
di Bruno Chiavazzo
Se ne è andato come un comune mortale nel letto di un ospedale, quello che veniva indicato come l’immortale e come lui stesso si definiva nelle barzellette che amava raccontare. Ricordo quella di lui che cade dal ventesimo piano rimbalza sui balconi, sui cornicioni e infine su un tendone per rialzarsi incolume. “Mi hanno dovuto abbattere”, raccontava. Silvio Berlusconi è morto ieri e per tutto il giorno le reti nazionali hanno fatto a gara a ricordarlo come una specie di santo. Cosa che non era, anche se lui scherzava sul suo “odore di santità”. Berlusconi è stato l’arci-italiano per eccellenza: intelligente, furbo, compiacente, generoso, ma anche duro, convinto delle sue ragioni, delle sue capacità, a volte vendicativo, insomma quello che siamo tutti noi con i nostri piccoli e grandi scheletri nell’armadio. Io c’ero quel 26 novembre 1993 alla Sala Stampa Estera di Via della Mercede alla conferenza stampa in cui Berlusconi annunciava il suo programma elettorale e la convinzione di battere la “gioiosa macchina da guerra” messa in piedi da Occhetto. All’epoca lavoravo in Farmindustria come direttore delle relazioni esterne la cui sede romana distava meno di 200 metri. Ero curioso, pochissimi nell’ambiente politico-giornalistico romano conoscevano quest’imprenditore che si alza una mattina e decide di correre per vincere le elezioni. Dei politici della Prima Repubblica sapevamo tutto, le cose ufficiali e quelle meno, ma di questo milanese quasi niente. Quando lo sentii dire che avrebbe vinto le elezioni e che sarebbe diventato presidente del Consiglio, davanti ad una selva di microfoni, pensai questo è pazzo e si farà molto male. E, invece, quello che non aveva capito il personaggio ero io, insieme a quella folla di giornalisti che il giorno dopo lo spernacchiavano nei loro pezzi di colore. Poi sappiamo com’è andata. Per tanti socialisti com’ero io, tramortiti dalla magistratura, il primo governo Berlusconi con dentro Colletti, Pera, Martino. Giuliano Ferrara, Biondi, Tremonti, rappresentò una speranza di riscatto della politica dalla macchina giudiziaria che aveva maciullato tutto e tutti, in particolar modo i socialisti e Bettino Craxi. Per cui l’ho votato per anni come tantissimi socialisti, poi l’ingranaggio romano, le pastette, i pranzi e cene nei villoni dell’Appia, hanno trasformato il liberale Berlusconi in una specie di satrapo con tutta la sua corte di nani e ballerine, fino alle ultime posizioni a sostegno di Putin nell’invasione dell’Ucraina. L’ho ammirato, infine, da milanista per quello che è riuscito a fare di una squadra avviata al fallimento e portata in vetta a tutte le competizioni internazionali. Un grande uomo, uno straordinario imprenditore, uno che è riuscito a realizzare quasi tutte quelle intuizioni che sembravano pazzesche. Non a caso uno dei libri più amati e che regalava spesso era “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Requiem aeternam dona eis Domine.





