di Vito Sibilio
La connessione tra il caso Orlandi e quello Gregori apparve subito evidente perché la sorte delle ragazze fu legata a quella di Agca nei comunicati del Fronte Turkesh, ma la minore presenza della seconda degli ostaggi in quei testi si dovette senz’altro al fatto che l’Italia, a differenza del Vaticano, si dimostrò subito più ragionevole ed era un obiettivo meno importante per i ricattatori. Yuri Andropov, capo del KGB, nella sua operazione Papa, aveva previsto non solo la fase detta Pagoda, in cui Giovanni Paolo II doveva essere assassinato, ma anche quella nominata Infezione, per cui la Santa Sede doveva essere intralciata e infangata con altri omicidi, sequestri e crimini vari. E’ in questa fase che cadono il crack dell’Ambrosiano e l’omicidio di Calvi e di alcuni suoi stretti collaboratori, per disarticolare il finanziamento a Solidarnosḉ, nonché i sequestri delle ragazze, per far insabbiare la Pista bulgara. A Roma il caposezione del KGB era Gennadi Kuvirev e il vice capo Mikhail Missuk, in sede dal 1979. Furono loro a svolgere un ruolo di supervisione, anche se le misure di coordinamento spettarono all’HVA della STASI della DDR e al DS della Bulgaria.
Il DS aveva iniziato a tentare di intimidire l’Italia con l’arresto, nell’agosto del 1982, in Bulgaria, di due turisti italiani, i fidanzati Paolo Farsetti e Gabriella Trevisin. L’uno era aretino e dipendente di Licio Gelli (uomo chiave dei rapporti tra Est e Ovest), l’altra trevigiana. Nello stesso mese, il 28, la Bulgaria chiese aiuto alla STASI per accelerare l’Operazione Papa, ottenendo assicurazioni in tal senso il 31 agosto. Solo il 17 settembre Sofia si degnò di avvisare Roma della reclusione per spionaggio dei due nostri concittadini. Secondo la testimonianza resa a Ferdinando Imposimato da Paolo Dinucci, carabiniere in servizio all’Ambasciata italiana a Sofia, fu il SISMI a suggerire ai Bulgari i nomi degli italiani da arrestare, per aiutarli a disinnescare la bomba dell’inchiesta internazionale sull’attentato a Giovanni Paolo II. Infatti, quando il colonnello Ronza, addetto militare dell’Ambasciata, inviò a Roma un cifrato, inoltrato dallo stesso Dinucci, in cui chiedeva di sapere se i due arrestati fossero davvero agenti italiani, non ottenne alcuna risposta dal SISMI, in quanto esso non voleva prendere alcuna posizione in difesa degli ostaggi. Solo il 26 ottobre i familiari di Farsetti e di Trevisin incontrarono i rispettivi congiunti, ridotti in condizioni pietose per i maltrattamenti ricevuti. Lei, significativamente, era prigioniera nella sede del DS, il servizio segreto bulgaro. Tuttavia, solo il 30 novembre il viceministro degli Esteri Liuben Gotzev, protestando per iscritto per l’arresto in Italia di Serghei Ivanov Antonov con l’ambasciatore Enrico Aillaud – il cui nome fu poi ritrovato sulla Lista Mitrokhin – fece riferimento per la prima volta alla detenzione dei due italiani, annotando che per essi, a differenza di quanto avveniva da noi, non era stata scatenata una campagna di odio sui mass media bulgari. Si trattava, come si vede, della proposta di uno scambio. Il 22 dicembre iniziò il processo a Farsetti e Trevisin.
Ma l’anno chiave fu il 1983, quando Andropov, che nel novembre di quell’anno sarebbe diventato leader dell’URSS, Nikolaj Orgakov, capo di stato maggiore, e Piotr Ivachoutine, capo del GRU, decisero di lanciare una grande offensiva sotterranea contro gli USA e la NATO, convinti che ci fosse anche il rischio di una guerra, alla quale erano intenzionati, all’occorrenza, ad arrivare per primi.
