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NECESSITA UN NUOVO PIANO CASA

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di Giuseppe Augieri

Nel 1949, su proposta del Ministro del Lavoro Amintore Fanfani, fu varato un colossale piano casa che oggi è ricordato proprio come Piano Fanfani. L’obiettivo dichiarato era “Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori”. In questi giorni ricorre il 50mo della sua chiusura.
Alla base di esso, la logica economica di John Maynard Keynes e cioè spesa pubblica anche a debito, ma per investimenti, ed anche l’esaltazione dello spirito solidaristico.
I fondi da utilizzare: contributi dei lavoratori ed, in forma indiretta, quelli del piano ERP (piano Marshall). Il che sollevò non poche polemiche con gli USA (rapporto Hoffmann) poiché i finanziamenti del piano ERP erano stati erogati con la finalità di far crescere i consumi in tempi brevissimi, soprattutto nella fascia del ceto medio, per consentire alle imprese americane di allargare le vendite all’appetitoso mercato dell’Europa, in cenere nel dopo guerra.
Dunque una destinazione di quei fondi ad investimenti non era gradito. Ma in Italia, che resistette alle pressioni USA, consentì di occupare oltre 600.000 addetti nell’edilizia, oltre 1.000.000 di addetti nelle attività collaterali e nell’indotto. E di costruire 2.000.000 di vani. Così non meno di 350.000 famiglie ebbe un suo tetto: una proprietà che a nessuno veniva in mente di considerare un furto.
La gestione di questo imponente progetto: una struttura snella costituita da una diarchia imperniata su un “Comitato di attuazione del piano” (gestita da Guala, esponente della sinistra cattolica che vedeva tra le sue figure di spicco uomini come Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e lo stesso Fanfani); ed una struttura di gestione (Gestione INA-Casa).
I compiti erano ben definiti. Il “comitato”, di fatto, era una struttura politica che, curando gli orientamenti strategici, faceva programmazione economica e pianificazione dello sviluppo dei territori. La Gestione INA-Casa era la struttura che si occupava degli aspetti architettonici e urbanistici e della gestione economica. Questi due organi erano formati dai rappresentanti di tutte le categorie coinvolte: lavoratori (!!!), datori di lavoro e funzionari ministeriali, con l’obiettivo di avere un certo equilibrio nella rappresentanza delle varie parti.
Tra luci ed ombre (alcune solo demagogiche, smentite da Adriano Olivetti) il valore di quell’esperienza è ancora oggi documentato dai suoi esiti materiali. Del salto culturale che quel progetto segnò (incredibilmente efficace, come può leggersi dagli studi ambientalistici e sociologici) e della capacità di autonomia rispetto alle pressioni esterne all’Italia (in questo caso USA) è difficile parlare. Sono la storia, quella che pochi conoscono perché pochissimi la divulgano.
Ma a me interessa far notare la avvenuta convergenza delle storie del cristianesimo sociale, del socialismo di impronta Fabiana, del comunitarismo Olivettiano, del collettivismo comunista e di tanti altri movimenti di pensiero. E poi la presenza della logica Keinesiana, spirito solidaristico, programmazione economica, partecipazione dei lavoratori (termini che oggi non solo la sinistra ma persino i più convinti riformisti temono di pronunciare); e anche la valorizzazione della snellezza di strutture dirigenti. Tutto questo era presente in quella Repubblica che molti hanno valutato solo per i suoi difetti.
Io tra essi, e mi sbagliavo. Il confronto con l’oggi, magari proprio sulla questione alloggi, mi fa sentire in colpa.
Eppure io credo che sia ancora possibile ripetere quelle esperienze. Probabile non so. Utile lo è di certo.

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  • Redazione

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