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MORO E NENNI, ARTEFICI DI UN MIRACOLO DIMENTICATO

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di Gianvito Caldararo

La Fondazione Nenni ha pubblicato – con il titolo ” Aldo Moro e Pietro Nenni – Il carteggio ritrovato “(1957-1978), autore Antonio Tedesco e curatori Stefano Godano e Renato Moro – Arcadia Edizioni – le 166 lettere che entrambi i leader si sono scambiati nel corso degli anni. Lo scambio epistolario inizia a partire dal periodo di avvio del XXXII° congresso dei socialisti a Venezia (6-10 febbraio 1957), per il quale nel Paese vi era grande attesa. Un’assise grandemente attesa anche dall’intero movimento operaio e che passerà alla storia come il congresso nel quale Nenni indica la nuova politica socialista, nota come “apertura a sinistra verso la DC”.

Il primo avvio di collaborazione si ebbe con i due governi guidati dal Dc Fanfani (luglio 1960 e giugno 1962), con l’astensione contrattata dei socialisti. L’assise socialista sarà ricordata anche per il messaggio inviato ai congressisti da parte del Cardinale di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, che fece molto scalpore e che l’anno successivo sarà eletto papa. Solo il dicembre 1963 si avrà il primo governo di centro-sinistra organico, con Moro Presidente del Consiglio e Nenni vice-presidente e ministro degli esteri.

del centro-sinistra sarà ricordato da Nenni, come l’entrata nella “stanza dei bottoni”. Un rapporto, come ricorda Fabio Martini, autore di una ricca prefazione, “che sarà segnato per anni da sentimenti che si ritrovano quasi tutti anticipati in tre lettere scambiate tra il 10 ottobre e il primo di novembre del 1962, quando i due erano ancora segretari dei partiti. L’approccio è di Moro, che segnala “il timore di quanti temono in buona fede che vi sia ancora una possibilità di collaborazione dei socialisti coi comunisti in casi politicamente determinanti”.

Nell’ottica democristiana, come sottolinea Fabio Martini, “isolare il Pci all’opposizione rappresentava obiettivo irrinunciabile per digerire l’operazione di centro-sinistra”. Nei giorni successivi Nenni, aprirà quello che Martini chiama “il cahier de dolèance” delle riforme rinviate: “Qualcosa deve rimanere fermo: e cioè che l’esperienza è legata alla puntuale esecuzione del programma concordato”. Decine di lettere di Nenni a Moro saranno attraversate dallo stesso refrain. Una tra le tante di Nenni, il 7 novembre 1964 : “Non possiamo continuare a rinviare rinviare rinviare”.

Nonostante la tecnica del rinvio tipico di Moro, tutta la società si era messo in movimento e diverse riforme incisive erano state poste in essere, quali: nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media obbligatoria, lo Statuto dei lavoratori. La spinta riformatrice andrà a corrente alternata, ma si riuscirà a dare risposta a due aspetti principali, cioè la vecchiaia e la malattia. È allora che vengono fissati i pilastri della sanità pubblica e del sistema della previdenza. E’ proprio Moro e Nenni che hanno il merito di aver fatto nascere in Italia lo Stato sociale.

Poi giunse nel luglio del 1964 “il tintinnar di sciabole”, quando la grave simulazione del complotto, con beneplacito del Quirinale e la collaborazione dei Carabinieri (gen. De Lorenzo) , che sul centro-sinistra ebbe l’effetto che Martini definisce di ” sul centro-sinistra organico”. Spetta proprio a Moro e Nenni gestire questa fase e il carteggio restituisce la qualità del rapporto. Talora affiorano le insofferenze ma non viene mai meno il rispetto tra Moro, che aveva mediato sulle sciabole, e Nenni che le aveva subite. Nessuno dei due, evidenzia Fabio Martini, “cede a insinuazioni di carattere personale: entrambi considerano naturale che l’altro esprima una diversa visione politica e il problema, semmai, è trovare la migliore sintesi”.

In quel periodo si bloccò la famosa riforma urbanistica del Dc Fiorentino Sullo, immaginata per ridimensionare una speculazione responsabile di devastazioni destinate a restare impresse nel paesaggio. E tuttavia in tanti dimenticano, come ricorda Martini nella sua prefazione, che il ministro ai Lavori pubblici, il nenniano Giacomo Mancini, noto come il leone socialista di Calabria, dopo la frana nel centro di Agrigento, nel luglio del 1966 riesce ad imporre la cosiddetta legge-ponte che, secondo un urbanista come Vezio De Lucia, introdusse la novità degli standard urbanistici.

Una prima affermazione del diritto dei cittadini alla città, un testo che ha segnato la storia successiva dell’urbanistica. Nel 1968 passa la famosa “legge Mariotti “(socialista) che trasforma gli ospedali in enti pubblici, superando il frammentato sistema precedente e obbligando gli ospedali a ricoverare chiunque abbia necessità di cure urgenti. Subito dopo la fine del centro-sinistra “organico”, tra Moro e Nenni il rapporto epistolare si dirada. Due solitari. Moro, emarginato dal partito e Nenni, che dopo la sconfitta elettorale del 1968, annota sul suo diario: “Temo la solitudine, ma al contempo la cerco”. Ma tra i due resta un rapporto di stima e affetto.

Infatti, Moro accoglierà il suggerimento di Nenni, di nominare ministro degli esteri Altiero Spinelli. Moro tornerà in prima linea il 16 marzo 1978, quando il patriarca socialista invierà alla famiglia di Aldo Moro, il seguente telegramma: “Sono con lei e con la sua famiglia et con Aldo Moro nell’angoscia et nell’attesa”. Il 28 marzo Nenni, quando la tragedia si compie, annota: “Sono affranto per la sorte di Moro”. E il 10 maggio, con mirabile sintesi, sul diario scriverà quanto segue: “I nostri rapporti furono cordiali e leali, abbiamo avuto molti dissensi e nessuno scontro”. E su Moro: “Era di una grande lealtà”. E per Moro, “l’apertura a sinistra era un fattore fondamentale per la società italiana e non un miserabile espediente come per tanti altri”.

Una profezia: “La perdita si farà sentire a lungo “Martini, acutamente annota: “In poche righe c’è tutto. L’umanità, il senso della storia. La quintessenza di un rapporto tra due uomini miti che, a dispetto di tante ostilità e senza un filo di retorica, erano riusciti a rendere l’Italia più giusta”. Questo è il grande merito di Aldo Moro e Pietro Nenni.

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