Agli inizi de1 1983, l’Italia ebbe l’occasione di dare un segnale, probabilmente concordato con gli alleati NATO, di disponibilità verso i Paesi dell’Est. Dominic Perrone, agente di collegamento dell’alleanza atlantica con le nostre forze armate, venne espulso dal governo dopo che Ugo Pecchioli, sull’Unità, lo aveva accusato di essere un’agente della CIA. Tuttavia la minaccia sovietica aumentò, perché un sottomarino nucleare dell’Armata Rossa violò le acque territoriale a Taranto, nei pressi della base navale militare. Fu catturato e respinto in alto mare dopo diciotto ore di detenzione.
L’11 gennaio 1983 Ali Agca, rifiutandosi di recarsi a fare un sopralluogo giudiziario a casa di Antonov, scampò ad un attentato dell’ex sodale Yalcin Ozbey, di cui era stato informato dal fratello. Un secondo tentativo andò anch’esso a vuoto. Il 21 gennaio Ali Agca rivelò al giudice Ilario Martella il progetto di assassinare Lech Walesa in visita a Roma il 13 gennaio 1981, con l’uso di esplosivo al plastico. Se il sindacalista e il Papa si fossero incontrati nella Casa del Pellegrino sarebbero stati uccisi insieme, con una autobomba. Essendo l’incontro avvenuto privatamente in Vaticano, il progetto era stato accantonato e con esso l’idea di assassinare Walesa. Sarebbe stato decisivo uccidere il Papa il 13 maggio successivo. Il 23 gennaio il giudice Ilario Martella rifiutò di scarcerare Serghei Antonov. Era evidente che il ricatto e la tentata violenza non erano bastati per fermare l’avanzamento dell’inchiesta. Anzi la rete di complicità coi sovietici, che in Italia si ramificava nei sindacati e nella stampa, stava venendo paurosamente alla luce. Ben 10000 erano gli agenti dei Paesi dell’Est nel nostro paese.
Il 1 febbraio il ministro degli Interni bulgaro Dimitri Stojanov chiese altri interventi alla STASI di Erich Mielke. Il 2 marzo 1983, a Sofia, Gabriella Trevisin, sfinita dalle violenze, accusò il fidanzato di spionaggio militare. Il 20 febbraio venne però arrestato in Italia, per spionaggio industriale, Viktor Kronin, vice direttore dell’Aeroflot e il 22 fu ammanettato Vasili Konaev, vice direttore della NAFTA Italia, per la stessa ragione. La stampa parlò di connessioni dei due russi con la Pista bulgara, ma senza nessuna ragione. Il caso, affidato a Domenico Sica, divenne ulteriore moneta di scambio. Dal 3 al 9 marzo Giovanni Paolo II volò in Centroamerica, facendo tappa in Nicaragua, dove ricevette una accoglienza ostile dai sandinisti, nelle cui fila molti posti chiave erano nelle mani di preti al soldo del KGB, come i fratelli gesuiti Ernesto e Fernando Cardenal. Il 14 marzo Farsetti e Trevisin vennero condannati, nonostante la coraggiosa ritrattazione di lei. Strano a dirsi, durante il processo Farsetti aveva potuto parlare parecchio, come se ai bulgari premesse di dimostrare al mondo che i loro detenuti politici erano trattati bene. La pena fu tuttavia molto più mite del previso, pochi anni per entrambi.
