di Gianvito Caldararo
Il nostro Paese ha il più elevato numero di leggi in vigore. Si tratta di un primato che ci colloca al primo posto tra i paesi che producono il maggior numero di leggi. Il 19 di settembre si è svolto a Roma il Convegno sulla semplificazione, avendo come obiettivo quello di valutare i seguenti due aspetti: a) il ruolo legislativo del Parlamento; b) il bicameralismo.
Dal Convegno è emerso un dato che dimostra di come l’Italia è il Paese che produce più leggi e che ha il più elevato numero di leggi in vigore. Il raffronto sulle leggi statali evidenzia che l’Italia conta ben 75 mila leggi in vigore, la Francia circa 7 mila e la Germania appena 5 mila e cinquecento.
Se consideriamo le leggi regionali da quando è entrato in vigore il noto Titolo V della Costituzione, il numero delle leggi in vigore si attesta su ben 110 mila. L’altro dato emerso dal citato Convegno è quello che il Parlamento produce circa 380 leggi a legislatura. Questo dato potrebbe far credere ad un ruolo centrale del Parlamento, la realtà è ben diversa. Infatti, solo il 19 per cento degli atti legislativi prodotti ha origine parlamentari, mentre la restante parte è quella di iniziativa del Governo con la decretazione d’urgenza di cui all’art. 77 della Costituzione.
Decretazione che dovrebbe avvenire solo “in casi straordinari di necessità e urgenza”, come recita il secondo comma dell’art. 77 della Costituzione. Invece, da anni assistiamo alla sistematica presentazione di decreti-leggi del Governo e con il Parlamento chiamato sistematicamente alla loro conversione nei previsti 60 giorni.
Tale comportamento, cioè della decretazione d’urgenza, è ormai adottato da ogni tipo di governo, senza alcuna esclusione o limitazione. Una situazione che di fatto ha svuotato il ruolo del Parlamento, come massimo organo al quale spetta l’esercizio della funzione legislativa, di cui all’articolo 76 della Costituzione.
L’altra “peculiarità” italiana è che nonostnte il più elevato numero di leggi in vigore, che le stesse sono scritte in maniera poco chiara. Tutti sanno che, nel nostro Paese, le norme, proprio per la mancanza di chiarezza, possono essere interpretate in tanti modi. Infatti, il più delle volte il Parlamento è chiamato ad approvare leggi per la interpretazione autentica della legge già promulgata.
Tutto ciò comporta un aumento del contenzioso sia a livello di giustizia ordinaria che di quella riguardante i Tribunali Amministrativi Regionali (TAR). Platone affermava: “le brave persone non hanno bisogno di leggi che dicano loro di agire responsabilmente, mentre le cattive persone troveranno un modo per aggirare le leggi”. Mentre Publio Cornelio Tacito, sosteneva: “le leggi sono moltissime quando lo Stato è corrottissimo “e” nella somma corruzione della cosa pubblica, infinito il numero delle leggi”.
Jean Jacques Rousseau, invece, affermava: “Più moltiplicherete le leggi, più le renderete detestabili”. Anche l’attuale Governo di Giorgia Meloni, fa ricorso alla decretazione d’urgenza e come tutti i governi il loro contenuto non ha la richiesta omogeneità della tematica di intervento. In moltissimi casi il decreto interviene su una miriade di materie e aspetti vari.
Anche l’ultimo decreto denominato “decreto giustizia”, a ben vedere contiene norme per le più disparate materie, quali: le intercettazioni, la tutela dell’orso marsicano, il reato di incendio boschivo, l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, la destinazione della quota irpef dell’otto per mille, norme sul Covid, sul processo minorile e la organizzazione del ministero della Cultura.
Sempre di più si assiste ad una decretazione al di fuori dei principi costituzionali. Per limitare la iperproduzione di leggi, qualcuno suggerisce di adottare le decisioni che assunse il presidente USA, Ronald Reagan, il quale istituì un organismo denominato OIRA (Office of Information and Regulatory Affairs ) della Casa Bianca.
Organismo creato nel 1980 da Reagan, con l’ordine istitutivo che stabiliva: “nessuna nuova iniziativa di regolazione dovrà essere intrapresa, a meno che i benefici sociali che potrebbero derivarne non superino i costi potenziali”. Sarebbe una rivoluzione in Italia. Accanto alla iperproduzione di leggi, ancora oggi continuiamo ad affrontare il tema della semplificazione e anche quello del linguaggio della burocrazia. Una battaglia che iniziò il Governo Ciampi con il Ministro per la funzione pubblica, Sabino Cassese, autore del noto “Codice di Stile del 1994”, mirante all’utilizzo di un linguaggio burocratico chiaro e la lunghezza delle frasi, ciascuna non dovrebbe superare il limite delle 25 parole. Sabino Cassese, emerito presidente della Corte Costituzionale, mirava ad un linguaggio della burocrazia “chiaro e semplice come il linguaggio della Costituzione”.
Tullio De Mauro, il noto linguista, lessicografo e saggista, già Ministro dell’istruzione nel governo Amato (2000 – 2001 ), sosteneva “il dovere costituzionale di farsi capire”. Entrambe le problematiche, la iperproduzione delle leggi e la semplificazione, sono ancora in piedi e in attesa della tanto sospirata soluzione.




