Perché l’Italia non difende la sua bellezza applicando le severe leggi che esistono?
Roma non è un acquapark.
Le fontane monumentali non sono piscine, i gradini non sono tavole da picnic, le piazze non sono discariche e le monetine non sono bancomat per disperati dell’inciviltà.
Ma, prima che qualche anima bella si lanci in commenti socioeconomici, chiariamo subito che il problema non è il turismo. Il problema è l’assenza di rispetto. E quando manca il rispetto, deve arrivare la sanzione. Immediata, pesante, visibile.
Perché la Città Eterna non può essere amministrata come se fosse eterna anche la pazienza dei romani.
Sia dunque chiaro che ci siamo ampiamente rotti le scatole. Ecco alcuni esempi che avrebbero fatto perdere la pazienza anche ad un Santo e noi romani possiamo essere tutto, meno che Santi.
Ottanta punti di sutura nella zona lombare. È il souvenir che un turista americano si è portato a casa dal Colosseo, dopo aver tentato di scavalcare la recinzione per “vedere meglio”.
È rimasto appeso all’inferriata per venti minuti, davanti a centinaia di visitatori, prima che i sanitari riuscissero a liberarlo. E se la storia finisse qui, sarebbe già sufficiente a misurare lo stato delle cose. Ma non finisce mai. Si ripete. In tutta Italia, ovunque ci sia un monumento instagrammabile.
Perché il punto non è l’americano infilzato. Non è il saudita che ha percorso Trinità dei Monti con un SUV Maserati provocando 50.000 euro di danni e non ha pagato un centesimo in quattro anni.
Non è la coppia che a Verona ha aspettato l’uscita della guardia per sedersi su un’opera di cristalli Swarovski e frantumarla, né il tedesco che si è spogliato nudo alla Reggia di Caserta tuffandosi nella Peschiera reale perché “faceva caldo”.
Il punto è che tutto questo accade dentro il più grande museo a cielo aperto del pianeta. E che quel museo ha rinunciato a difendersi.
Si provi a immaginare la scena rovesciata. Un italiano ubriaco che dà l’arrembaggio a un veliero storico nel porto di Portsmouth. Un romano che incide il proprio nome sulle mura della Torre di Londra. Un napoletano che si tuffa nudo nelle fontane di Versailles.
La risposta sarebbe immediata: arresto, processo, risarcimento integrale, espulsione. In Italia si compila un verbale da 450 euro che nessuno pagherà mai. Ordine di allontanamento. Arrivederci e grazie.
Quattrocentocinquanta euro.
È la cifra che separa il Bernini dalla piscina comunale. La sanzione per chi si tuffa nella Fontana di Trevi o nella Fontana dei Quattro Fiumi, per chi trasforma un capolavoro del Barocco in un trampolino da TikTok.
Solo nell’ultimo anno, cinquanta tuffatori multati nel solo Centro Storico di Roma, il trenta per cento in più dell’anno scorso. Ma si tratta dei pochi che vengono colti sul fatto.
E le multe pagate spontaneamente? L’uno per cento. Novantanove verbali su cento finiscono nel nulla. Il vandalo è già in aeroporto mentre l’inchiostro della multa si asciuga.
Ecco il paradosso che dovrebbe togliere il sonno a chi amministra questo Paese. L’Italia ha appena speso mezzo miliardo di euro per restaurare il patrimonio monumentale di Roma. Fondi PNRR, progetto “Caput Mundi”, mesi di cantieri per il Giubileo, marmi riportati allo splendore originale.
Risultato: vasche monumentali appena inaugurate e immediatamente trasformate in parchi acquatici. Coppie danzanti nell’acqua. Turiste in costume da piscina. Cercatori notturni armati di calamita e filo trasparente per pescare le monetine destinate alla Caritas, tremila euro al giorno, un milione e mezzo l’anno.
Si restaura con i soldi dei contribuenti ciò che si lascia saccheggiare per assenza di volontà. Si rinnova la facciata e si dimentica di chiudere la porta.
A Pompei rubano le pietre degli scavi e le rispediscono mesi dopo, perché credono portino sfortuna.
Al Colosseo incidono nomi e iniziali con la stessa naturalezza con cui un cane segna il territorio: una svizzera di 17 anni, un brasiliano, un inglese che ha graffiato il proprio nome e quello della fidanzata sulla pietra millenaria. Il padre della ragazza svizzera ha dichiarato: “Non ha fatto niente”. Tre parole che valgono da epitaffio per un’intera epoca.
A Ercolano un olandese firma col pennarello gli stucchi dipinti di una domus romana. A Firenze un giovane scala la Fontana del Nettuno e spezza la mano del Dio del Mare.
A Venezia si fanno il bagno nei canali che fungono da sistema fognario, convinti evidentemente che nuotare nelle acque reflue sia un’esperienza culturale.
Chi governa questo patrimonio ha due scelte. Può continuare a compilare verbali che nessuno paga, emettere ordini di allontanamento che durano il tempo di girare l’angolo, denunciare vandali che tornano nel proprio Paese prima ancora che il fascicolo arrivi sul tavolo di un magistrato.
Oppure può decidere che i beni culturali italiani valgono almeno quanto una multa stradale svizzera. Dove chi non paga non riparte. Dove il passaporto resta in deposito fino al saldo. Dove la conseguenza arriva prima del prossimo volo low-cost.
Le leggi esistono e sono persino severe. Dal 2024 chi danneggia un bene culturale rischia sanzioni amministrative fino a 60.000 euro e, nei casi penalmente rilevanti, fino a cinque anni di reclusione.
Ma chi si tuffa nella Fontana di Trevi riceve 450 euro di multa dal vigile urbano. È la distanza tra la legge scritta e la legge applicata. Ed è in quella distanza che muore la tutela del patrimonio italiano.
L’Italia è il solo Paese al mondo che chiede scusa a chi le distrugge casa. Ma una nazione che non difende la propria bellezza non la merita. E prima o poi la perde.