Il 29 marzo la difesa di Antonov, a Roma, esibì prove della presenza in Bulgaria di sua moglie Rossitza, per gli amici Rosy, che invece Agca asseriva di aver incontrato a Roma col marito durante i preparativi dell’attentato al Papa, nella loro stessa casa. La donna era fuggita a Sofia da tempo, ma in Italia vi erano testimoni che attestavano che si trovava in Italia nel periodo di cui parlava Agca. Lo stesso giorno Ferdinando Imposimato e Rosario Priore contestarono il reato di concorso in strage per uccidere Walesa ad Agca e agli altri bulgari inquisiti per l’attentato al Papa, ossia Antonov, che era il solo ad essere in carcere, Todor Vassilev, Todor Ayvazov e Ivan Tomov Dontchev. Il 1 maggio 1983 la stampa russa sostenne la validità della condanna di Farsetti e Trevisin e attaccò l’Italia. La trattativa per Antonov tramite lo scambio di quegli ostaggi era definitivamente fallita.
Il 7 maggio scomparve perciò Mirella Gregori, la cui unica colpa era quella di aver fatto amicizia al bar sotto casa col sovrastante della Gendarmeria Vaticana, Raoul Bonarelli o almeno con una persona che gli somigliava moltissimo. Tanto da poter tentare di imbastire un finto scandalo contro di lui e, con esso, chiedere al Vaticano di agire sull’Italia per la liberazione di Antonov e l’insabbiamento della Pista bulgara. Fabrizio Peronaci ha suggerito che la Gregori era stata indicata come preda dalla spia Eugen Brammerz, benedettino giornalista all’Osservatore Romano, nome in codice Lichtblik, dal quale dipendevano altri agenti come Elmar Bordfeld, Hans Jacob Stehler e Alfons Waschbusch, che lavorava anche lui all’Osservatore Romano, col nome in codice di Antonius. Brammerz dipendeva da Gunther Bonhsack, l’alto ufficiale STASI che avrebbe raccontato a Ferdinando Imposimato che i comunicati Turkesh e Phoenix erano opera del suo servizio segreto, ed era amico del cardinale Agostino Casaroli.
La ragazza però era anche, in quanto cittadina italiana, strumento di pressione sul nostro Paese. Il suo nome cifrato sarebbe stato, per chi l’avrebbe tenuta prigioniera, Rosy, almeno stando a Marco Fassoni Accetti. Pierre Faillant de Villemarest, sempre più che informato sui segreti dell’URSS, scrisse sulla Gregori poche ma significative righe: che si allontanò di casa per un colloquio di lavoro chiamata da Alessandro De Luca (che poi si rivelò estraneo alla vicenda), che lavorava per la AVON e che era amica di Emanuela Orlandi. Se la AVON ha sempre attirato gli inquirenti perché tutte le ragazze coinvolte nel duplice sequestro vi avevano lavorato o erano state invitate a farlo, l’ultima cosa non risulta da nessuna parte negli atti dell’inchiesta e forse è un errore, ma una quindicina di anni fa emerse la notizia, poi dimenticata e oggi conservata nei blog specializzati sul caso Orlandi-Gregori, che Mirella avesse conosciuto Raffaella Monzi, l’amica storica della Orlandi, la cui testimonianza servì a ricostruire gli ultimi istanti di libertà di Emanuela e che poi fu duramente perseguitata da telefonate anonime che le devastarono l’equilibrio psichico. Se il collegamento tra la Gregori e la Orlandi, tramite la Monzi e la AVON, fosse reale, si potrebbe ipotizzare che ai sequestratori interessava avere degli ostaggi collegati tra loro anche da rapporti personali, anche se lo scopo ci sfugge.
Nello stesso mese la CIA emise una valutazione ufficiale della Pista bulgara nella quale, mentendo, affermava che essa non aveva fondamento. In realtà il direttore William Casey era talmente ben informato da sapere che il GRU stesso aveva collaborato all’attentato al Papa. Le notizie gli erano arrivate dal capodivisione in Turchia, Paul Heinze. Casey temeva le conseguenze internazionali dell’inchiesta e puntò tutto sull’insabbiamento. La firma al rapporto ufficiale fu di Robert Gates, lo stesso che avrebbe coperto l’affare Iran-Contras, l’uomo che all’occorrenza sapeva aiutare i nemici degli USA per averne un tornaconto.
