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MERITOCRAZIA, TRA SPERANZE E TIMORI

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Emanuela Fancelli intervista l’On. Manuel Vescovi

Alla ricerca della meritocrazia: tra speranze e timori.

Sempre più spesso ci si lamenta del mancato riconoscimento del merito, inteso ora come impegno ora come raggiungimento di un risultato.  Se la fuga dall’Italia delle nuove generazioni e l’arrendevolezza di molti si giustificano nella sensazione di una scarsa gratificazione economica  del  proprio lavoro, nella poca fiducia sulle possibilità di avere successo e nella convinzione che nel nostro Paese vi siano dinamiche di clientelismo troppo radicate per essere divelte, si deve prendere atto che al riconoscimento del merito non si accompagnerebbe soltanto la speranza di poter partecipare ad una società dinamica e più equa, ma anche il timore di essere lasciati indietro e così, spesso, dietro la strenua difesa del “tutto a tutti” vi è la sfiducia nelle proprie capacità o peggio la consapevolezza della propria mancanza di volontà di “fare” con una buona dose di invidia nei confronti di chi, magari con fatica, un risultato l’ha raggiunto.

Se per anni la meritocrazia ha rappresentato il fine ultimo di una lotta di classe, proprio in nome della democrazia e del superamento dei sistemi aristocratici, oggi viene vista con sospetto con buona pace dell’American Dream di Reagan e della  Thatcher.

Sulla scorta di queste riflessioni, abbiamo rivolto una serie di domande all’onorevole, nonché imprenditore, Manuel Vescovi.

Lei ha parlato più volte di meritocrazia, tanto da auspicarne l’inserimento nella Carta Costituzionale.

La meritocrazia è un concetto semplice e nel contempo complesso. Implica riconoscimento delle capacità, dell’impegno e del risultato, con esclusione di favoritismi basati sulla conoscenza personale, la cd. raccomandazione.

L’inserimento in Costituzione ne garantisce la salvaguardia evitando che, con legge ordinaria, si possano introdurre sistemi, ad es. di assunzione e promozione che esulino dal merito.

Ovviamente al riconoscimento del merito deve accompagnarsi una equa predisposizione, da parte dello Stato, delle condizioni affinché vi siano in partenza pari opportunità, ad es. garantendo ed agevolando l’accesso allo studio. Lo Stato deve essere sociale e non assistenziale, aiutare chi ha bisogno e non chi non ha voglia di lavorare. In questo senso è fondamentale l’investimento nell’istruzione e garantire, a chi effettivamente non può lavorare, ad esempio per un handicap, condizioni di vita non semplicemente dignitose, ma più che dignitose, soddisfacenti e serene. 

Forse sulla scorta del trattato di Young, Vi è un diffuso timore che una spiccata meritocrazia  possa tradursi un una spiccata disuguaglianza. Vi è effettivamente il pericolo che ciò che sembra equo possa divenire ingiusto?

No, assolutamente, un sistema ispirato alla meritocrazia deve essere visto come un sistema ideale di uguali opportunità nel quale viene premiato l’impegno di chi opera e valorizzate le competenze e capacità di ciascuno.  Si pone in contrasto con quei sistemi basati sul favoritismo che addirittura inibiscono l’accesso a determinati settori a chi, pur avendo competenza, non rientra nel novero dei “raccomandati” ed è in netta opposizione ai sistemi basati sull’ automatismo che premiano la forma e non la sostanza. 

Chi ha paura del merito? Non certo i giovani che hanno volontà ed iniziativa imprenditoriale, ma non riescono a trovare incentivi ed allora, esasperati dalla mancanza di possibilità, fuggono dal nostro Paese.  Non hanno paura i piccoli imprenditori che investono tempo e denaro nella propria attività, confidando nell’economia del nostro Paese. Ugualmente non hanno paura del merito tutti quegli impiegati dediti al proprio lavoro o quei docenti preparati e pronti al costante e continuo aggiornamento. Sono sicuro che quegli impiegati che, pur lavorando di più dei propri colleghi si vedono remunerati nella stessa misura vivono questa situazione come una ingiustizia. Vedere nel merito una giustificazione ideologica alla discriminazione è giustificare una disuguaglianza sostanziale, intaccando quello stesso concetto di equità che si richiama costantemente in modo evidentemente pretestuoso. Quindi, secondo lei, chi ha paura del merito?

Più volte si evidenziano i forti squilibri sociali ed economici che si vivono nel nostro Paese, e in generale in Europa,  e spesso si vede nella meritocrazia lo strumento di preservazione delle élite. Qual è la sua opinione in merito?

Se merito vuol dire capacità, impegno, sforzo e risultato, quindi una combinazione di fattori rimessa in buona parte all’individuo, è semmai un modo per superare le barriere economiche e migliorarsi. Pensiamo al sentimento diffuso nei confronti di alcuni personaggi famosi che sono riusciti ad emergere grazie alle loro forze, ma nati dal niente, o a quegli sportivi famosi per le loro abilità ed impegno. Le persone si identificano, c’è un sentimento di ammirazione perché rappresentano l’esempio di come la costanza, la determinazione, lo studio o l’allenamento  possano farci emergere. Lo Stato deve garantire uguali  possibilità di accesso, ad esempio, ripeto, alle scuole o università, ma poi è giusto che siano premiati i più capaci . Ugualmente, nel corso di un rapporto di lavoro, non tenere conto dell’impegno di un lavoratore sarebbe ingiusto, lesivo della sua dignità, fonte di frustrazione e di una disuguaglianza sociale e, perché no, economica. 

Riconoscere il merito significa premiare in modo obiettivo dove  raccomandazioni, automatismi e presunzioni non trovano spazio.

 

Autore

  • Redazione

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