
di Lucio Leante
Mi sembrano tutti destinati alla parzialità i tentativi di racchiudere la personalità di Giorgio Napolitano in un giudizio definitivo ed in un’immagine unica e ben definita. Questo perché egli è stato un figlio e un interprete ai massimi livelli dell’ambiguità culturale e politica, che ha caratterizzato (e ancora) caratterizza la sinistra italiana nata da quel vero Giano bifronte, quell’ircocervo, che fu il PCI; un’ambiguità che è stata poi ereditata, a più bassi livelli, dai leader dei partiti suoi successori.
L’ambiguità del PCI tra aspirazioni “rivoluzionarie” (che avrebbero significato una “fuoriuscita” dal “sistema”, cioé dall’ordine liberale interno e da quello internazionale di Yalta) da una parte, e riformismo socialdemocratico dall’altra fu importata da Togliatti al suo ritorno dall’Urss quando, su precisa disposizione di Stalin, attuò nel 1944 la famosa “svolta di Salerno”. Scegliendo la doppiezza permanente i dirigenti comunisti italiani poterono, sulla base dei consensi post-resistenziali e degli aiuti finanziari di Mosca (e complici i madornali errori di subalternità del PSI nenniano e poi demartiniano), poterono diventare sin dal 1948, e inaspettatamente, il partito egemone della sinistra italiana che raccoglieva consensi sia rivoluzionari sia riformisti perché riuniva in sé la speranza – anzi il sogno palingenetico- ed il realismo politico riformista. Napolitano pur ponendosi con Amendola alla testa della “corrente riformista” (detta dei “miglioristi”) non poteva non tener conto dell’altra faccia del Giano bifronte: la dipendenza da Mosca.E’ così che si spiega l’appoggio di Napolitano ed altri riformisti alla repressione sovietica della rivolta ungherese del 1956 (come poi anche quello di Amendola all’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979). Di questa ambiguità il massimo esponente fu Enrico Berlinguer, la cui supposta “scelta atlantica” del 1976 (si dice ispirata da Napolitano) non fu immune da doppiezza, perché non escludeva l’ “unità di azione” (pur se non anche nei principi) con Mosca, come dimostrò l’opposizione del Pci berlingueriano al dispiegamento in Italia e in Europa degli euromissili della Nato destinati a bilanciare i missili sovietici a medio raggio installati da Mosca nello stesso 1976.
Dopo la caduta del comunismo internazionale Napolitano seppe interpretare, al massimo livello, il nuovo grado di ambiguità richiesto dalla nuova situazione. Lo dimostra soprattutto il suo atteggiamento nei confronti della magistratura organizzata e politicizzata in specie nella fase della persecuzione giudiziaria e politica contro Silvio Berlusconi quando Napolitano fu capo dello Stato e della magistratura.
Secondo il magistrato Luca Palamara (si veda il libro-intervista “Il sistema”) sin da prima delle elezioni del 2008 (vinte poi, come si temeva, da Berlusconi) il consigliere giuridico di Napolitano Loris D’Ambrosio avrebbe favorito un “ritorno in campo” della magistratura contro Berlusconi ed il suo nuovo governo. Lo stesso Palamara nello stesso libro-intervista, afferma che l’azione antiberlusconiana della magistratura, sarebbe durata fino al 2011 e sarebbe stata suggellata in un suo incontro, avvenuto ai primi di novembre con lo stesso Napolitano, promosso ai primi dallo stesso D’Ambrosio. In quell’incontro sarebbe stato celebrato il “de profundis” per il governo Berlusconi e vi avrebbe partecipato anche il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, il quale alla conclusione dell’incontro avrebbe esclamato: “Il governo Berlusconi è finito: missione compiuta”. L’esistenza di un “complotto” nazionale e internazionale anti-berlusconiano nel 2011, sempre smentita da Napolitano, è molto controversa, ma quegli (strani) incontri con i vertici dell’Anm, sono stati ammessi dallo stesso Napolitano.
Lo stesso Napolitano fu protagonista nel 2012 di uno scontro con i magistrati di Palermo che indagavano sulla presunta e mai confermata -anzi smentita da varie sentenze- “trattativa stato-mafia”. Quei magistrati avevano intercettato una sua conversazione con l’allora ministro dell’interno Nicola Mancino (allora indagato – e poi assolto- per una mancata cattura del mafioso Bernardo Provenzano). Napolitano sollevò il conflitto di attribuzione e nel 2013 ottenne la distruzione di quelle registrazioni improprie. Della polemica fece le spese il già nominato D’Ambrosio che fu stroncato da un infarto nel luglio del 2012 dopo essere finito nel mirino dei PM di Palermo e nella solita “gogna” mediatico-giudiziaria.
In precedenza, già dal luglio 2011, Napolitano aveva invitato i magistrati a ispirarsi a criteri di “misura e riservatezza”, a non assumere incarichi politici nelle proprie zone di competenza, a celare le proprie passioni civili dietro una condotta “austera, riservata e imparziale” e a guardarsi dal pericolo del “protagonismo e delle esorbitanti esposizioni mediatiche”. “E’ necessario spegnere nell’interesse del Paese il perdurante conflitto tra politica e giustizia, che non devono essere mondi ostili guidati dal reciproco sospetto” affermò Napolitano invitando anche i politici ad evitare attacchi alla magistratura.
Nel 2013 lo stesso Napolitano giunse a definire “inammissibile” il tentativo di liquidare Berlusconi per via giudiziaria, attirandosi persino un pubblico rimbrotto del giornale Repubblica che con un editoriale a firma di Massimo Giannini dal titolo “Un premio ai sediziosi” in sostanza lamentava che Napolitano non fosse più lui. Quell’editoriale dimostra che quella sinistra contava sull’appoggio di Napolitano alla impropria guerra giudiziaria e mediatica ad un premier eletto dagli italiani. In ogni modo lo stesso Napolitano rifiutò la grazia allo stesso Berlusconi per la dubbia sentenza (definita da uno degli stessi giudici “opera di un plotone di esecuzione”) che lo vide condannato nell’agosto 2013 per un’improbabile frode fiscale.
In conclusione Napolitano, nonostante il suo stile compassato e austero, è stato una figura a suo modo tragica: un Giano bifronte che ha incarnato ai massimi livelli la tragica ambiguità della sinistra italiana nel periodo dal dopoguerra ad oggi. Su di lui un giudizio definitivo lo darà la Storia. Forse.