Il 28 maggio arrivarono in Italia Jordan Lyubomir Ormankov e Stefan Markov Petkov, ad un tempo magistrati e spie della Bulgaria. Il primo, oltre a recarsi spesso a Berlino Est, aveva testato le droghe sintetiche sui detenuti del suo paese. Il secondo era l’uomo chiave del Ministero degli Interni bulgari per i contatti con le mafie, braccio destro di Grigori Shopov, a sua volta assistente di Todor Zivkov, il segretario del PC bulgaro.
Dal 16 al 23 giugno Giovanni Paolo II fece il secondo, trionfale viaggio in Polonia, nonostante l’ostruzionismo di Andropov e della sua operazione segreta Aurora I. L’URSS era furente, Jaruzelsky disorientato e la Commissione Trilaterale irritata da quello che gli sembrava l’avventurismo politico di Wojtyla. Tra le nazioni occidentali la più fredda col Papa era la Francia. Ma il Papa era andato là per favorire un governo di larga intesa tra il POUP e Solidarnosḉ.
In Italia, Markov Petkov e Ormankov si trattennero sino al 2 giugno e sovrintesero all’organizzazione del sequestro Orlandi, che avviene il 22 giugno, per agire scopertamente sul Vaticano. Poi uscirono dal nostro paese. Il caso Orlandi ebbe una eco mediatica intercontinentale e oscurò il successo del viaggio in Polonia. Dal 28 giugno, Agca negò tutto quello che aveva detto su Antonov e la moglie, perché aveva capito che i sequestri erano stati fatti per liberarlo. Il 29 giugno il presidente Pertini assicurò affettuosamente la mamma di Mirella Gregori che l’Italia avrebbe fatto tutto quel che poteva per risolvere il caso della figlia, che ufficialmente era ancora fuori dalla grande cronaca, ma di cui evidentemente il Quirinale si era interessato. Nell’agosto del 1983, iniziarono i comunicati del Fronte Turkesh, che chiedevano lo scambio tra Orlandi e Agca, ma nominavano anche la Gregori. Un primo comunicato, del 4, chiedeva informazioni su Mirella promettendone in cambio la liberazione, e un secondo, datato 8, asseriva che erano state ricevute. Erano messaggi in codice che ci attestano che era iniziata una trattativa segreta tra Stato e sequestratori sulla Pista bulgara e che era andata a buon fine. Fu così che a Sofia, condannati in appello nel luglio del 1983, Farsetti e Trevisin, vennero graziati, lei il 25 maggio, lui il 7 settembre dello stesso anno. Erano oramai del tutto inutili, il nuovo ostaggio era adesso a Roma. L’8 settembre i Gregori ricevettero una lettera anonima con cui si chiedeva loro di adoperarsi per un appello di Pertini a favore di Agca.
Il 9 settembre Oleg Bitov, ufficiale del KGB e giornalista della Literaturnaja Gazeta, che aveva firmato molti articoli sull’attentato al Papa e sul sequestro Orlandi per addebitarli alla CIA, scomparve a Venezia, per ricomparire a Londra il 25 del mese, avendovi chiesto asilo politico. Un uomo chiave della disinformazione sovietica era ora nelle mani della NATO. La sua defezione metteva in pericolo i segreti del Patto di Varsavia sull’attentato al Papa e sui sequestri. La trattativa segreta ora incluse anche lui.
La richiesta alla famiglia Gregori venne ripetuta il 24 e il 27 settembre e il 7 e il 14 ottobre. Nella telefonata del 24 settembre, l’interlocutore, dall’accento americano, disse a Filippo Mercuri, il genero di Mirella, quali capi aveva addosso l’ostaggio. Quei capi però erano stati lasciati da Mirella nel bar sotto casa, quello dell’amica Sonia De Vito, quando si era cambiata prima di andare verso una destinazione sconosciuta, con un giovane biondo, agente STASI che l’aveva irretita. Pertini incontrò la famiglia Gregori con il suo legale e concordò le modalità di appello.
