Italia e in Europa – sebbene a livelli diversi – sono stati allora messi di fronte alle proprie debolezze, e hanno tramandato l’insicurezza alle generazioni successive. Per molti versi, questo è stato anche un bene: ha anestetizzato il nazionalismo rampante che per secoli ha devastato l’Europa e ha reso estremamente improbabili i conflitti fra le Nazioni del continente.
Con il “noi” prevalente (quello che, come abbiamo visto, raggruppa la maggioranza degli europei da Vancouver a Mariupol) in crisi di autostima, ha avuto inizio il processo di aggregazione che continua tuttora e che chiaramente punta a unire le forze di tanti per fare branco, ma si è anche indebolito il senso di responsabilità.
Una volta (giustamente) punito il senso di superiorità, è subentrato il convincimento che sia meglio limitarsi al proprio “particulare”, ancora una volta un po’ a tutti i livelli anche se in misura variabile da luogo a luogo. Quindi le cose “da grandi” sono state lasciate per decenni nelle mani di coloro che come “grandi” venivano percepiti: per mezzo secolo, USA e URSS. Poi però, con la fine del bipolarismo, le cose sono cambiate: uno dei “grandi” era scomparso, e l’altro improvvisamente non era più percepito come poi così più “grande” di noi, anche perché ormai era quasi diventato parte di un “noi” più vasto (l’Occidente), quindi non solo era soggetto a critiche, ma condivideva la nostra insicurezza.
In un mondo dove non c’erano più “i grandi” a cui delegare decisioni importanti e interventi risolutori, il nostro “noi” rischiava di ereditare responsabilità globali per cui non si sentiva pronto.
Improvvisamente, qualcuno doveva farsi carico della fame nel mondo, della costruzione del Diritto Internazionale, della guerra civile in Jugoslavia… Il nostro “noi” si è scoperto gravato di responsabilità per cui non era preparato.
Di qui, la corsa per chiamarsi fuori.
“Noi facciamo schifo”, significa “Io non c’entro”: continuo a far parte del “noi” perché non so dove altro andare e sento ancora il bisogno di appartenenza, però non voglio responsabilità e mi chiudo nel mio “particulare”. Per evitare di sentirmi un codardo, affermo con forza le mie ragioni per tirarmi fuori, proclamando che il nostro “noi” non è all’altezza delle responsabilità a cui desidero sottrarmi, e che io sono semplicemente abbastanza furbo da capirlo: sono gli “altri” fra di “noi” a non essere abbastanza svegli per capirlo. Insomma: mi creo un sottogruppo dissidente all’interno del nostro “noi” entro cui rifugiarmi per evitare le responsabilità comuni, e lo difendo aggressivamente per nascondere ciò di cui intimamente mi vergogno: la mia viltà.
Non a caso, la viltà è ciò che conduce alla sottomissione nei confronti degli autocrati.

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  • Redazione

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