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L’IRAN CERCA DI TRASCINARE IL PAKISTAN NEL SUO AMBITO

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L’Iran trascina il Pakistan nel fuoco del suo teatro macabro

La drammatica escalation di questa settimana tra Israele e Iran non ha solo scosso il Medio Oriente, ma ha anche coinvolto attori inaspettati almeno a parole, se non nei fatti. Teheran, stordita dai più diretti e devastanti attacchi israeliani sul suo territorio degli ultimi decenni, ha adottato una strategia già nota: usare la paura come arma.

In una mossa straordinaria, alti funzionari iraniani hanno affermato che il Pakistan, una nazione musulmana dotata di armi nucleari con un’atomica “islamica”, avrebbe promesso di rispondere contro Israele con forza nucleare qualora lo Stato ebraico usasse il proprio arsenale nucleare contro l’Iran. L’affermazione, avanzata da figure come il comandante dei Guardiani della Rivoluzione Mohsen Rezaei, sembrava studiata per ottenere il massimo impatto psicologico.

L’implicazione era agghiacciante: il mondo si troverebbe a un passo dalla guerra nucleare, coinvolgendo non solo Iran e Israele, ma anche il Pakistan, trascinando l’Asia meridionale nel conflitto del Medio Oriente. I media di stato iraniani hanno amplificato il messaggio, con conduttori che citavano con orgoglio il missile Shaheen-III capace di colpire Tel Aviv, e suggerivano che le nazioni islamiche “fraterne” non sarebbero rimaste a guardare se l’Iran fosse stato minacciato di annientamento.

Ma dietro alla spavalderia, la verità racconta tutt’altra storia.

Islamabad non ha mai rilasciato alcuna minaccia nucleare contro Israele. Sebbene il ministero degli Esteri pakistano abbia espresso “profonda preoccupazione” per l’attacco israeliano al territorio sovrano iraniano e abbia avvertito delle “catastrofiche conseguenze regionali”, non c’è stato alcun impegno formale a un intervento militare, tanto meno all’uso di armi nucleari. Tuttavia, alcuni settori della classe politica pakistana, soprattutto esponenti di partiti religiosi d’opposizione e leader religiosi radicali hanno organizzato proteste infuocate, chiedendo al governo di “rompere ogni legame” con gli alleati occidentali e di “prepararsi a una jihad regionale” se Israele avesse ulteriormente intensificato il conflitto. A Lahore, Karachi e Rawalpindi sono esplose massicce manifestazioni anti-israeliane, con effigi di leader israeliani bruciate e cori di vendetta echeggianti nelle piazze.

Le forze armate pakistane, dal canto loro, sono entrate in stato di massima allerta in risposta all’aumento delle tensioni regionali, considerando che il paese condivide un confine importante con l’Iran, nella turbolenta regione del Belucistan. Sebbene non vi sia stata una mobilitazione palese, i generali di alto rango hanno tenuto briefing d’emergenza con il Primo Ministro e il Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Alcune risorse dell’Aeronautica sono state silenziosamente riposizionate, mentre i media vicini all’establishment militare hanno pubblicato editoriali che enfatizzavano “la necessità di deterrenza regionale di fronte all’aggressione sionista”. Questi segnali, pur fermandosi prima di una dichiarazione di guerra, dipingevano un quadro ben più aggressivo di quanto non suggerisse la posizione ufficiale diplomatica di Islamabad.

Nel frattempo, il regime iraniano ha inondato Internet con fake news e video manipolati, mentre alcuni fingevano di mostrare convogli nucleari pakistani diretti verso l’Iran, altri che falsamente sostenevano che il Pakistan avesse lanciato un “ultimatum” a Israele. Queste falsificazioni, smentite rapidamente da osservatori indipendenti, erano chiaramente intese a seminare il panico, radunare il mondo musulmano e creare l’illusione di una coalizione anti-Israele disposta ad agire con forza apocalittica.

Questa guerra psicologica serve diversi obiettivi per l’Iran. Primo, distogliere l’attenzione dai gravi danni inflitti dall’“Operazione Leone Risorgente” di Israele, che ha colpito infrastrutture nucleari e militari critiche, tra cui siti vicino a Natanz, Fordow e alla periferia di Teheran. Le immagini satellitari hanno confermato danni ingenti a strutture sotterranee e depositi di armi, con centinaia di morti o feriti, inclusi membri delle IRGC. Il governo iraniano ha tentato di minimizzare queste perdite internamente rafforzando il controllo sui media mentre all’estero cerca di costruire una narrazione di crisi globale in cui l’Iran non è l’aggressore, ma la vittima del “terrorismo sionista” israeliano. Secondo, trascinando il Pakistan nella sua propaganda, l’Iran cerca di aumentare la sua profondità strategica percepita.

Se Teheran riesce a convincere il mondo di avere alleati dotati di armi nucleari pronti a reagire in sua difesa, potrebbe scoraggiare ulteriori attacchi israeliani e complicare gli sforzi diplomatici di Stati Uniti ed Europa, ma questo è un bluff ad alto rischio, una fantasia diplomatica mascherata da realtà geopolitica.

Ma il pericolo è reale. Nei momenti di estrema tensione, la percezione può facilmente diventare politica. Ciò che nasce come disinformazione può diventare causa di errori di calcolo. La sola ipotesi del coinvolgimento nucleare del Pakistan, anche se falsa, ha già destato allarme a Gerusalemme e Washington. I funzionari israeliani hanno definito le dichiarazioni iraniane “incitazioni irresponsabili”, avvertendo che tentare di coinvolgere terze parti nel confronto nucleare potrebbe avere “conseguenze fuori dal controllo di chiunque”.

E forse è proprio questo l’obiettivo dell’Iran, di fronte a dissenso interno, collasso economico e a una devastante campagna militare israeliana, il regime ha scelto il caos come strategia. Se non può vincere sul campo di battaglia, cercherà di vincere nell’ombra con bugie, paura e minacce di guerra apocalittica.

È dunque essenziale che gli attori globali responsabili, includano la leadership civile e militare del Pakistan chiariscano pubblicamente la propria posizione e condannino il tentativo dell’Iran di strumentalizzare retoricamente il loro arsenale nucleare. Il silenzio genera sospetto; l’ambiguità invita all’escalation e Il mondo non può permettersi che le minacce nucleari reali o immaginarie diventino la nuova normalità in una regione già esplosiva.

Nella nebbia della guerra, la verità è spesso la prima vittima, ma in questo caso, la nebbia è deliberata, e le sue conseguenze potrebbero essere catastrofiche.

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  • Redazione

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