Il 30 settembre 1983 Ormankov e Markov Petkov tornarono in Italia e vi restarono fino alla fine dell’anno. Il 10 ottobre incontrarono Ali Agca con Ilario Martella e, quando questi si allontanò con Ormankov per un caffè, Markov Petkov, rimasto solo col killer, parlandogli nella sua lingua, intimò al turco di distruggere la pista bulgara, pena la morte della madre, del fratello e della sorella Fatima, nonché, presumibilmente se il Vaticano si fosse messo in mezzo, di Emanuela Orlandi. Il cui nome in codice per i sequestratori era, secondo la Pista del Ganglio, proprio Fatima. Stando sempre a Paolo Dinucci, il SISMI sapeva che Ormankov e Markov Petkov erano stati mandati in Italia per sabotare l’inchiesta sulla Pista bulgara. In effetti il capo del SISMI, Ninetto Lugaresi, il 27 giugno, aveva informato il capo del COPASIR, Orazio Sparano, della vera identità dei bulgari. Sia Gunther Bonhsack ad Imposimato che De Villemarest espressero forti perplessità sulle ragioni per le quali fu concesso ai due bulgari di avvicinare Agca e addirittura di rimanere soli con lui. L’11 ottobre la camorra uccise Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, a scopo intimidatorio.
Il 20 ottobre Sandro Pertini lanciò un appello ai rapitori della Gregori per la sua liberazione. Era un messaggio in codice con cui l’Italia comunicava di aver accettato di insabbiare la Pista bulgara. Il 23 la CBS ricevette un comunicato del Gruppo Phoenix che asseriva che Mirella Gregori era stata rapita perché aveva partecipato ad una udienza papale. Così, ufficialmente, l’Italia era fuori da qualsiasi movente per il sequestro. Il 27 del mese al legale dei Gregori e degli Orlandi, Gennaro Egidio, legato al SISDE, venne comunicato che Mirella era morta. Così lo Stato italiano non doveva più prendersi nemmeno la briga di cercarla. Del resto il SISDE, che era stato a casa Gregori e nel bar dei De Vito, non aveva mai smesso di monitorare la situazione e, probabilmente, di monitorare il luogo dell’onorevole detenzione dell’adolescente.
Il 27 dicembre il Papa, persuaso anche lui della necessità di porre fine alla Pista bulgara, incontrò Agca in carcere e gli offrì quel perdono che, un domani, gli avrebbe fatto ottenere la grazia presidenziale, mentre i documenti del Vaticano sull’attentato presero la via dell’archivio segreto, dove ancora si trovano. Il Papa probabilmente si aspettava che gli ostaggi rimanessero in vita, anche se non credeva che potessero essere restituiti. Giovanni Paolo II credeva così di aver fatto uscire la Santa Sede dal Caso Orlandi Gregori, ma si sbagliava e di grosso.
Tra il 1983 e il 1984 la Literaturnaja Gazeta sostenne che i sequestri di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori erano stata opera della CIA. Questa tesi fu ripresa nel 1992 da Trentagiorni, diretto da Giulio Andreotti, il quale, per garantire l’equilibrio tra est e ovest, fu sempre impegnatissimo a contestare la Pista bulgara, da Ministro degli Esteri a partire sempre dal 1983, da memorialista, quando la derise nella sua URSS vista da vicino, e quando sedette nella Commissione Mitrokhin. I segreti della Guerra Fredda dovevano rimanere tali.
