di Cosimo Risi
Accadono fatti nuovi che sanno di antico, sul fronte mediorientale. Israele rivendica l’assassinio del capo in seconda di Hezbollah in Libano. È la rappresaglia, una delle rappresaglie, per l’attacco di Hezbollah alla comunità drusa nell’Alto Golan.
Israele non rivendica, e neppure smentisce, l’assassinio di Ismail Haniyeh, il leader politico di Hamas in esilio. Haniyeh era fra i negoziatori del rilascio degli ostaggi a Gaza. Il compromesso è difficile, alla vigilia della apparente conclusione, il Premier Netanyahu rivede alcune clausole per rendere più tangibile la presenza delle IDF nella Striscia. E puntualmente i mediatori, in primis gli Americani che dell’intesa si porterebbero a garanti, rinviano ad un prossimo quanto ipotetico appuntamento.
È probabile che Netanyahu dia per scontato che buona parte se non la totalità degli ostaggi non sia più in vita. E comunque non ritiene che la loro liberazione sia una priorità nella partita che sta giocando per disarticolare Hamas. Da qui il ripetersi delle manifestazioni delle famiglie davanti alla sua residenza a Gerusalemme e le perplessità dei mediatori.
La scelta di neutralizzare Haniyeh, sempre che la responsabilità sia da imputare ai Servizi di Israele, può segnare un ulteriore se non definitivo ostacolo alla trattativa. È pur vero che l’ultima parola spetta al capo di Hamas a Gaza, quel Yahia Sinwar che è il ricercato numero 1. Ma è anche vero che non potendo Sinwar agire direttamente, la persona da spendere era Haniyeh. Che ora non c’è più.
Il venire meno del negoziatore palese blocca le trattative sine die? Il suo venire meno provoca un nuovo attacco da parte iraniana? Nel segno della reazione “telefonata” come la precedente? I droni ed i missili allora furono annunciati, cosicché lo schermo di Israele, nonché di Arabia Saudita e Giordania, li distrusse nella quasi totalità.
Sono gli interrogativi attorno cui si muove la vicenda mediorientale. Che ora si fa più concitata in coincidenza con la confusione elettorale a Washington. Mai come adesso vale il detto che l’anno delle presidenziali americane è di sospensione delle relazioni internazionali. Nell’estate 2024, a verdetto largamente incerto, chi ha una strategia certa, e quella di Netanyahu lo è, può giocare le sue carte.
Bibi come il novello Giosuè. L’eroe dell’omonimo Libro della Bibbia guidò il popolo ebraico nella lotta agli Amalechiti, i nemici che lo attaccarono mentre scappava dall’Egitto. All’indomani del 7 ottobre 2023, Amalek fu rievocato da Netanyahu come l’archetipo del nemico giurato del popolo d’Israele: il suo ultimo epigono militava nelle fila di Hamas. Il richiamo al precedente biblico ha un valore che supera l’artificio retorico. Sostanzia la vendetta del tratto dell’inesorabilità.
Il precedente è illustre e, per così dire, bipartisan. All’indomani delle Olimpiadi di Monaco (1972), la Premier laburista Golda Meir ordinò che nessun ebreo ucciso doveva rimanere invendicato, ovunque si trovassero i responsabili. Steven Spielberg ne trasse il film Munich, spettacolare quanto fortemente verosimile.
La considerazione tipica della diplomazia se sia conveniente eliminare la controparte negoziale stinge di fronte all’ineluttabilità del destino. Haniyeh era condannato non per il ruolo nella trattativa ma per la responsabilità originaria nei fatti che hanno portato alla trattativa. La sua condanna era segnata da ottobre ed eseguita soltanto in luglio, evidentemente per trovare il momento propizio nello scenario più spettacolare.
Se il missile l’ha colpito nel complesso immobiliare di Teheran che ospita il nuovo Presidente d’Iran, significa che lo stesso Pezeshkian potrebbe divenire il bersaglio. Un monito altrettanto crudo è lanciato dal Ministro degli Esteri Israel Katz in risposta alle minacce del Presidente Erdogan: il turco rammenti la sorte di Saddam Hussein.
A scanso di equivoci: il Segretario di Stato Blinken dichiara che Washington era ignara del piano per Haniyeh; il Segretario alla Difesa Austin ribadisce che gli Stati Uniti difenderanno Israele in caso di attacchi; la US Navy incrocia nelle acque prospicienti.
Il teatro mediorientale sceglie il linguaggio che ritiene consono alle circostanze: di contrasto su tutti i fronti, accada quel che deve accadere. Che novembre arrivi presto o la confusione sotto al cielo sarà totale.




