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MORTO RAISI, DESTABILIZZATO IL VERTICE IRANIANO

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MORTO RAISI, DESTABILIZZATO IL VERTICE IRANIANO

Un elicottero che trasportava il presidente iraniano Ebrahim Raisi, il ministro degli Esteri del paese e altri funzionari si è schiantato ieri nelle zone montuose del nord-ovest dell’Iran.

I passeggeri dell’elicottero sono tutti morti.

Prima di diventare presidente Raisi ha ricoperto diversi incarichi all’interno della magistratura sotto la guida del leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei. Come pubblico ministero, alla fine della guerra Iran-Iraq nel 1988, fece parte della commissione che condannò a morte migliaia di prigionieri politici. Le esecuzioni gli valsero il soprannome di “Macellaio di Teheran” e successivamente fu sottoposto a sanzioni da parte degli Stati Uniti e alla condanna da parte delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

Raisi rappresentava l’ala più dura del regime iraniano.

Sotto Raisi, inoltre, l’Iran ha arricchito l’uranio a livelli quasi nucleari e ha ostacolato le ispezioni internazionali. L’Iran ha armato la Russia nella sua guerra contro l’Ucraina, oltre a lanciare un massiccio attacco con droni e missili contro Israele nel contesto della sua guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza. Ha anche continuato ad armare gruppi per procura in Medio Oriente, come i ribelli Houthi dello Yemen e gli Hezbollah del Libano.

La morte del presidente esponente dell’ala più dura e intransigente del regime, nonostante le ovvie rassicurazioni dell’Ayatollah Ali Khamenei indebolisce la leadership iraniana, già sottoposta a tensioni esterne (sanzioni, guerra con Israele) e interne (una dissidenza sempre più consistente).

L’incidente, se di incidente si tratta, destabilizza l’Iran in un periodo già particolarmente critico e costituisce anche un punto di debolezza di Teheran riguardo ai suoi proxi, ossia Hamas, gli Hezbollah e gli Huthi.

La versione ufficiale, comunque, è che si tratta di un incidente, ma i dubbi rimangono.

Oltre a quella dell’incidente, infatti, circolano anche le ipotesi del sabotaggio e dell’attentato.

I servizi segreti occidentali hanno fatto sapere che due giorni fa il mezzo aveva avuto problemi al decollo.

Raisi era stato al confine con l’Azerbaigian domenica mattina per inaugurare una diga con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. La diga è la terza che le due nazioni costruiscono sul fiume Aras. La visita è avvenuta nonostante le fredde relazioni tra le due nazioni, incluso un attacco armato all’ambasciata dell’Azerbaigian a Teheran nel 2023 e le relazioni diplomatiche dell’Azerbaigian con Israele, che la teocrazia sciita iraniana considera il suo principale nemico nella regione.

Le relazioni con Israele sono interessanti al fine di comprendere le possibili dinamiche dell’“atterraggio duro”.

Il 25 dicembre 1991, Israele ha riconosciuto formalmente l’indipendenza dell’Azerbaigian, diventando uno dei primi stati a farlo, e ha stabilito relazioni diplomatiche con l’Azerbaigian il 7 aprile 1992.

Tra Azerbaigian e Israele si è costruita nel tempo una cauta intesa, fondata sul timore del nemico comune: l’Iran.

Il ruolo israeliano, ad esempio, è stato determinante nel permettere all’Azerbaigian di ottenere una vittoria totale sulle forze armate dell’Armenia.

L’arsenale azero è in gran parte di origine israeliana (veicoli per il trasporto truppe come gli M-462 “Abir” e Ail Storm, sistemi lanciarazzi come i Lynx Extra, i Lar 160 e i Lynx GradLAR e, infine, droni suicidi o kamikaze, come gli Orbiter 2M, gli Heron, Harop e Searcher 2, gli Aerostar e gli Elbit Hermes 450 e 900. A questi si deve aggiungere un piccolo arsenale di missili Lora (LOng Range Attack), una produzione all’avanguardia dell’Israeli Aerospace Industries (IAI).

Israele è il primo fornitore di armi dell’Azerbaigian. Infatti è stato il primo e principale fornitore di armamenti di Baku fra il 2015 e il 2019, essendo la fonte del 60% degli acquisti medi annuali, seguito a lunga distanza da Mosca (31%) e Ankara (3,2%).

Se si appurasse che non si è trattato di un incidente, non è fuori luogo pensare che direttamente o indirettamente, attraverso la resistenza interna, Tel Aviv possa avere avuto qualche ruolo nell’accaduto.

Ovviamente Israele smentirà ogni suo possibile coinvolgimento.

Nel frattempo, da anni infuriano proteste di massa nel Paese, la qual cosa potrebbe anche far pensare ad un attacco interno.

La violenta repressione delle proteste pacifiche e la diffusa “discriminazione istituzionale” contro donne e ragazze in Iran hanno portato a gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo iraniano, molte delle quali costituiscono “crimini contro l’umanità”.

Lo ha affermato la missione Onu d’inchiesta internazionale indipendente sulla Repubblica islamica dell’Iran nel suo primo rapporto reso noto l’8 marzo scorso a Ginevra.

La repressione di chi dissente è sempre più dura, rivelando che la dissidenza cresce.

Prese di mira dalla cosiddetta polizia della morale, non sono solo le donne, alcune delle quali recentemente si mostravano senza velo per le strade, ma anche le imprese e gli individui che osano sfidare la Sharia, la legge islamica secondo la quale le donne sono obbligate a coprirsi i capelli e a indossare abiti lunghi e larghi. Obiettivo dicono: rispondere alle richieste dei cittadini devoti, sempre più arrabbiati per il crescente numero di svelate in pubblico. 

Nelle università gli studenti sono tornati a mobilitarsi. Ma la stretta del regime mette nel mirino soprattutto i giornalisti. Per aver rifiutato il velo, il 21 aprile scorso, è stata arrestata la giornalista Dina Ghalibaf, subito trasferita nella famigerata prigione di Evin. Mentre a Londra in un agguato sotto la sua abitazione è stato “gambizzato” il noto anchorman di Iran International Pouria Zeraati. Il carcere è toccato anche a Aida Shakarami, la sorella maggiore della 16enne divenuta “martire” Nika Shakarami, uccisa nell’inverno del 2023 nel momento più caldo delle proteste per Mahsa Amini.

Per gli attivisti e gli oppositori politici, la repressione è mirata a scoraggiare qualsiasi dissenso più ampio in un momento particolarmente vulnerabile per i governanti clericali, anche a causa del conflitto nella Striscia di Gaza, nel quale Teheran è considerata tra gli attori principali.

La faglia sempre più ampia che divide l’Iran e che lo può destabilizzare è stata domenica evidente nelle reazioni. Mentre nelle moschee si sono radunati gruppi di fedeli in preghiera, moltissimi iraniani hanno espresso la loro felicità con l’ironia o persino festeggiando.

La vicenda della morte di Raisi apre una fase molto difficile per il regime teocratico e repressivo iraniano e ne indebolisce la proiezione internazionale, soprattutto nel quadrante mediorientale.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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