Il 18 settembre del 1984 Oleg Bitov ricomparve, come se nulla fosse accaduto, a Mosca, accusando i servizi inglesi di averlo rapito, e riprese a scrivere contro la Pista bulgara. Gli equilibri sotterranei erano restaurati. Il 26 ottobre di quell’anno Agca e i suoi complici furono rinviati a giudizio. Sinistramente, l’ultimo comunicato del Fronte Turkesh, datato 20 novembre, ricordò al mondo che Mirella Gregori e Emanuela Orlandi erano nelle sue mani. In questo documento si dava per scontato che esse fossero ancora vive, senza preoccuparsi troppo delle incongruenze con la telefonata di un anno prima all’avvocato Egidio. Pochi giorni dopo Ilario Martella incriminò Agca di falsa testimonianza nell’inchiesta sull’attentato a Walesa, a danno di quegli stessi bulgari che erano suoi coimputati nel processo sull’attentato al Papa. Una inchiesta aveva ricevuto l’eutanasia e un’altra si sarebe suicidata.
Dal 27 marzo 1985 al 29 giugno 1986 si celebrò il processo ad Agca, che con enorme zelo continuò a simulare la pazzia alternandola a nuove chiamate di correità. Il percorso giudiziario fu tale che tutti i bulgari vennero assolti. La disinformazione regnò sovrana. Le sviste della Corte giudicante non furono da meno, in certi casi, come quando il presidente Severino Santiapichi, recatosi in Bulgaria per rogatoria internazionale, tralasciò di sentire parecchi testimoni, tra cui Rosy Antonov. Al termine del processo, suo marito fu rilasciato e tornò in patria.
La Terza inchiesta, a cura di Rosario Priore, si sarebbe trascinata fino al 21 marzo del 1998, quando anche i complici turchi vennero prosciolti. Un pulviscolo di altre Piste internazionali sull’attentato al Papa, dalla libica all’iraniana fino ad una interna, vennero sviscerate e trovate del tutto infondate. Agca ottenne la grazia nel 2000, dopo che Giovanni Paolo II si era impegnato ad intercedere per lui nel 1987 coi familiari ricevuti in udienza. L’ultimo testimone, Alois Estermann, fu trucidato in Vaticano con la moglie e il sottufficiale Cedric Tornay il 4 maggio del 1998, prima di espatriare in Francia e poi in USA. La tecnica adoperata per il triplice omicidio era tipica del GRU. Ma Mirella e Emanuela, com’era ovvio, non tornarono. Forse però rimasero vive.
In ogni caso, tutte le ex spie dei Paesi dell’Est in Vaticano passarono, dal 1997, sotto il controllo del GRU di Valentin Korabelnikov, che rimase alla testa del servizio segreto militare russo sino al 2007. Estermann era dunque passato al servizio di Serghei Ivanov, che in seguito avrebbe ricoperto l’incarico di capo dell’amministrazione presidenziale di Vladimir Putin.
Fu così che, come ho scritto a proposito del Caso Orlandi, ogni volta che, negli anni 90 del xx sec. e in quelli 2001-2013, la Pista rossa riemerse significativamente, vi furono sempre subito dopo interventi depistanti, ampliati a dismisura dai media, nei quali spesso la sorte di Emanuela è stata appaiata a quella di Mirella: dal rapimento sessuale alla tratta delle bianche, alla Pista proteiforme della Banda della Magliana, al ricatto finanziario al Vaticano, alla Pista del Ganglio, il tutto fino ai giorni nostri. Gli stessi giorni in cui Papa Francesco in persona ha reso pubblica la mediazione in corso della Santa Sede tra Ucraina e Russia, che doveva rimanere segreta, facendo così un piacere agli USA e un dispetto a Mosca, subito dopo che le assurde accuse a Giovanni Paolo II, a Mirella e a Emanuela sono state diffuse a reti unificate nel paese sede della Chiesa. Perché tutto il chiacchiericcio sulle due ragazze scomparse quaranta anni fa ha smesso di essere un fossile della vecchia guerra fredda, per diventare un’arma della nuova.




