“Il debito pubblico non esiste”.
Questo è il mantra che si sente ripetere sui social ogni volta che si affronta l’argomento.
L’affermazione trae origine dal fatto che il debito pubblico di uno Stato sovrano viene rifinanziato, o se preferite ricollocato, a scadenza. Un debito atipico quindi, che materialmente non sara mai da rimborsare.
A pesare sul bilancio dello Stato sono solo gli interessi e se quelli sono sostenibili il debito pubblico nel suo insieme non è assolutamente un problema, qualunque sia la sua entità.
C’è un fondo di verità in tutto questo, anche perchè l’andamento dell’inflazione agisce in modo negativo sul capitale da rimborsare a media o lunga scadenza diluendo l’impatto del debito stesso.
Tuttavia, sarebbe sbagliato considerare questo principio come assoluto. A condizionarlo infatti è la reputazione dello stato che emette il debito, la sua stabilità, come impiega questo debito, e la consistenza della sua economia.
Questi parametri sono indicativi della solvibilità del debitore e incidono in modo diretto sulla determinazione del tasso di interesse al quale questi titoli vengono collocati.
Se però gli interessi sul debito finissero fuori controllo, un paese sovrano ha sempre l’ultima carta da giocare: l’intervento della banca centrale che può acquistarne i titoli calmierando i tassi o addirittura monetizzarne una parte (Giappone docet), anche se questa operazione rischia di provocare inflazione e va gestita con prudenza.
Insomma, sì, l’ammontare complessivo del debito anche se superiore al Pil può anche essere sostenibile se lo Stato ha una buona reputazione e sono sostenibili gli interessi annui che il debito comporta.
Eppure in passato abbiamo avuto molti casi di fallimento di Stati, o di ristrutturazioni del debito, che hanno riguardato anche paesi con sovranità monetaria, e tutto è partito proprio dal debito pubblico che quindi non è un fattore così irrilevante.
Il fallimento si verifica, infatti, quando lo Stato non è più in condizioni di rimborsare i titoli di debito pubblico in scadenza.
Questo può avvenire perché non riesce a rifinanziarli con nuove emissioni che nessuno vuole più, neppure promettendo alti interessi; o quando la propria banca centrale non può intervenire per una inflazione già galoppante o per mancanza di sovranità monetaria.
Ma cosa accade in questi casi?
Le strade da percorrere sono sostanzialmente due.
La prima è il consolidamento o ristrutturazione del debito, che assomiglia al Concordato preventivo per le imprese.
In sostanza lo Stato debitore raggiunge un accordo con tutti (o quasi) i creditori per tagliare il proprio debito al 30 – 50% con rimborsi del capitale in tempi molto lunghi e senza interessi. Chiude quindi la partita e torna ad emettere nuovi titoli di debito a copertura delle sue necessità operative.
Per farlo a tassi umani però quello Stato deve riacquisire credibilità e fiducia, per cui accompagna questa operazione con un drastico programma di riforme di tutta la sua finanza pubblica, dalla leva fiscale, alle pensioni, fino al welfare, con provvedimenti che incidono pesantemente sul tenore di vita della popolazione. Tali provvedimenti sono spesso accompagnati dalla vendita ai privati di proprietà pubbliche e servizi.
Se poi ad essere coinvolte nel consolidamento in qualita di creditori ci sono anche istituti bancari, occorre mettere in conto il dissesto provocato dalla svalutazione degli asset.
Il consolidamento comporta sempre per gli investitori una notevole perdita di capitale investito, ma è spesso preferibile all’azzeramento totale che causerebbe il fallimento, quindi è una strada che con la giusta sostenibilità del percorso può essere accettabile a condizione che lo Stato debitore abbia basi sufficientemente solide.
Se la proposta di consolidamento non viene accettata da un numero sufficiente di creditori, allo Stato insolvente non resta che dichiarare fallimento, opzione che ha ripercussioni ancora più drammatiche per la popolazione.
Il titolo di credito infatti, pur con valore di mercato nullo, mantiene intatto il suo valore nominale con l’immutata facoltà dei possessori di far valere i propri diritti in sede giudiziaria, e se i creditori sono soggetti internazionali i guai diventano grossi.
Immediatamente ogni fondo pubblico o privato riconducibile al paese debitore e situato all’estero viene congelato; le imprese non riescono più ad importare nè generi di mercato, nè sottocomponenti o materie prime, e se ci riescono lo fanno a condizioni capestro; sul fronte interno i risparmiatori in preda al timore di un esproprio governativo, corrono in banca a ritirare i propri denari col risultato di far immediatamente collassate tutto il sistema creditizio (di norma però il governo blocca subito i prelievi prima che ciò accada); la banca centrale stampa denaro a profusione ma è carta straccia perché i prezzi esplodono e l’inflazione distrugge il valore del denaro; lo Stato non è più in grado di assicurare neppure i servizi essenziali; il mercato del lavoro va in crisi, i salari crollano e col denaro privo di valore, nel paese torna in auge il baratto; la popolazione è ridotta alla fame e con operazioni speculative in valuta estera i ricchi si arricchiscono ancora di più comprando a due soldi case e terreni.
Lo Stato dal canto suo svende ogni sua proprietà per racimolare denaro, taglia drasticamente servizi e pubblico impiego, tassa pesantemente ogni cosa, congela i depositi bancari e i titoli di risparmio, ed è costretto ad accordi capestro con stati o multinazionali esteri cedendo pezzi di sovranità in cambio di sostegno economico.
Non è fantasia, è gia accaduto e accadrà ancora.
Quindi è vero, il debito pubblico non esiste e fino a che un paese mantiene alta la sua reputazione, ed esiste solo il nodo della sostenibilità dell’interesse da pagare, ma nel momento in cui questa sostenibilita venisse meno gli eventi precipiterebbero con una velocità impressionante.
Ecco perché l’andamento del debito pubblico è un parametro da monitorare con grande attenzione: se va fuori controllo normalmente non c’è il tempo per correggerne gli effetti.
Ad essere più a rischio sono i paesi con la pressione fiscale più alta rispetto al PIL perché hanno minori possibilità di effettuare manovre correttive senza impatti negativi sull’economia.
Un altro fattore di rischio è un welfare elevato perché il superamento.di una soglia di allarme obbligherebbe a drastici tagli che creerebbero malcontenti e sconvolgimenti sociali, tensioni che tolgono margini di operatività ai governi.
Si comprende benissimo quindi che nella UE i paesi a più alta criticità sono proprio Italia e Francia, con debito alle stelle, pressione fiscale elevatissima, a welfare nolto sviluppato (in Italia abbiamo troppi non cittadini italiani che usufruscono di assistenza di ogni tipo ndr), situazione ulteriormente aggravata dal non avere sovranità monetaria, fattori che in una generale congiuntura economica negativa impongono interventi correttivi che possono essere anche drastici, o il ricorso, se possibile, a strumenti ammortizzatori di tipo comunitario.
Come se ne esce? L’ho scritto nel mio libro “Come ti salvo il Paese” e non intendo ripeterlo. Questo scritto serve solo a far capire che il Debito pubblico esiste eccome, ed è una spada di Damocle sulle nostre teste, per cui noi cittadini che ne siamo i garanti dovremmo porci molta più attenzione di quanto facciano i nostri governanti, perché i soldi sono i nostri, non i loro, e dovremmo anche fare il possibile per preservare la reputazione dello Stato, lavando i panni sporchi in famiglia e emarginando tutti coloro che remano pubblicamente contro per propri interessi politici.




