NAPOLI NON E’ ….SOLO MARADONA

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    di Sergio Restelli

    Ho abitato a lungo in una città eccezionale.li’…. tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione.

    Napoli è un sontuoso arabesco in cui la perfezione disarmonica e l’unicità della trama sono determinate da una chiara convivenza tra i labirinti del sottosuolo,il reticolato notturno dei bassi, le ferite dei vicoli, i rotoli di scale e scaloni, le lingue improvvise di tufo e gli occhi vistosi dei balconi, mai sporgenze di funeste giornate, ma per tradizione luoghi di rigenerazione, di attese, di palpiti e folate di libertà.

    Strade sospese in aria. Ogni finestra a partire dal primo piano ha il suo balcone particolare…non sono ornamenti, ne oggetti di lusso. Sono organi di respirazione. Permettono di sfuggire al calore della stanza, di vivere un poco all’aperto; sono come un pezzetto di strada issato al primo o al secondo piano. Le case non portano doppi infissi, doppi vetri. La finestra da un senso di prigionia.I l balcone è il simbolo del Sud….li’ in quella magica e umana dimensione capivi che stava arrivando primavera quando sentivi sulla lingua il sale della Gajola.

    Un sorso di mare tra i denti, l’acqua nella bocca quando ancora era piena d’inverno. Si diceva presto addio al ghiaccio. In quell’anno dal sole lento a venire, uno scugnizzo si tuffò da una barba di scogli a Mergellina. Non sapeva aspettare. Andò sotto con la testa, risalì, si lasciò il tempo di tremare, inguainò le gambe nel denim e tornò ai suoi vicoli mentre la città infornava dolci corollati di crema per festeggiare il falegname ricompensato della santità.

    Si percorreva il mese dei matti e delle illusioni. Ci si illudeva, infatti, perché la primavera non c’era ancora, e per cambiare pelle bisognava aspettare aprile, quando i soffi del cielo intiepidivano l’aria e i bambini andavano ad abitare le strade. Allora la primavera arrivava nel becco dei gabbiani e odorava dei boccioli con cui i fiorai inghirlandavano le ceste: gelsomini, erbe aromatiche, rametti di lavanda, peonie.

    Le case lasciavano le imposte spalancate, la primavera saliva sui balconi e s’infilava anche là, per posarsi sui cuscini spugni della notte. Mentre un caffè sospeso”: confortava un un anonimo viandante,un non abbiente, era una bella cosa, un gesto di generosità per i napoletani è un’abitudine indicativa di un animo generoso.

    Non era ancora tempo ma, quando lo sarebbe stato, i figli della Napoli nobile avrebbero popolato Bagno Elena o speso pomeriggi pigri sotto i pini del Virgiliano. Avrebbero letto, fumato, colonizzato gli chalet sino a notte fonda, si sarebbero azzuffati con sciocchi pretesti e le ginocchia avrebbero rubato il colore dell’erba. Altri, dalle pietre del centro antico, avrebbero fatto irruzione nelle piazze e nelle spiagge immaginarie di via Caracciolo. Lentamente, da aprile ad agosto, il sole avrebbe avuto il tempo di arrostire le spalle, il mare di raggrinzire le dita. Tutti, indistintamente, avrebbero partecipato alla transumanza in fuori, per andarsi. Sono creature marine, i napoletani: pretendono vite di squame e barche, appena si può, appena il caldo accenna a stracciare le nuvole.Non era ancora il tempo.

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